L'incipit della settimana

ELABORATO TESTUALE DI TOT PAROLE: "L'antico vaso andava salvato"
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RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
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lunedì 6 febbraio 2012

hgewfhgfeg Laura. Erba hfhhdn maglione: herffrgb compleanno.

Perché Laura mi aveva lasciato, così all’improvviso?

Ricordo ancora lo scorso marzo, ci trovammo in un bar, «ascolta sei libero oggi alle 2, per un caffè?» «Perché? Beh, sì, il negozio apre alle 3.. facciamo dal pakistano?»«Sì, va bene. Alle 2, allora». Una faccina contenta, la sua, il solito cappotto blu, la solita andatura camminata portamento innaturale (un due piede avanti – punta – avanti l’altro) per la quale in molti erano a commentare eroticamente quei passi che fino a quel mese sentivo anche un po’ miei. Si toglie gli occhiali da miope, annebbiati, ordina un caffè «uno anche per me, grazie», e poi, quando il giovane arriva al nostro tavolo, la scena dai vetri del locale poteva più o meno sembrare questa: una ragazza che gira il suo cucchiaino nella tazzina, ne beve l’amaro contenuto e dice qualcosa al protagonista; ecco la giovane prendere la sua borsa di tela lasciare il soldo sul tavolo e andarsene. E io la guardai prendere la via d’uscita, e cosa potevo fare secondo voi?

Poche ore dopo mi accorsi dell’accaduto. Troppe cose dopo quella frase di addio: pagare la consumazione, andare all’auto, cercai di uscire dal parcheggio, piansi perché la mia macchina si era scontrata con il parafango della Panda che avevo dietro. Non vidi semafori, non vedo un amico che su via Aliprandi mi saluta. Occhi annebbiati, occhi che… C’era da aprire il negozio, il signor Malaschini venne puntuale a prendere le sue camicie stirate. Classici profumi da lavasecco, «e guardi che se non leva il cappuccio noi non possiamo poi farci niente se con il tetracloroetilene poi si rovina il tessuto, signora». Lo dissi per tre volte, quella giornata, e Laura stava nei solventi, nei silossani e nell’anidride carbonica liquida, in quel vestito di seta che fu appeso in negozio aspettando che una certa signora Maldrés venisse a riprenderselo, nei 230 gradi del lino, nei 148 di lana e viscosa, nei 204 del cotone. Arrivai a casa, stremato. Mangiai perché non avevo fame, in fondo Laura stava anche in quella scatoletta di tonno e piselli, e cercai di capire perché.

Perché Laura mi aveva lasciato?

Provai a pensare a tutti i motivi per i quali avrebbe potuto fare una cosa simile: tra di noi era finito l’amore? Si era innamorata di qualcun altro? Pensavo fosse impossibile: no, Laura questo me lo avrebbe detto, i fatti potevano smentire questo dubbio, a consumarci tra i sedili giusto una settimana prima, i nostri piedi incastrati tra i tappetini dell’auto, occhiate delle diciottenni a noi addossati alle pareti del Garten, rossetto slabbrato sul suo viso pallido, e poi a casa, finivamo discorsi lasciati a metà e là tra le lenzuola i suoi capelli neri, parole sublimate, e nei suoi occhi nessun altro traspariva, nessun altro figlio posticcio di Graham Coxon poteva entrare nel suo cuore, era impossibile che si fosse innamorata di un cliente del suo negozio. Che cosa, allora? Non mi piaceva la sua famiglia, certo, e lo sapeva: quel fratello così perfetto, laurea in economia e un posto in banca, e il padre e quelle sue maniere in decomposizione e io «Porto fuori Laura» ma nessuno ascolta, e se mangiare da loro la domenica significava trascorrere il pomeriggio a dibattere di calcio e politica, i due maschioni della compagnia con i loro capelli a spazzola, allora io e Laura fuggivamo.

I litigi accadevano per motivi disparati. Il gatto Milou che non volevo tenere nel mio appartamento, la musica da far girare per casa, le stanze che andrebbero arieggiate con qualcos’altro mi diceva, «Ma perché sempre Risingson, sempre quel dannato disco..» un giorno tornai e cerco ma chissà dov’è finito. «Boh, cosa pretendi di trovare in tutto quel casino che hai..» ma tutto finì lì. Altre volte ci si pungeva per i ritardi comuni, film saltati ai titoli di testa perché Laura non arrivava agli orari stabiliti, e io che andavo a prenderla quando i concerti erano già iniziati. E, qualche giorno prima dell’addio, la questione di quel ridicolo maglione verde.

