Un giorno di metà novembre il professore Dino Malvasia, ordinario di letterature comparate dell’università di Verona, si recò con la moglie presso un nuovo ristorante-tavola calda in periferia per provare il filetto al pepe verde consigliato da alcuni colleghi. «Troverai posto sicuramente» avevano detto i giovani compagni «il grill è in zona industriale e il parcheggio è molto grande». All’ora di cena i posti auto erano effettivamente molti, ma tutti occupati: il professor Malvasia parcheggiò la sua Mercedes in doppia fila con le quattro frecce giusto il tempo di aspettare che qualcuno partisse; la moglie, che lavorava come analista nel laboratorio di enologia della facoltà di biotecnologie, si chiedeva, torturando la pochette di Hermès, se il vino che potevano avere in un luogo così frequentato e un po’ anonimo (da fuori il tutto le dava l’idea che i gestori avessero rilevato una fabbrica e l’avessero trasformata senza molti accorgimenti in un ristorante) sarebbe stato un buon accompagnamento ai piatti di carne che tanto erano stati pubblicizzati dai collaboratori del marito. Ma non importava: ridendo sia lui che lei, un’utilitaria rossa se ne stava andando proprio davanti a loro; Malvasia parcheggiò con facilità e i due entrarono per cenare.
Un enorme salone davanti a loro, a destra e a sinistra altri ambienti, certi più piccoli, taluni più grandi. Tutto è ricoperto dal legno, immense travi al soffitto, parquet a terra, i tavoli in mogano sono disposti con perfezione lungo una sorta di direttrici “cardo-decumano” che portano dalla cucina all’uscita e dalle sale laterali fino al bar. Alle pareti un mondo di chincaglierie del passato è appeso con ganci e stratagemmi del fai-da-te ammiccando alla clientela: maglie da calcio irrispettose dei ruoli che furono (Socrates verdeoro accanto a Vieri: il professor Malvasia impallidì) sono inchiodate ai tramezzi di legno; al di sopra della porta di ingresso campeggia una vecchia Due Cavalli color carta da zucchero (probabilmente privata di motore ed assali per poter vincere la personale sfida di resistenza con il muro portante che la regge); un’enorme canoa con due remi è fissata sopra le teste degli astanti in una saletta completamente occupata da giovani coppie; una Lambretta con targa inglese è parcheggiata con un supporto speciale in mezzo ai tavoli del salone principale: molti bambini attorno, alcuni si limitano ad osservarla, uno tocca i pulsanti del manubrio, l’altro vorrebbe smontare la ruota di scorta montata sul portapacchi cromato; nessuno tenta invece di salirci: i proprietari del locale hanno pensato di posizionare sulla lunga sella un perturbante manichino in legno vestito con parka verde, completo a righe, Clarks marroni, che nemmeno in un libro di Jonathan Coe.
I due coniugi vennero fatti accomodare a sinistra della grande sala all’ingresso: accanto a loro varie famiglie, alcune numerose – poppanti, bimbi in età scolare e adolescenti – mentre i figli unici a tavola coi genitori si annoiavano e giocavano coi loro Game-Boy. “È un peccato non aver portato anche Mario” pensava la signora Malvasia, ma il marito, ben sapendo che il giorno dopo il tredicenne avrebbe avuto un compito sulle civiltà precolombiane, aveva deciso che sarebbe stato a casa con la nonna per poter andare a letto presto. «Ma guarda le strane divise che hanno in questo ristorante» rise il professore, indicando con un veloce cenno dello sguardo una cameriera che camminava con un vassoio straripante di bevande. Una camicia bianca con la manica a sbuffo è accompagnata da un foulard rosso annodato al collo alla maniera del lupetto boy-scout; un grande grembiule grigio gira attorno alla vita, e uno strano cappellino a visiera larga lascia scoperti i capelli sulla sommità della testa. La ragazza inciampò distrattamente salutando un conoscente ad un tavolo e un po’ di Coca Cola le si rovesciò addosso: Dino Malvasia sorrise della poverina e a lui si aggiunse la moglie; la cameriera, accorgendosi dei due, arrossì – timida – e appoggiò il suo vassoio al tavolo a cui le bibite erano destinate: distribuì i bicchieri ai clienti e se ne andò, accelerando il passo davanti ai due coniugi colpevoli di quella sottile derisione.
