L'incipit della settimana
STRINGA AUDIOVISUALE DIGITALE PROVENIENTE DA QUALCHE SERVER: "Youtube"
RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
Ctrl+c, Ctrl+v, STAMP-E-PORT-LE-FOGL:"Glutammati sto sodio"
domenica 8 aprile 2012
Avrebbe voluto non crederci
lunedì 26 marzo 2012
Il tacchino induttivista
“Sono di nuovo le nove… Non posso proprio esserne sicuro ma adesso ci porteranno da mangiare!”.Dal fondo della fattoria si avvicinava la moglie del fattore. Donna particolarmente pienotta e con un vestito molto vaporoso di colore azzurro. Sopra un grembiule bianco dalle quali tasche fuoriuscivano erbe da campo.
“Eccola, sta arrivando! L’avevo detto! Nove in punto! La campana ha smesso di fare il suo nono rintocco!” – poi sottovoce si disse: “ Va bene, calma le arie stupido di un tacchino. La signora viene tutti i giorni alle nove, da una settimana, e dalle sue mani gonfie viene lanciato dell’ottimo mangime.”Il tacchino si appoggiò un’ala sotto al mento, becco all’aria, pensieroso. Cominciò a girare avanti ed indietro per l’aia, sgranocchiando di tanto in tanto qualche seme colto dal terreno.
“Quando potrò sapere che la signora segue sempre questa fantastica regola? Quando potrò prevedere con precisione l’attimo in cui la vedrò sbucare dalla casa padronale con il suo secchio di spettacolari leccornie?”
“Mai caro mio, mai!”disse Bertrand, un tacchino spuntato fuori dalla casetta in legno. Aveva un paio di folti baffi, era un giovane brillante che quando parlava ci sapeva dannatamente fare con le parole. Quella volta invece destò subito sdegno nel volto dell’altro giovane induttivista.
“Guarda caro che io sono qua da molto più tempo di te sai e non mi frega nessuno! Io tutti i giorni vedo la signora arrivare, ogni giorno allo scoccare della nona ora! Se prima poco ci mancava all’essere convinto ora lo sono proprio! Posso prevedere con assoluta certezza che domani la signora arriverà alle nove!”Il silenzio calò nel pollaio. Chi aveva osato sfidare il giovane Bertrand, che con la sua arte oratoria tutti deliziava di colti ragionamenti! Il gruppo si radunò intorno ai due, gli allibratori aspettavano silenziosamente le parole di Bertrand per poi piazzare le quote per il vincitore.
“Guarda, potresti anche avere ragione, io però non mi fiderei più di tanto…” – disse allontanandosi.Il gruppo di tacchini sopraggiunti si disperse, tornando al loro beccare e chiacchierare. L’induttivista spavaldo invece si pavoneggiava, scuoteva in alto il suo becco con aria di vittoria. Iniziò subito a fare caso al tempo che scorreva, lentamente, aspettando solo di poter dire: “te l’avevo detto!”
La notte passò serena per tutti a parte che per Bertrand che si rigirava nel letto. Che interesse poteva averne quella brutta signora della nostra pancia da riempire?
Mancava poco ormai alla nona ora, e tutti i tacchini si misero a guardare nella direzione della casa seguendo il consiglio del buon calcolatore. Allo scoccare della campana la porta della casa si aprì e la signora iniziò ad avvicinarsi al pollaio. Bertrand se ne stava in disparte, quando ad un certo punto guardò bene colei che piano si avvicinava.
“Ehi, ma dov’è il nostro cibo?”Tutti iniziarono a guardarsi intontiti. Che Bertrand avesse avuto ragione anche questa volta? La signora nel mentre era entrata nel recinto scrutando per bene tutti i tacchini. Pian piano si avvicinò a Bertrand e lo afferrò alzandolo ad un metro e mezzo da terra. Da quella prospettiva poteva vedere tutto. Poteva guardare il rosso tetto della casa, il bianco muretto di confine, l’altalena nel giardino e quella scritta sull’uscio di casa: “Buon Natale”.
lunedì 19 marzo 2012
precauzioni
"ADVcompany, buongiorno."