Laura diceva che era bellissimo, appena arrivato in negozio lo aveva messo da parte per me. Si trattava di un maglione taglia L verde erba vivo. Vivo, sì: non era fatto di lana, cotone, angora, cashmere; la sua composizione era unicamente di materiale biodegradabile, mi spiegò Laura. «Un importante designer australiano realizza questi capi di vestiario partendo da una base di terreno racchiusa in una maglia di fibre vegetali, e da un’innaffiatura con canaletti interni ad essa ne fa spuntare l’erba in superficie». Il pullover presentava infatti qua e là ciuffi di erbe più o meno curate, e Laura era tutta contenta a spiegarmi come le erbe usate fossero cicoria (piccoli fiori blu erano sparpagliati qua e là sui polsini e sulle cuciture delle maniche) e verbena. A guardare più da vicino, si notavano dei piccoli animaletti camminare sulla superficie del maglione, moscerini volteggiavano su una fogliolina quadrilobata all’altezza del girocollo; ma la mia sorpresa fu grande quando scoprii la vita all’interno del maglione appoggiato sul tavolo. Risvoltandolo con cautela, scoprii che l’interno era innervato di piccolissime radici che si allargavano per tutta la lunghezza del mio regalo di compleanno. La sottile rete fibrosa riusciva a trattenere in maniera egregia il terriccio che consentiva all’erba di poter costituire la superficie del golf, ma attraverso piccoli movimenti di essa erano visibili alcuni vermetti scuri che si agitavano nel sottobosco di quel maglione. «Starai caldissimo con questa maglia e credimi, è davvero un capo molto originale» mi diceva Laura tutta contenta per quell’assurdo affare che avevo tra le mani. Non aveva l’aria di prendermi in giro, questo lo si vedeva da una luce di contentezza che le si leggeva negli occhi, ma credo neppure avesse avuto un briciolo di lucidità nel pensare che io avrei potuto indossare una cosa vivente a contatto con la mia pelle. E poi, come avrei fatto a lavarlo a secco?

Le dissi che io no, io comunque non avrei indossato maglioni verdi… «Credimi Laura, l’idea dell’erba è bellissima, ma a me questo verde non piace. L’autore dell’incipit di questo racconto vuole..vuole che io trovi una metafora per questo verde..e davvero penso che solo un soldato possa permettersi di portare un capo così perfettamente mimetico; scusami, ma io non posso accettarlo». Appallottolai in qualche maniera il maglione che mi ritrovavo nelle mani, cercando di non toccare le formiche che sgattaiolavano qua e là nelle placche di quel piccolo terremoto che creavo nell’erba continuando a maltrattare il pullover, e riconsegnai a Laura il mio regalo di compleanno. «Scusami», le dissi, ma davvero quel maglione mi ripugnava fortemente. Non seppi se in quel momento lei se la prese o meno, mise nel suo sacchetto il golf e mangiammo, senza gusto, senza dire una parola. Non uscimmo, dovevamo raggiungere degli amici per poi andare a ballare e festeggiare, ma restammo a casa. Non abbiamo fatto l’amore quella notte, Laura se andò prestissimo con la sua auto, e dai suoi occhi capivo di averle dato una cocente delusione.

Il giorno dopo mi telefonò al Lavaggio a Secco, mi chiede come sto, si scusa per quel regalo, dice di averlo venduto ad un signore che ogni domenica si fissa davanti a Lineaverde e lascia andare a messa, da sola, la moglie. Ma qualcosa è cambiato, nella sue parole, e mi sembrò di sentire un lieve tono dimesso.

Fino a quel giorno in quel bar. Ma non poteva essere certo per quel maglione. Ma allora perché Laura mi aveva lasciato?