«Ma tu guarda che figura…» subito la donna ammonì il marito, in cuor suo dispiaciuto della brutta impressione che poteva aver lasciato su quella cameriera; «Lo so, lo so…ma io ridevo per la strana uniforme, e poi a tutto si è aggiunta anche quella mezza caduta». La moglie guardava Dino quasi volendolo rimproverare, ma il professore raggiunse lentamente la mano di lei e la accarezzò, raggiungendo nuovamente l’intesa che se ne era andata per un fatto così futile. Intanto, il tavolo accanto a loro si liberò; una cameriera arrivò per riscuotere il pagamento della giovane famigliola, e prese l’ordine dei Malvasia: «Due filetti, per favore, un’insalata mista e un piatto di verdure cotte». «Da bere?» «Una bottiglia di Cabernet Sauvignon, grazie» disse la donna con fare insicuro ma deciso: la cameriera prese l’ordine, sorrise ad entrambi e se ne andò. Aspettando le portate, la signora Malvasia approfittò del tempo per raccontare al marito l’ultima marachella del figlio: Mario da un po’ di tempo aveva preso l’abitudine, secondo lei piuttosto macabra, di cacciare farfalle per poterle poi collezionare in un’apposita bacheca di vetro che teneva nella sua cameretta. La mattina di quel giorno, allontanandosi nell’ora di ricreazione dai suoi compagni per raggiungere il piccolo orto nel cortile della scuola, riuscì ad acchiappare chissà in quale maniera una satiride appoggiata ad una margherita: in classe, le raccontò la professoressa quando andò a prendere il figlio, aveva attaccato la farfalla ad un pezzo di cartone con delle puntine da disegno confitte nelle ali, e rimase, quasi estasiato da quell’impossibile movimento, a guardare il piccolo insetto morire. Il professor Malvasia, che ricordava ancora quando, preparando il suo nuovo corso sulla vita e la poetica di Vladimir Nabokov, lesse al figlio le pagine in cui Fëdor Konstantinović
cercava invano di occupare quel tempo gonfiato, esagerato. Una farfalla rara, catturata un paio di giorni prima tra i mirtilli della torbiera, non si era ancora essiccata sullo stenditoio; continuava a toccarle l’addome con la punta di uno spillo: ahimè, era ancora molle, e dunque non poteva ancora togliere le striscette di carta con cui aveva intieramente ricoperto le ali che era così impaziente di mostrare al padre in tutta la loro bellezza,[1]
non sapeva se sentirsi responsabile di questa deriva perversa del figlio oppure essere contento per l’approccio letterario che il ragazzino aveva dato alla sua nuova attività. Ma in quel turbinio di pensieri arrivò una cameriera con il vassoio, due calici, la bottiglia di rosso e la notizia che per il filetto bisognava aspettare ancora a causa di un disguido nelle prenotazioni.
Le farfalle nella mente di Dino Malvasia prendevano il volo nel momento dell’assaggio del vino, che giudicò buono con un impercettibile gesto della mano, e che versò alla moglie appena la giovane se ne andò; i due coniugi presero a parlare d’altro e sgranocchiavano intanto del pane che si trovava in un cestino sulla tavola: commentavano l’abbigliamento delle signore sedute al tavolo di fronte al loro (ma che differenza tra le due donne! L’una forse troppo sobria nella scelta di abiti comperati con ogni probabilità in uno di quei negozi nel vicino centro commerciale…ma l’altra in tutta la sua esuberanza – indossava forse un Cavalli? Un Moschino? – risultava, nel contesto di tutto il ristorante, addirittura inadeguata, un po’ comica), discutevano sull’educazione dei figli altrui, erano soddisfatti per la scelta di un amico professore del dipartimento di anglistica di chiedere un trasferimento a Brighton.
«E il film di Allen che hai visto con Barbieri, ti è piaciuto?» chiedeva distrattamente la moglie dopo una buona mezzora di attesa per i due filetti; nonostante l’entusiasmo del marito, che cominciò a parlare della bontà attoriale di Owen Wilson e la trovata del regista di far rivivere l’ “intellighenzia americana degli anni venti” in una “Parigi fotografata splendidamente”, la donna decise di recarsi in bagno per assumere il suo farmaco contro l’emicrania, che cominciava a farsi sentire già da alcuni minuti. Si alzò dalla sedia scusandosi col marito e chiedendo al personale dove fosse il bagno: davanti a lei altre quattro signore, due si conoscevano e si scambiavano i numeri di telefono cellulare. Sembrava non si vedessero da molti anni: “strano incontrarsi in posti come questo”, pensava dal canto suo la signora Malvasia con l’astuccio in mano.
Al tavolo, il professor Dino intanto vedeva la goffa cameriera che prima aveva involontariamente ridicolizzato avvicinarsi con due piatti. Salutò, e con il suo sorriso sembrava essersi dimenticata di quel piccolo screzio compiuto dallo sconosciuto cliente; appoggiò i due filetti e se ne andò. Malvasia si versò dapprima un altro bicchiere di vino, giusto per aspettare la moglie che non arrivava; dopo alcuni istanti si decise a tagliare la carne: «È un peccato», disse, «quando Luisa tornerà la troverà ancora più fredda».
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