"Buongiorno a lei, qui è il Vaticano."
"Senta,mi scusi, non ho tempo da perdere. O fa il serio,sennò metto giu."
"Sia seria lei! Io sono il Papa ed ho un urgente bisogno di una campagna pubblicitaria e voi siete o non siete un'agenzia?"
"Si lo siamo, ma come faccio a sapere che lei è davvero il Papa? Può essere un imbecille qualsiasi che lo imita"
"Senta, se vuole le posso recitare il Magnificat o spiagare il Catechismo. Mi passi il direttore creativo."
"Un momento."
La centralinista mise in attesa la telefonata e chiamò il direttore creativo all'interno.
"Rick,ho uno in attesa che dice di essere il Papa e vuole parlarti. Che faccio?"
"Passamelo. Oggi mi sto davvero rompendo i coglioni, almeno mi farò quattro risate con questo simpaticone."
"Ok,capo!"
Kate, così si chiamava la ragazza, continuò il suo lavoro come ogni giorno tra le scartoffie da ordinare e gli appuntamenti da prendere fino alle sei .. e come sempre prima di andare passò dall'ufficio del direttore a vedere se c'erano delle novità. Entrò, al solito senza bussare, e trovò Rick immerso tra i fogli pieni di schizzi e carico d'euforia.
"Oddio, che ti succede?" gli chiese lei.
"Non puoi capire. Non puoi capire. Abbiamo risolto tutti i nostri problemi. Se questa va in porto abbiamo lavoro almeno per i prossimi 2000 anni! Quello di prima era DAVVERO il Papa! Vogliono un prospetto per una campagna su un loro tema. Ma ti rendi conto? Ho ricevuto il brief direttamente dal Papa!"
"oh,Porcaputtana! E adesso?"
"Intanto evita questo linguaggio .. siamo l'agenzia del Clero!" e scoppiò in una risata fragorosa ed isterica.
"Senti,Rick, io vado a casa tanto qui non ti servo. Quando ci vediamo con sua santità?"
"Domattina."
"Cosa? E io come faccio a sistemare l'agenzia? E soprattutto, come fai tui senza il tuo copy?"
"Senti, Kate. Mi arrangerò.. è un'occasione che non possiamo perdere. Adesso vai e lasciami concentrare che alle alle dieci di domattina arriva la delegazione dal Vaticano."
Kate se ne andò e lo lasciò alla sua isterica euforia. Ma nessuno dei due dormì quella notte.
La mattina dopo Kate alle 7 era già in ufficio: lavò i pavimenti, sistemò tutto ed ordinò la sala riunioni .. che di lì a poche ore sarebbe stato il"campo di battaglia" in cui combattere la crociata. Finita la sessione di pulizie, provò ad aprire la porta dell'ufficio di Rick per dare un spolveratina, ma la trovò chiusa. Temeva che quel cretino avesse lavorato tutta la notte e si fosse addormentato li dentro il che avrebbe significato un direttore creativo impresentabile. E invece dopo dopo arrivò con il pc sotto il braccio ed in mano una cartellina piena cartoncini sui quali era spiegato lo storyboard.
"Ciao Kate. Io vado in ufficio a ripassare.. tu sistema tutto poi quando arrivano stacca il centralino e vieni in sala riunioni con me. Devi essere la mia assistente, dato che il nostro copy è in ferie e io mi sono fatto tutto da solo."
"Bene,Rick .. come vuoi."
Passarono le ore senza che se ne accorgessero ed alle 9.55 precise suonò il campanello dell'agenzia. Kate andò ad aprire con una naturalezza mal dissimulata e fece accomodare Papa, Vicepapa e guardie del corpo in sala riunioni, dove Rick li stava già aspettando. Lei staccò il centralino e si infilò in sala.