Verde Miranda

"Io comunque non avrei indossato maglioni verdi. Indossare maglioni verdi è fuori luogo: come mettere dei pantaloni a zampa negli anni 80.” Era iniziata così l’arringa di Miranda: la più cattiva di tutte le avvocatesse, la più spietata di tutte le giuriste del tribunale delle moda. A lei non sfuggiva nessun dettaglio ed era pronta a trascinare in tribunale chiunque commettesse l’errore di passare davanti ai suoi occhi con qualche cosa di fuori posto nel suo outfit.
“Un maglione verde – continuò Miranda - è il simbolo di provincialità e bruttezza, secondo solo al calzino di spugna con sandalo alla tedesca. Vostro Onore, la realtà è che mettere un maglione verde al giorno d’oggi è attività che andrebbe punita con l’ergastolo. E ciò, mi sia permesso dirlo, non può contare su nessun tipo di attenuante.. la sua inadeguatezza vale per ogni tonalità:
verde acido : il fatto che stia bene a qualche donna è da considerarsi spia d’allarme
verde bottiglia : accettabile solo dopo averne svuotate un paio
verde erba : inguardabile, buono solo da fumare
verde foresta : piace solo agli indigeni che ci vivono in mezzo
verde mare : siamo a sottomarina, non di porto cervo
verde medico : fatti curare
verde mela : l’errore di stile da cui iniziò l’eterna dannazione
verde muffa : una realtà da bonificare
verde muschio : accettabile solo sul presepe
verde oliva : aperitivo che preannuncia abbuffate di cattivo gusto
verde pera : piace solo in coppia
verde petrolio : sfortunatamente questo è un colore rinnovabile
verde pisello : seppelliamolo sotto 7 materassi
verde semaforo : da sempre il via libera ad outfit imbarazzanti
verde smeraldo : il peggiore, inganna legando il suo nome ad un pietra preziosa ma è una patacca.

Vostro Onore, troverete conferma della mia tesi nei cataloghi Autunno/Inverno di Gucci, Prada, Zara ed H&M che vi ho portato come prove. Nessuno, ma dico nessuno, ha previsto dei capi che ricordino una sola di queste tonalità.. e non sto parlando solo di haute couture, ma anche di grande distribuzione. Il verde è assolutamente bandito e chiunque lo indossi va punito, ed è per questo che richiedo il carcere immediato per l’imputata in attesa di una pena esemplare.. perché la moda non ammette ignoranza.”
“Signorina, signorina!”, una voce la chiamò.
Miranda fece un mezzo coccolone. Si destò dal suo “sovrappensiero” e realizzò che non era in tribunale, ma in negozio.. come tutti i giorni. Miranda, infatti, non era una giurista ma faceva la commessa in un grande magazzino e quella che la chiamava era la signora Cinzia alla quale poco prima aveva indicato i camerini di prova. La signora Cinzia, che ad occhio portava una 48, si era voluta provare un maglione di lana verde scuro, taglia 44. Come potete voi stessi immaginare la signora assomigliava più ad un enorme carciofo che ad una modella da catalogo. “Allora, signorina? Che dice, mi sta bene?”, insistette la signora che cercava disperatamente un’approvazione. Miranda fece uno sforzo per dimenticare il suo sogno e rientrò nei panni della brava commessa: “Signora, me lo lasci dire.. questo maglione le sta divinamente. E poi il verde quest’anno è proprio di moda!” e chiuse il tutto con un sorrisone. Aveva fatto felice un’ altra cliente e venduto un altro maglione per la gioia del suo portafoglio ma le veniva da piangere: odiava sacrificare lo stile.

