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martedì 20 dicembre 2011

«DANNAZIONE, DATEMI TEMPO FINO A STASERA, VE NE PREGO»

«Dannazione, datemi tempo fino a stasera, ve ne prego», «Dannazione, datemi tempo fino a stasera, ve ne prego», «Dannazione, ve ve…ve ne prego…». La voce si rompeva in singulti, balbettava, non riusciva a portare a termine le parole. Marco stava in un angolo della cucina, tra il vecchio frigorifero che ronzava da qualche anno e il tavolo, ancora apparecchiato per tre. Non aveva vie di fuga, non poteva scappare dall’ira dei genitori che in quel momento erano posizionati proprio di fronte a lui, a qualche decina di centimetri di distanza. «Ve ne prego, ve ne prego»: Marco addossato alla parete, vestito di un abito che mai gli era piaciuto e che aveva comprato sua madre quando seppe che il figlio sarebbe andato a lavorare in banca; «un completo grigio, se lo avete a righe, meglio» «taglia…penso che porti quella di suo padre, una 46» «sì sì, non importa se è in lana secca, basta che non venga troppo, sa, i giovani d’oggi». Marco si era immaginato più volte la madre a comperare per lui quel vestito, forse d’occasione; ma gli stava male, soffriva le spalle larghe e la lunghezza eccessiva della giacca: dove gli arrivava? A metà coscia, al ginocchio, se avesse lasciato la camicia fuori dai pantaloni certamente i suoi responsabili non se ne sarebbero accorti. Ma in quel momento, poco interessava a Marco dove la madre avesse comperato quell’abito: addossato alla parete, la giacca si piega e si ripiega e si stropiccia in seguito ai movimenti contro il muro; i revers stanno lì, sospesi, ormai senza più forma dopo che il ragazzo fu preso poco prima dal bavero e sbattuto dal padre contro il congelatore.

«Dannazione, datemi tempo fino a stasera, ve ne prego» continuava a ripetere sommessamente Marco: ma suo padre gli era addosso, sentiva il suo fiato pesante, si guardavano negli occhi, Marco lacrimava, fissava la polo che indossava l’uomo che aveva di fronte; non riusciva ad immaginare suo padre senza quella polo, una Lacoste nera, lisa, di una ventina d’anni prima; si ricordava il padre giocare con lui bambino con quella polo, lo aveva visto nelle foto, l’aveva a quel picnic coi parenti, nella cornice in salotto era seduto – Sicilia? Spagna? Rimini? – su una sedia di paglia, un bambino in braccio… e ora, con quella stessa maglia addosso, era lì, di fronte al figlio, misurava una sberla, lo tirava dalla giacca, lo insultava. Marco non reagisce, non può, le lacrime gli segnano il viso, stringe il pugno sinistro dietro di sé e con la mano destra gratta con le unghie il muro: quel rumore, quel ronzio, quel cric-cric che la cheratina fa a contatto con gli sbalzi della vernice della parete dietro di sé gli riempie le orecchie, sente quei suoni dentro di sé.

La madre, rimasta finora a guardare, ora scompare da dietro la porta della cucina, Marco sente i passi di lei avviarsi lungo il corridoio, tac tac tac tac tac, la sente arrivare alla sua camera, si ferma, “chissà cosa starà facendo”, Marco sente oggetti cadere, “mia madre starà sicuramente cercando qualcosa”, ancora rumori, plastica su plastica su plastica, qualcosa è attutito da qualcosa di morbido, forse un pigiama, una felpa…e di nuovo quei passi: la donna ritorna, la donna entra nel locale in cui sta il resto della famiglia, Marco guarda, si gira verso di lei, l’uomo davanti a Marco non si accorge di ciò che è avvenuto, continua a minacciare il figlio. «Ma perché» Marco implora la madre «no, la prego, la prego» che tiene con le mani due, tre LP, «Dannazione, datemi tempo fino a stasera», Nick Drake, il volto fiero di Coltrane fisso sulla copertina di A love supreme; Rain Dogs… «fino, fino a stasera» ma la donna estrae con noncuranza i dischi dalla confezione e li porge davanti a sé rompendo i vinili e lasciandoli cadere a terra. Quelle copertine, quel viola, quell’uomo seduto che imbraccia una chitarra, bianco, nero, quella donna con quella giacca a quadri, tutto si mescola nelle lacrime che sgorgano dagli occhi di Marco, i monosillabi fiochi, il tremore agli avambracci.