Rick stava illustrando alle loro Santità lo storyboard dello spot che gli avevano commissionato. "Cazzo - penso lei- Rick è proprio un genio quando ci si mette ..". Lo spot che Rick aveva inventato e stava raccontando non aveva parole ma comunicava benissimo con le immagini il messaggio che il clero voleva comunicare: la castità prematrimoniale.
Ora mancava solo il claim finale, la frase ad effetto, la chiusura di quello spot così perfetto.. Rick non poteva sbagliare. Kate sapeva però che lui non etra un copy, non era esattemente un maestro con le parole quindi incrociò strattissimamente le dita perchè Rick stava arrivando alla fine della sua presentazione.
"Ed ecco a voi, Santità- stava dicendo Rick proprio in quel momento- lo spot si chiude poi con l'ultimo fotogramma: sfondo nero ed il claim:
"Anche prendendo le dovute precauzioni, un rischio c'è sempre. Scegli la strada della castità."
Il Papa rimase in silenzio ed annuì. Gli era piaciuto. Quando se ne andarono i prelati Kate e Rick si abbracciarono. Lei si complimentò con lui ma non potè fare a meno di chiedergli: "Ma da dove cazzo hai tirato fuori una claim del genere!?"
Lui le rispose: "Beh,era una vecchia idea per una campagna .. che quelli della Durex mi avevano bocciato!"
Primo raccontino
L’uomo continuava a ripeterselo mentre procedeva da solo lungo il ciglio della strada.
Camminava all’indietro, in modo da poter vedere le vetture che giungevano e poter così esibire in tempo il pollice alzato.
Cercava qualcuno che gli offrisse un passaggio.
La destinazione non aveva importanza.
La sola cosa che importava era la persona che l’avrebbe accolto in macchina, perché quella persona sarebbe stata la sua prossima vittima.
L’uomo era un assassino.
Un tempo, quando era ancora ragazzo, le parti erano invertite.
Lui era quello che guidava, e le sue vittime gli ignari autostoppisti.
Ma le cose non potevano funzionare in quel modo.
Anzitutto non era mai certo di trovare qualcuno bisognoso di un passaggio, e i suoi bisogni non potevano attenersi al caso.
Inoltre, anche se si prometteva sempre di non ricascarci, stando alla guida aveva modo di effettuare una selezione sulle sue prede.
Gli autostoppisti a lato della strada sfilavano davanti a lui come pietanze sul banco self-service di un ristorante, e lui poteva sempre scegliere ciò che preferiva: dolce o salato, uomo o donna, carne o verdura, giovane o vecchio.
In questo modo però si era ridotto, nel corso degli anni, a scegliere sempre la stessa tipologia di individui, che risultava ormai quasi una pietanza insipida.
Ormai era diventata una noiosa routine.
Quella notte, quindi, aveva deciso di cambiare, di cercare una nuova emozione, mettendosi nei panni di quella che solitamente era la sua preda.
Si sarebbe aspettato di essere spaventato, ma non lo era.
Provava solo una lieve euforia.
D’altronde, si ripeteva, non c’era nulla da temere dall’ignoto.
Finalmente un’auto si fermò accanto a lui.
“Dove stai andando?” chiese il ragazzo alla guida.
L’uomo lo guardò. Aveva un aria familiare, dove l’aveva già visto? “Vado dove vai tu”.
“Ok, allora salta su” disse il ragazzo aprendogli la portiera.
Il principio alla base dell’autostoppismo è la fiducia reciproca. Chi accoglie uno sconosciuto nella sua auto non può sapere quali siano le sue reali intenzioni, ma allo stesso modo anche la persona che sale ignora quelle del conducente.
Non appena la macchina ripartì l’uomo si mise a osservare il ragazzo al suo fianco, la sua prossima vittima.
Doveva avere circa vent’anni, ed aveva una corporatura simile alla sua. Ma sopraffarlo non sarebbe stato un problema: lui aveva dalla sua l’esperienza.