1912 - 1954

“Sta uscendo quello schifoso!” disse uno dei ragazzi nella folla fissando la cima delle scale del commissariato di polizia. L'animo di tutti si scaldò in un attimo, alcuni alzarono velocemente dei cartelli di cartone improvvisati, altri iniziando a gridare frasi irripetibili. “Devi morire, schifoso pederasta!” disse il più giovane del gruppo, tentando di lanciare un uovo. Afferrai il braccio del ragazzino, strattonandolo. L'uovo, che ormai aveva ricevuto la forza sufficiente per spiccare il volo, partì roteando verso la direzione del povero Alan, che scendeva la scalinata con una mano nella tasca. Colpita la fronte, l'uovo si ruppe in mille pezzi, macchiando di albume e tuorlo la sua elegante giacca, nonché rovinando la pettinatura pressocché perfetta dei suoi capelli bruni divisa in due parti da una riga. Neanche la vista della sua cravatta irrimediabilmente rovinata ne tolse lo sguardo pensieroso dal volto. Quello sguardo lo conoscevo bene, erano ormai alcuni anni che lavoravo con lui, dalla fine della guerra. Matematico illustre, filosofo eccezionale, iniziai a seguire il suo lavoro da metà degli anni trenta, mentre riceveva il suo dottorato in ricerca. Io allora ero un semplice studente non ancora laureato di Cambridge ma quel ragazzo iniziò ad affascinarmi, con la sua aria assorta ma con la sua mente geniale. “Smettetela, il dottor Turing non è solo un genio, è un eroe!” dissi, facendomi spazio spintonando la folla che tentava di sfondare il cordone di polizia che lo proteggeva da una sicura linciata. “Alan!” gridai, allungando un braccio verso di lui attraverso le guardie, sfiorandone leggermente la morbida e rasata pelle del volto. Lui non se ne accorse nemmeno. Avrei dato migliaia di sterline per sapere che cosa avesse nella testa in quegli istanti. La fulminea intuizione seguita da un lento ed accurato lavoro universitario, ne consacrarono il successo. Una macchina che potesse essere “universale”, che potesse risolvere qualsiasi problema l'uomo le insegnasse a risolvere grazie ad un numero finito di regole. Sicuramente Gödel sarà schizzato sulla sedia, alla lettura di quell'articolo. Poi certo, iniziò la guerra e di tempo per stupefacenti formalismi e macchine ideali ad Alan non ne rimase poi molto. Se non fosse per lui oggi parleremo tutti tedesco, ne sono sicuro, scommetterei la mia stessa vita per dichiararlo. Aver rubato una di quelle macchine da scrivere cifranti naziste fu importante, ma non quanto averla data in mano al giusto gruppo di ricerca, che in poco tempo grazie alla formidabile propensione di Alan alla crittanalisi riuscì a “scardinare” il codice, permettendo di intercettare e decodificare tutte le comunicazioni tedesche. È possibile che debba ricordarlo io a questi bigotti ignoranti che ora lo insultano? Ormai membro della società reale, iniziai ad assisterlo nei suoi lavori. Non che ce ne fosse bisogno, sia chiaro, ma una mente così sovraccarica di idee doveva essere seguita da una che invece tentasse di riportare le intuizioni e darne una forma stampabile. Così pensieroso non si accorse mai veramente della mia presenza, mentre ero lì a ricopiare le sue infinite lavagne prima che le cancellasse preso dalla smania di completare una dimostrazione. Ero lì ad ascoltare anche mentre ad alta voce parlava da solo di come un test basato sul gioco dell'imitazione potesse definire una macchina “pensante” oppure no. 1950. Nelle case ancora non arrivava l'acqua potabile e lui pensava già alle “macchine pensanti”, all'intelligenza artificiale. Poi arrivò quel dannato criminale, quel ragazzino, Arnold. Con l'inganno si fece invitare a casa di Alan per rubargli tutto, dopo ovviamente avergli fatto credere che l'amava. Va bene, qui Turing peccò di ingenuità, andando a denunciare il furto alla polizia dichiarando la sua relazione co il giovane Arnold. Che cosa avrà pensato di ottenere? L'avrà saputo che relazioni di quel tipo sono perseguite dalla legge al giorno d'oggi. Comunque, dopo la condanna per atti osceni decisero di offrirgli un alternativa farmacologica al carcere, per “curare” la sua condizione. Oggi sarà finalmente libero, potrò finalmente ricominciare a lavorare con lui, ad ascoltare affascinato ogni logica parola uscire dalle sue labbra. Non so come andrà a finire ma il dottor Alan Turing ci stupirà ancora.
 “Hyperboloids of wondrous Light Rolling for aye through Space and Time Harbour those Waves which somehow Might Play out God's holy pantomime” 

 Il 7 giugno 1954 il matematico Alan Mathison Turing muore suicida ingerendo una mela avvelenata con il cianuro dopo gli enormi scompensi fisici causati dalla cura a base di estrogeni.

lunedì 30 gennaio 2012

Chiavi in tasca. (Un età che non passa mai)

Il faccino più bello della Renania usava sollazzarsi nelle giornate odorose di margherite e Lillà, lungo il torrrente che correva oltre le mura della sua tenuta di campagna.

Ivi portava con sé le sue ancelle, adornate delle migliori trine e trame d' oriente e d' occidente.

Il suo liuto poggiava svogliatamente sul grembo. Era stato costruito con i migliori e più pregiati legnami del paese, odoroso di mugo selvatico.

Se appoggiavi l'orecchio alla noce pregiata potevi udire distintamente il vento che ancora carezzava delicatamente le cime degli abeti neri.

E poi Il suo volto.. il..suo...sguardo di frontiere sconosciute e inavvicinabili..



S. attendeva con ansia il momento in cui questa stronzata avrebbe finalmente abbandonato i suoi pensieri.

Tamburellava le dita agitate sul volante, controllando sul cruscotto i minuti fuggitivi che la separavano dalla destinazione.

Gli ac dc erano decisamente monotoni, nati per inibire il sistema nervoso centrale e rimbecillire i padiglioni auricolari. Abbassò con un gesto infastidito il volume, aprendo la via al silenzio che proveniva dalle piantagioni di kiwi della campagna circostante.