Ad un certo punto suona il campanello. Per qualche istante tutto si interrompe. Va la madre: «Chi è?» «Giulia? …Scusi, ma cerca qualcuno?» «Come? Marco? Un attimo, chiedo». La donna appoggia il citofono, entra in cucina cercando di scansare i pezzi di ciò che rimaneva dell’album di Tom Waits; si abbassa verso il figlio, che cercava di raccogliere quei cocci neri che spaziavano sul pavimento. «C’è una certa Giulia che chiede di te. Chi è?» Marco cercò di pensare, mille volti gli vennero in mente ma non riusciva ad associare ad essi alcun nome. La sorella non poteva essere, si chiamava Sara, ne era sicuro; c’era sì quell’amica d’infanzia, Giulia Piccolomini che stava al terzo, con cui da bambino era solito giocare a pallone giù nel cortile del palazzo, ma non poteva essere lei. Alla facoltà di economia aveva conosciuto molte compagne di corso, ma di nessuna ricordava il nome. “Forse è quella ragazza che era passata dallo sportello lo scorso lunedì”, pensava, “Giulia… sì, si chiamava proprio Giulia”: una giovane non bella, almeno secondo i canoni tradizionali, timida, arrossì quando dovette chiedere a Marco delle informazioni per un prestito; lavorava come cassiera in un supermercato in periferia, aveva detto, abitava con una collega, i soldi le servivano per comprarsi un’auto, «Sai» aveva detto «ho sfasciato la mia macchina giovedì sera, tornando dal lavoro». Marco la prese subito in simpatia, sostenne la sua pratica nel momento in cui dovette presentarla al direttore della banca, e quando – dopo qualche giorno – la chiamò al supermercato per dirle che il prestito le era stato concesso, lei volle sapere il suo indirizzo per venire a ringraziarlo di persona. Marco, che si asciugava le lacrime con la fodera della manica, disse che si trattava di una cliente della banca: «Niente di importante» balbettò, «è solo una commessa della Coop che è venuta a chiedermi un prestito la settimana scorsa, ma niente d’importante, mi creda».

La madre, che stette ad ascoltare le parole del figlio con attenzione, sorrise e andò di fretta al citofono: «Signorina? È ancora lì? Ma salga, venga a salutare mio figlio, gli farà molto piacere». A quelle parole Marco si sentì mancare: il vestito tutto spiegazzato, addirittura lacerato sul colletto, suo padre aveva fatto saltare addirittura un bottone dalla camicia. Le lacrime, come le scie luccicanti delle lumache, gli segnavano il volto; gli occhi erano gonfi, le mani gli tremavano, a terra stavano i suoi dischi, a pezzi: si augurava una crisi epilettica, voleva scomparire, non poteva farsi vedere da quella ragazza in quelle condizioni. Ma dopo qualche minuto l’ascensore, accompagnato dagli strani rumori del cavo lungo il binario nella tromba delle scale, ecco giungere al suo piano; Giulia, così si chiamava, non dovette nemmeno premere il campanello alla porta: Marco sentì sua madre che le apriva, invitandola ad entrare. Passi felpati lungo il corridoio, uno due tre quattro cinque: Marco vide la ragazza, le guance rosse, un piccolo mazzo di fiori gialli nella mano, la vide fare una smorfia come di incredulità, di improvviso spasimo nel guardarlo lì, a terra, seduto contro il muro mentre il padre lo sovrastava.

Ma all’improvviso tutto scompare, un grido molto forte nella notte, un balzo in avanti nelle coperte, caldissime: Marco è sveglio nel suo letto; deve aver pianto, durante quell’incubo. I genitori, al piano di sopra, si lamentano dell’urlo, battendo con una ciabatta che risuona sul soffitto della sua camera.

4 commenti:

  1. non è solo bello sto racconto!
    grande Nicomar!

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  2. mi piace tantissimo nico! complimenti. Anche se quello su Gesu'rimane primo in classifica! [marty]

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  3. "«Ma perché» Marco implora la madre «no, la prego, la prego» che tiene con le mani due, tre LP, «Dannazione, datemi tempo fino a stasera», Nick Drake, il volto fiero di Coltrane fisso sulla copertina di A love supreme; Rain Dogs… «fino, fino a stasera» ma la donna estrae con noncuranza i dischi dalla confezione e li porge davanti a sé rompendo i vinili e lasciandoli cadere a terra", credevo di morire dopo aver letto questa parte del racconto...Per il resto, Nico, sai come la penso sul tuo modo di scrivere.

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  4. no, io non sono [Nicomar Chiori], sono la sua segretaria, Sara Fiomaccani: io mi limito a:
    - rispondere a messaggi lasciati in segreteria al mio principale finchè scrive per l'AD e studia per la tesi;
    - rispondere ai messaggi al telefono portatile;
    - rispondere alle mail che arrivano.
    Quindi:
    a) Pippo Vespa: Nicomar la ringrazia moltissimo dal suo ufficio, me lo sta urlando a squarciagola si sente fino al pianoterra;
    b) Elizabetta Zanini: Nicomar precisa che su quelle cose c'è un pò di invenzione e un pò di verità come in ogni cosa scritta.
    c) Khorakané: Nicomar la pensa come lei ma ci tiene a dire che ricevette una brutta diesamina a causa del soggetto. Nicomar, abbiamo deciso sia io che lui, non tratterà MAI PIU di argomenti religiosi nella sua carriera letteraria all'AD.
    Un saluto,
    Sara Fiaccomani

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