Quello che lo turbava era l’idea di averlo già visto da qualche parte. Dove poteva averlo già incontrato?
Pensò che negli anni aveva viaggiato in lungo e in largo per la nazione, e quindi era facile che il volto gli ricordasse qualcuno che aveva conosciuto.
Ma no, non poteva essere quella la spiegazione. Il ragazzo aveva un’aria troppo familiare, sembrava un amico, un fratello perduto.
Malgrado questi dubbi, si disse, doveva procedere, doveva portare avanti il suo intento. Arrivati a questo punto doveva solo convincere il ragazzo ad accostare con la scusa di prendere qualcosa dalla borsa che aveva messo nel bagagliaio, poi l’avrebbe convinto a uscire dall’auto e…
Ma proprio mentre rifletteva sul da farsi si rese conto che il ragazzo alla guida era uscito dalla strada principale per imboccare una via secondaria. Poco dopo abbandonò anche quella strada per prenderne una sterrata, ed infine si fermò in un luogo isolato.
L’uomo non capiva perché il ragazzo avesse fatto ciò, ma si disse che era un problema in meno per lui.
D’un tratto il ragazzo scese dall’auto.
Perché l’aveva fatto?
Non aveva importanza, pensò l’uomo scendendo a sua volta.
Era giunto il momento di compiere l’ennesimo omicidio.
Si girò verso il ragazzo, ma proprio mentre stava per fare la sua mossa lui lo precedette.
L’uomo ebbe solo un attimo per vederlo, per vedere lo stesso sguardo folle che anche lui riservava alla sue vittime prima di aggredirle, poi il ragazzo si lanciò su di lui.
Con un movimento istintivo si scansò, e rapidamente si voltò per vedere il suo aggressore.
Il ragazzo stava di fronte a lui con in mano un coltello.
Voleva uccidere.
I due iniziarono a lottare, ma in breve l’uomo ebbe la meglio sul ragazzo. Gli strappò il coltello di mano e glielo puntò al petto.
Il ragazzo lo guardo disperato, e finalmente il suo volto fu a una distanza tale da essere riconoscibile.
Quel volto, l’uomo l’aveva visto ogni volta che si era guardato allo specchio.
Quel volto era il suo.
Quel ragazzo era lui.
Era lui da giovane.
E ora si divincolava sotto di lui.
Non poteva ucciderlo.
Che ne sarebbe stato di lui se avesse ucciso il sé stesso del passato?
“Non c’è nulla da temere dall’ignoto” si disse.
E affondò la lama nel petto del ragazzo.
I diari di Gauss
“Che noia” - pensò fra sé e sé - “non c'è modo migliore per farci odiare la materia. Che senso ha avere testa per pensare quando poi ti vengono chieste simili banalità meccaniche! Qual'è la somma dei primi CENTO numeri poi? Perché non mille, diecimila, centomila?! Lo so io il perché. Sommare cento numeri è un lavoro lungo e fra un'ora quell'odiosa maestra si sarà sbarazzata di noi mandandoci a casa.”
Iniziò a pensare quando aveva acquistato quel blocco, nella bottega di fronte alla scuola. Ogni giorno ci passava davanti sognando di avere un quadernino come quello degli altri studenti, con la copertina in pelle e le pagine candide e profumate di nuovo. Un giorno ci era pure entrato, chiedendo i prezzi di quasi tutto quello che vedeva. Aveva poi cacciato le mani nelle tasche contando rapidamente i soldi che conteneva passando le monete fra le dita. Non avrebbe potuto permettersi nemmeno il più infimo fra i blocchetti di quel rivenditore. Vide poi un ingiallito quaderno vicino alla cassa, con la grigia copertina di cartone.
“Me lo vende quello?” - disse, rivolgendosi al commerciante.
“Cosa? Questo vecchio blocchetto che uso per i miei conti?” rispose con uno sguardo di stupore.