La nebbia procedeva lenta,lasciando spazio al buio dei prati infiniti a cui faceva da grigio confine.

-Merda- urlò S.

Ancora una volta quel viso di porcellana si ripropose, ghignante e malizioso.

Perfetta Bambola, nella delicatezza dei capelli che ricadevano graziosamente attorcigliati sulle spalle.

Magnifica grazia con cui i suoi piedi toccavano il terreno senza produrre rumore.

Sovrana della perfezione,incarnazione dell' arte pura e fine a sè stessa.

La mano di S. giaceva ripiegata sul petto.

IL suo seno cadeva verso il basso, noncurante del vestito che aveva sicuramente previsto mammele dritte sull' attenti come soldati alla guerra.

Passò un dito sotto l' occhio sinistro, e si accorse del dolorante punto di gonfiore.

Il mascara metteva in risalto i suoi grandi occhi marroni, ma non era riuscita a farla diventare una donna.

“Baby Dolls fashion” professava Dior. “Cat eyes style” prometteva Maybelline new york.

Ma Battendo le ciglia impregnate di poltiglia scura e puzzolente nello specchietto destro, vedeva sempre e solo lo stesso quadro.

E il seno di lei. E Le sue mani sulla chitarra. La gola tesa di usignolo che incantava un pubblico solo.

Così, nel bel mezzo del nulla, la sua vecchia macchina decise di spegnersi prima di arrivare a destinazione.



O sarebbe meglio dire che S. prese le chiavi e le mise nella tasca.

E aspettò che tutto passasse, rassicurata dall'aria calda che sputava fuori la sua twingo a gasolio.

La serata sarebbe proseguita senza S.

Perchè Bisogna esserci predisposte, a fare la regina.

fabbisogno energetico.

Mi trovavo nel bel mezzo del nulla, quando la mia vecchia fedele auto decise di spegnersi definitivamente. Bene. Esclamai. Molto bene. E adesso? Provai a rimetterla in moto. Nulla. Insistei ancora e ancora, ma nulla di nuovo. L’idea di mettere mano a motori e olii e marmitte aveva il gusto di inutilità e possibile sterilità a vita della mia fida compagna auto. Cosicché m’ accomodai in posizione comoda e rilassata, e mi misi in attesa. Qualcuno prima o poi sarebbe passato: la possibilità di essenza del nulla era stata già falciata dalla mia presenza; l’inesistenza aveva perso la sua verginità e, da che mondo è mondo, la purezza, una volta sporcata, dimentica prestissimo il suo candore. Qualcuno sarebbe passato. Si trattava solo di aspettare. E l’attesa è di gran lunga più morbida e confortevole di un cofano sporco e fumante.

Con testa incappucciata, corretta dal finestrino, immobile, cominciai a immaginare la configurazione del futuro e sicuro buon sammaritano: un scuolabus di suore che m’avrebbe portato direttamente alla redenzione eterna e un pulmino di fricchettoni che dall’Andalusia andava in India, passando per la Patagonia, erano, rispettivamente, al terzo e secondo posto della classifica incontri-salvezza eccezionali. Il primo posto era occupato (per simpatia non per altro) dalla ragazza bella e provocante, ereditiera di film porno di una certa e quantomeno indiscutibile fattezza, , con 2 puppe che escono dal porta tette di due taglie in meno rispetto a quelle richieste (senza considerare il fatto che, in una giornata urtata dall’inverno, il bikini striminzito fosse di certo l’equipaggiamento più consone alle passeggiate domenicali nella terra del nulla). Immaginavo la scena: l’ abbassamento del finestrino accolto con un bel ciaoooo bel maschione. Hai problemi?. Si pupa. Tu invece hai delle belle poppe. Il mio problema è che ho la cappella in fiamme. E dopo questo scambio d’intellettualità affini, manifestazioni di gestualità erotiche ripetute e ripetute.

Inutile dire che tutto ciò non avvenne.

Intanto il tempo scorreva. E il disegno di ombre umane permaneva sogno. Orami avevo la consapevolezza, o l’illusione, di conoscere in ogni sua parte il sistema formato da auto e me medesimo: conoscevo il mio mondo in qualsivoglia suo particolare: avevo dialogato e ridiscusso con Ella Fitzgerald, unica audio casetta presente in macchina, avevo già nove pezzi da poter incidere in un sensazionale ipotetico Lp, dove la musicalità prodotta dalle meccaniche dell’auto era unica voce e poli strumento, avevo già tracciato di tratteggi e schizzi l’asfalto del nulla con gli sputi. Ciò dava sicurezza. In che modo avrei potuto lasciare questa sicurezza? Lasciare il certo per l’ignoto? Ma che cazzata.

Restavo ancora lì. Passarono giorni e settimane. Le proprietà del conosciuto duellavano con la noia. Ero diventato irrequieto scontroso insensibile. Immobile nell’attesa. Ma perché diavolo non passa nessuno? Perché? L’attesa porta sempre a qualcosa no? A quanto pareva l’unico incontro promosso dall’attesa era con la signorina autocommiserazione: quel velcro che t’abbraccia e t’attornia e t’ingloba. Ti regala la sensazione di dispiacere senza che esso si manifesti, poichè indossatore di vestiti silenti e trasparenti, brutali.

Dopo settimane, il sistema sicuro fornito dall’auto dominava sulla mia persona, oramai priva di qualsivoglia spinta vitale.

Sarà stato spirito di sopravvivenza. Non so. So che ad un certo punto mi strascicai fuori dall’auto, e iniziai a camminare, abbandonando quella struttura che mi partorì ma che voleva anche il mio assassinio.

M’accorsi che nel camminare mi stavo ri-creando: i muscoli atrofizzati rioccupavano l’accento della loro funzione, gl’occhi si liberavano dal monoteismo e l’immaginazione reiterava la sua fertilità. Crea marco. Crea! Ri – creati marco! Ri-creati! Promuovi una tua visione marco! Cosa vedi? Cosa vedi marco? Ogni gesto è una tua ri-creazione è una tua visione! Che bello marco! Che bello! Continua si così. Hai la bacchetta magica marco. Tutti l’abbiamo. Dopotutto anche dio provò la noia. E decise di creare.

domenica 29 gennaio 2012

Peggy

Si trovava nel bel mezzo del nulla, quando la sua vecchia fedele auto decise di spegnersi definitivamente. Provò a rigirare la chiave, ma niente. Scese e le tirò due calci per spronarla, ma ancora nulla. Allora passò a metodi più spirituali. Prima bestemmiò e poi pregò, nell'ordine:

santa Giuditta, patrona della marmitta

san Sebastiano, protettore del freno a mano

e san Costante, protettore del volante.

Ma niente, nemmeno coi santi c'era nulla da fare.. quella maledetta Peugeout non voleva ripartire. Certo, un po' gli scocciava dover cambiare macchina all'improvviso, ma ormai c'era da aspettarselo perché quella carretta aveva quasi vent'anni. Così si arrese e chiamo il carroattrezzi. Fine.

Per Peggy quella era proprio la fine. Sì, perchè lui non stava solo chiamando un carroattrezzi.. stava dichiarando la morte di Peggy, ma questo lui non lo immaginava nemmeno lontanamente. “Gli uomini non si rendono mai conto delle conseguenze delle loro azioni”, fu il pensiero di Peggy agonizzante. Peggy comunque era pronta e non aveva paura della morte perchè sapeva che la sua era stata una vita onesta. Non aveva mai lasciato a piedi il suo guidatore ed era sempre stata onesta nel segnalare per tempo quando la benzina stava finendo, in modo da non provocare sessioni di bestemmie che avrebbero negato il paradiso al suo guidatore. Nel giro di un'ora arrivò il traghettatore di anime meccaniche (che noi chiameremmo carroattrezzi) a prendersi la Peggy. Il meccanico accompagnò a casa il guidatore e poi traghettò Peggy oltre l'Archeronte, posandola tra una Panda del 92 ed una Golf che non era evidentemente morta di vecchiaia. Il meccanico parcheggiò il traghettatore al suo posto e se ne andò, lasciando le automobili sole finalmente libere di esprimersi. Un vecchio furgone Westfalia, che ormai stava da anni nella rimessa ed era la guida spirituale del gruppo, diede il benvenuto a Peggy benedicendo la sua anima. Tutti sapevano che per lei quelli erano gli ultimi istanti, certe cose tra simili si capiscono. E così le lasciarono tutto il tempo di cui aveva bisogno per esprimere le sue ultime volontà.