“Vedo che è appena iniziato. Vende gli accessori per scrittura più belli di tutta la città e si riduce a scrivere le sue cose su un bisunto straccio di carta?” lo incalzò il piccolo Carl.
“Va bene, come vuoi tu! Quanto mi dai?”
Carl si limitò a svuotare le tasche rovesciando poi gli spicci sul bancone.
“Affare fatto.” disse il venditore strappando le tre pagine di conti scarabocchiati.
Il bambino afferrò avidamente il quaderno uscendo dal negozio soddisfatto. Ora anche lui aveva un diario personale dove annotare i suoi pensieri. Passando di fronte alla grande biblioteca della città, si era fermato per guardare i libri, sfogliarli, assaporarne l'aroma. Aveva poi passato un dito sul grosso tomo di Euclide, quello famoso per i postulati. Si accorse quanta polvere vi si era depositata sopra e di quanta poca sotto. Si sedette ad un piccolo scrittoio, aprì il libro e iniziò a riportare le geniali intuizioni di quel matematico antico, che sentiva simile a lui. Fu l'unica cosa di terzi che scrisse sul suo quaderno, quasi per onorare quel grande genio.
Ora doveva fare quello stupido conto. Stancare la mano e non la mente a scuola, in quel posto di cultura! Carl non sapeva ancora quante cose avrebbe scoperto, ma in quel momento pensava solo a quanto i numeri, i suoi amati, gli fossero di intralcio.
Si arrabbiò, pensando “Siamo i divini creatori di questo mondo di regole, di schemi, di numeri. Siamo gli allegri pittori di questa tela di intuizioni, di queste opere d'arte della fantasia. I numeri però, seppur da noi creati, godono di proprietà che non avevamo previsto, come se avessero preso vita. Magari proprio adesso stanno cercando di parlarmi, di dirmi che questo conto non è necessario, che ci sono altre vie che loro stessi hanno inventato per semplificare”
Poi, ad un tratto, i numeri iniziarono a sposarsi. Il più piccolo con il più grande, formando sempre la stessa coppia. Come accompagnati da una strana musica, cento iniziò a ballare con uno, novantanove con due e così via. Avevano iniziato questa quadriglia dove tutte le coppie erano identiche, seppur composte da elementi diversi. Cinquanta volte centouno! Scrisse il risultato sul quaderno, e lo portò alla maestra, allibita.
“Carl, ti stai giocando di me?” disse la giovane educatrice battendo la stecca sulle nocche del povero bambino. “Non puoi averlo fatto a mente! Vai al posto e non ci provare più!”
La maestra non conosceva il risultato dell'operazione, ma sicuramente un bambino di dieci anni non avrebbe potuto metterci così poco. Gauss, dal canto suo, capì come la maestra non potesse crederci se non dimostrato. Si mise quindi a creare uno schema e giustificò il suo risultato. La giornata di scuola era ormai finita e la maestra scoprì che cinquemilacinquanta era proprio il risultato corretto, andando a casa chiedendosi come quel piccolo scolaro avesse fatto.
Gauss diventò un famosissimo matematico, noto a tutti i popoli a venire. Il suo blocco per gli appunti venne riempito di favolose innovazioni, dalla curva tanto odiata dagli studenti di statistica alla negazione del quinto postulato di Euclide. A volte non serve un quaderno costoso per scrivere grandi idee.
martedì 13 marzo 2012
la porta scorrevole
mattina, 8 ottobre 2010, ore 10
sera, 26 giugno 2011, ore 22.35
pomeriggio, 2 febbraio 2012 ore 16.30
una mano che saluta, una corsa o dei palloncini, una lacrima, nella mente le immagini si confondono ma la sensazione rimane la stessa. L'ignoto che si fa bagaglio, troppo grande, troppo piccolo, sempre troppo pesante. Il metal detector, il tornare indietro, il palpaggio della poliziotta, è sempre il braccialetto argento, maledizione. Le scale mobili, il beauty free e l'attesa sulle sedioline di plastica blu. Le mani prudono e il cuore è in tumulto. Poi le nuvole, sempre diverse, le luci della città, il mare che si fa oceano. Il sonno che arriva e la mente si assopisce.