Peggy parlò con quel poco di fiato che le restava, ringraziando l'esistenza per la bella vita che aveva avuto e chiedendo alle sue compagne di avere cura di ciò che restava di lei. Poi, quando la luna calò sul parcheggio, Peggy spirò. Nel parcheggio fu un gran sgambettare di tergicristalli per scacciare via le lacrime che rigavano i vetri di tutti, poi il vecchio Westfalia ruppe il silenzio. “Ragazzi, sono poche le cose che possiamo fare in casi come questo. Noi siamo solo delle particelle nell'universo infinito della meccanica e per tutti noi è previsto un destino.. quindi non dobbiamo essere tristi per la partenza della nostra sorella Peggy, perchè sicuramente per lei è già stato segnato un itinerario nella grande autostrada della vita..” come sempre, poi, il vecchio Westfalia divagò ricordando i gran bei tempi in cui accompagnava ai raduni hippie i suoi guidatori. Tutte le altre auto, che ben conoscevano i suoi sermoni, smisero di ascoltarlo dopo il primo quarto d'ora anche perchè non è che credessero molto a quelle storie sul destino e l'autostrada della vita. Molti infatti erano convinti che per tutte loro non ci sarebbe stata altra vita che quella della loro resistenza meccanica. Il vecchio Westfalia continuò la sua filippica fino ad addormentarsi, cosa che gli altri mezzi avevano già fatto da un po'.

Calò la luna e sorse il sole sulla rimessa, quando quel menagramo della Mercedes E190 longuette (che noi chiameremmo carro funebre) svegliò tutti con un colpo di clacson. “Ragazzi – annunciò con la flemma che gli era propria - guardate: Peggy non c'è più.” Dalla rimessa si levò un vocio indistinto e incontrollato perchè ognuno stava dicendo la sua:

la Panda, che era appartenuta ad una dolce vecchietta di indubbia fede, gridò al miracolo citando un certo Gesù ed un tale Lazzaro;

il Furgoncino dei surgelati, che invece era notoriamente un freddo e lucido ateo, sostenne che erano tutte cazzate, che non c'erano né miracoli, né resurrezione e che semplicemente Peggy era stata demolita;

la Cady (che da giovane era stata una gazzella della polizia e dal suo servizio aveva ereditato l'atteggiamento tipico del poliziotto) disse “non c'era mica da stupirsi di questi tempi: saranno stati gli zingari a rubarla.. quelli pur di avere un tetto si fregano anche le macchine defunte.”

Il vecchio Westfalia tirò due colpi di clacson per calmare la anime e tutti si zittirono: anche se nessuno di loro condivideva a pieno le sue idee da hippie, tutti nutrivano per lui un certo rispetto e gli erano grati per aver portato un po' di spiritualità tra quelle lamiere ammaccate. “Fratelli miei, non agitatevi - esordì – avete tutti ragione e avete tutti torto. Il grande spirito ci ha sorpreso anche questa volta: durante la notte è successo qualcosa che va oltre le nostre capacità di comprensione. Peggy è stata prelevata dal meccanico ..” “Bello stronzo!”, gridarono dalle retrovie. Il vecchio Westfalia riprese: “uomo di poca fede,tu laggiù! Il meccanico è venuto all'alba, ben sapendo quel che faceva. Lui, che ci conosce e sa quello che pensiamo, ha scelto proprio la nostra Peggy per darle la possibilità di reincarnarsi.” Il silenzio generale calò sulla rimessa. Quando il vecchio Westfalia parlava per enigmi in questo modo nessuno riusciva a ribattere, anche se nessuno poteva avere la certezza che quella fosse la verità.

La risposta arrivò qualche settimana dopo. Era un giorno come cento altri e, come sempre la moglie del meccanico venne a portargli il caffè di metà mattina. La signora era all'ottavo mese di gravidanza, ma il bambino aveva una gran voglia di nascere e così la signora ruppe le acque. Suo marito, preso dalla gioia e dal panico, chiamò l'ambulanza .. che in cinque minuti fu lì col suo bel carico di paramedici. Finchè i soccorritori armeggiavano tra le gambe della signora, l'ambulanza aspettava nel piazzale tra le altre auto posteggiate. Il vecchio Westfalia la saluto e le chiese come stava, si vedeva che infatti aveva subito da poco dei trapianti di pezzi che l'avevano rimessa a nuovo. Mentre l'ambulanza raccontava, il vecchio Westfalia sorrideva perchè sapeva già quello che gli altri avrebbero capito dopo poco. L'ambulanza raccontò infatti che era stata salvata proprio da quel meccanico, ma che doveva la sua salvezza al destino che aveva fatto arrivare proprio poco prima una Peugeout, dalla quale espiantare i pezzi. Il pensiero di tutti volò a Peggy e tutti finalmente capirono cosa aveva voluto dire il vecchio Westfalia con “reincarnazione”.