La lotta per il bagaglio a mano e poi la porta scorrevole. Al di là una faccia, una città, un'ignoto. Un'ignoto che eccita e fa tremare la gola, i calzini sono troppo caldi o troppo freddi, non sapere cosa accadrà, come la piccola me affronterà la grande me. Come l'innocenza coinciderà con lo scetticismo. L' ignoto fa paura, stronzate a chi dice il contrario. Che fosse l'8 ottobre, il 26 giugno o il 2 febbraio la mia mente non sa distinguere, il tremore era lo stesso, due secondi di esitazione dietro quella porta, sapendo che in dieci piccoli passi l'ignoto sarebbe diventato realtà, una realtà. La vecchia me sarebbe diventata una me più saggia, più confusa, certamente sempre più alla ricerca.
Perchè è vero che l'ignoto fa paura, ma è fottutamente irresistibile.
lunedì 12 marzo 2012
Un giglio appassito
La fronte corrugata di David lasciò trasudare una goccia salata, che, cadendo, andò a macchiare l'inchiostro dei fogli confusamente sparpagliati sulla sua scrivania. Il sudore che pian piano veniva assorbito dalla porosità della carta lo fece destare dalla profondità del suo complicato ragionamento. Guardò fuori dalla finestra, dove le prime luci dell'alba iniziavano a filtrare dalle ingiallite persiane. Estrasse dal taschino un piccolo orologio, eredità del vecchio padre defunto. Era giorno, di nuovo. Si alzò dalla sedia guardando ancora un attimo ciò che aveva scritto, poi passò una mano fra i capelli scompigliati dalla nottata in bianco. Andò al lavello, ci versò un po' d'acqua dentro, e con due mani si sciacquò la faccia stropicciandosi gli occhi. Si spolverò accuratamente le spalle, prese degli appunti ed uscì di casa. La città si presentava ancora come un disordinato scenario postbellico, macerie erano ancora in mezzo alla strada e nel tragitto per l'università non era difficile trovare qualche frammento rugginoso di bomba. Di quella guerra finita due anni prima più nulla interessava a David, che era soldato di un'altra guerra ormai. La crisi dei fondamenti della matematica. La bomba era arrivata dal Galles, vent'anni prima, da un giovane filosofo chiamato Bertrand Russell. Quel paradosso, che ancora oggi interrogava ed interessava i matematici di tutto il mondo diede l'impressione che il periodo d'oro della logica e della matematica erano ormai tragicamente finiti. Dall'idea di scienziato che, sopra le parti, era l'unico prescelto a capire e spiegare le complessità del mondo, si era passati alla confusione nella quale la madre di tutte le scienze era rimasta screditata. David aveva gli occhi fissi, si muoveva come un automa, mentre nella sua mente un mare di antinomie lo impensieriva. Una volta giunto di fronte alla facciata dell'Università di Gottinga si fermò, volse lo sguardo verso l'alto e la guardò interamente. Quanti secoli di storia erano passati fra quei bassorilievi, quanti colleghi lo avevano preceduto fra i colonnati del chiostro. Ancora il fascino di Gauss e Riemann non erano svaniti, nell'aria aleggiavano i loro pensieri rivoluzionari, le loro ipotesi, i loro teoremi. Qualche vecchio professore ormai segnato cerebralmente dall'età avanzata, diceva di averci lavorato insieme, di averli visti fissare quella facciata così come faceva David in quel momento. Sistemò la cravatta e si addentrò nell'atrio dell'edificio che portava al chiostro attraverso una porta di vetro laterale. Arrivato lì si sedette su una panchina mentre studenti e professori gli passavano a fianco intenti a raggiungere le proprie aule. David non si curò di loro, estrasse nuovamente i suoi appunti e si mise a fissarli, ritornando subito nella concentrazione più assoluta. Qualsiasi cosa avrebbe potuto succedergli davanti, non l'avrebbe disturbato. Dopo pochi minuti, una mano gli si appoggiò sulla spalla mentre una voce di donna lo chiamava.
“Professore? Mi dispiace disturbarla ma eravamo d'accordo di trovarci qui alle 8.00”David, per un momento si indispettì. Chi aveva avuto l'insolenza di toccarlo disturbandolo dal suo pensiero? Alzò lo sguardo velocemente fino ad incrociare quello della ragazza, che lo guardava timidamente. Subito si intirizzì sulla panchina, sistemando goffamente i fogli che aveva raccolto dalle ginocchia.
“Buon... buongiorno carissima Linda”disse con voce sommessa. Prese il cumulo disordinato di carta e lo spinse all'interno della borsa di pelle marrone estraendone un piccolo fiore appassito.
“Questo l'ho colto per lei”le disse, porgendoglielo. Il bel giglio che aveva colto la sera prima era ormai morto, aveva i colori spenti, come se fosse rimasto tutta la notte in quella borsa.
“Ieri questo fiore era come lei: fresco, profumato, bellissimo. Oggi assomiglia più a me: rinsecchito, spento. Mi dispiace non averlo tenuto al fresco, ma il fatto che sia vecchio spero non lo renda meno affascinante.”David era una persona molto intelligente, dall'ineffabile arte di pensiero ed oratoria, ormai prossimo ai sessant'anni d'età. Linda era una giovane dottoranda in matematica. Aveva la pelle candida e pulita, due occhi grandi e profondi. I suoi capelli, non troppo lunghi, venivano giù come una cascata, leggermente mossi e con un risvolto verso l'alto in fondo. Quando si avvicinava alle persone un dolce profumo inebriava le narici degli astanti, che ne rimanevano visibilmente colpiti. Anche lei era molto intelligente, bene sapeva reggere una discussione con il vecchio professore. Alla vista di quel fiore appassito la ragazza spalancò gli occhi e prese a pensare profondamente. Era visibilmente imbarazzata da quel gesto.
Nel mentre David, che aveva colto la fissità nello sguardo di Linda si disse fra sé e sé:
“Perché non è tutto semplice come la matematica! Certo, ci vuole un po' per impararla e introiettarla ma poi la si padroneggia da maestri. Con cose semplici si costruiscono cose via via sempre più complesse, è questo il bello. Bastano poche regole per fare tutto. Assiomatizzare la vita, ecco cosa servirebbe.”La ragazza si schiarì la voce con un colpo di tosse e disse:
“Caro professore, non ho capito perfettamente quali siano le sue intenzioni, e sebbene sia una persona affascinante e intelligente forse ha frainteso i miei comportamenti. Il mio interesse per lei è puramente accademico. Sto per fidanzarmi con un letterato, le nostre famiglie sono già informate. Guardi, non ne abbia a male, spero che voglia ancora dedicarmi il suo tempo.”Si alzò, sollevando leggermente un lembo della lunga gonna in segno di riverenza.
David aveva ancora gli occhi fissi. Quella parola, “assiomatizzare”, l'aveva bloccato. Tirò fuori gli appunti e li dispose per terra di fronte a sé, sull'erba. Si alzò per poi abbassarsi in tensione sulle ginocchia, guardando il proprio lavoro. Quella era la risposta, il modo di uscire dalla crisi. Formalizzare tutto. Assiomatizzare tutta la matematica a poche regole che sarebbero poi servite per dedurre tutte le altre.
Alcuni anni dopo David venne a sapere che Linda aveva lasciato il dottorato in matematica per scrivere poesie. Questa notizia lo fece sorridere, pensando al giglio che aveva lasciato marcire nella sua borsa prima di disfarsene, come se quel fiore rappresentasse il lento degradarsi dei suoi sentimenti per lei. Disse:
“Non sono sorpreso. Non aveva abbastanza immaginazione per diventare un matematico”.