lunedì 23 gennaio 2012

L'ultima foglia

Cade l'ultima foglia dall'ormai spoglio e rinsecchito albero che mi sovrasta con le sue enormi fronde. L'ultimo acceso colore d'autunno lascia il posto al grigiore d'inverno. Fisso la foglia che lenta si deposita sulla terra, insieme a quelle che già hanno subito la stessa sorte. Le venature dorate ne segnavano tutta la superficie bruna, quasi accartocciata su sé stessa, fredda, morta. Un debole raggio di luce si faceva spazio fra le nubi, colorando tutto di un tenue color rosso/arancione preannunciando l'imbrunire. Seduto sull'umida panchina che ormai aveva macchiato il datato impermeabile che indossavo, componevo nella mia mente il puzzle della mia vita ormai in conclusione. Con la punta del dito seguivo la lunga ruga che partiva da sotto al mento e finiva proprio sopra la tempia. È curioso come apprezzi ora le mie rughe, quando a quarant'anni già mi crucciavo della loro prima comparsa. Forse oggi mi ricordano gli attimi felici e quelli tristi, le giornate di sole e quelle di pioggia. Alcuni ricordi riaffiorano da quelle trincee sul mio volto dove il tempo ha svolto la sua guerra. La mia prima barba, con il rasoio di mio padre, mentre lui mi teneva la mano. La pelle pareva lacerarsi sotto quella lama affilatissima, doloroso punto di svolta del mio futuro, peluria destinata a crescere in eterno. “Sei un uomo ora”, mi disse, accarezzandomi il volto con un caldo asciugamano bagnato. Da quel giorno sempre più spesso mi trovai di fronte a quello specchio, impugnando saldamente un rasoio. La soglia del dolore di quel gesto si abbassava sensibilmente ogni anno di più. La pelle, per quanto tentiamo di proteggerla, rimane esposta alle intemperie che ne tolgono sensibilità, ma che la rinforzano. Guardando al tempo trascorso alle mie spalle, mi sembra che sia passato un battito di ciglia da quei momenti a questa panchina. Ho tentato quanto più possibile di mantenere aperti gli occhi, lacrimanti dalla fatica, ma alla fine il fisico ha ceduto, ho sbattuto le palpebre ed ero vecchio. Quante volte ho visto sorgere il sole o tramontare, lo faceva prima e continuerà a farlo senza di me. Ho sempre creduto nell'evidenza dei fatti, che palese si manifestava alla mia vista, mai ad un ingannevole dio onnipotente che prima si affatica alla creazione e poi si cela dalla vista del suo creato. Dove non poteva arrivare la logica deduttiva ci arrivava il buon senso. Alla mia dipartita, questo albero si rinfoltirà per poi spogliarsi nuovamente, come se la mia presenza non abbia mai fatto alcuna differenza per lui. Anche se tutto questo quindi non ha avuto molto senso, un po' mi dispiace di essere giunto al capolinea. Gli attimi felici con Laura, seppur effimeri e volatili come la nostra esistenza, sono proprio i momenti che mi piace ricordare, per sviare il pensiero che vorticoso nella mia mente grida che non abbiamo via di scampo. Chissà cosa penserà, quando l'abbandonerò a vagare alla ricerca di un'ultima disperata risposta, che puntualmente sarà che non esiste risposta. Quanto dolore proverà nel petto, quando apprenderà l'infelice notizia? Sebbene anche il cuore subisca le intemperie dei sentimenti, rimane all'interno, riparato, personale, e non sarà mai totalmente insensibile. Una lacrima sgorgherà dai suoi occhi, rimpiangendo il giorno in cui mi disse di no, respingendo il calore delle mie braccia. Se poi non piangerà, poco male, non sarò qui per subire questa crudeltà. Questa debole brezza di una serata appena iniziata mi sta penetrando nelle ossa, richiamando a galla tutti i dolori che sono sorti in vecchiaia. Tento di stiracchiarmi, passo una mano sugli occhi, stropicciandoli. Li riapro e sono ancora in quel bagno, con mio padre che mi toglie l'asciugamano dal volto. “Sei un uomo ora”. Ed effettivamente ora lo sono. La pelle si inspessirà e diventerà più dura del cuore. Oggi vedrò Laura, alla quale mi dichiarerò. Guardo fuori dalla finestra l'ultima foglia staccarsi da un ramo. È inverno. Ma non per me.