L'incipit della settimana
STRINGA AUDIOVISUALE DIGITALE PROVENIENTE DA QUALCHE SERVER: "Youtube"
RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
Ctrl+c, Ctrl+v, STAMP-E-PORT-LE-FOGL:"Glutammati sto sodio"
martedì 27 settembre 2011
Dieci minuti. Tre storie. Un sorriso.
Marco
Lo sapevo che avrei dovuto prendere l'ombrello. Se non fosse stato per quelle dannate previsioni! Bel tempo, dicevano. Probabilità scarsa di precipitazioni, certo. Metterei quel dottorone in divisa sotto questa pioggia. Devo ascoltare di più il mio istinto. Oddio! Si sta bagnando tutto lo zaino. Ecco, i miei libri saranno fradici ora. Arriverò a casa, li metterò sul termosifone, ma niente. Si gonfieranno tutti, rendendo la mia opera di tenerli in uno stato impeccabile inutile. Meno male che ho tempestivamente foderato l'iPod nella carta di giornale e l'ho riposto in fondo alla borsa. Si sa, acqua ed elettronica non vanno proprio d'accordo. Pensa alla validità della garanzia! Cosa avrà quel fesso da ridere tanto sulla sua bicicletta? Ridi, ridi, ti stai bagnando tutto!
Don Aldo
Ecco, piove. Le gocce stanno rimbalzando sulla tesa del cappello. Meglio chiudere la Bibbia, ora. La bacio. Sia lodato Gesù Cristo. Bene, ora è al sicuro nella mia tasca. Povero figliolo, quella confessione mi ha proprio toccato oggi. Piangeva come un agnello! Ed io? Cosa ho fatto io? L'ho riempito di risposte fatte, prese da un libro di dogmi. Avrei dovuto consolarlo. Si, avrei dovuto proprio consolarlo, dirgli che il Signore non è come lo stiamo vendendo. Ne ho fatte di riflessioni in questi anni, il suo è un problema solo perché l'abbiamo considerato tale. Dove ha detto che abita? Forse se guardo la mappa degli autobus mi verrà in mente. Dovrebbe essere questa, via Malaspina. Devo incontrarlo, devo dirgli che il Signore ha un progetto per tutti, anche per lui. Il peccato più grosso lo commetti tentando di cambiare quello che sei! Cosa fa quel ragazzo che ride? Avanti ed indietro con la sua bicicletta si sta bagnando tutto. Che bravo, nulla gli importa della pioggia, è felice!
Giorgia
Piove. Proprio oggi che mi sposo doveva capitare. Almeno sono riparata sotto questo ombrellino. Decorativo certo, ma qualcosa la fa. Lo strascico è già nero. Ecco il mio, fra poco, marito. Come l'hanno conciato! Tutto lindo, incravattato. Sotto la pioggia pure lui quindi. Beh, sposi bagnati, sposi fortunati. Starò facendo la scelta giusta? Sono pronta al “finché morte non ci separi?”. Un ripensamento già l'ho avuto, chi mi dice che non possa succedere di nuovo? Certo, mi ha perdonato. Nessuno ha saputo nulla ed oggi sembriamo proprio due felici sposini, anche se non è vero. Non sono sicura di volerlo. Adesso mi giro e me ne vado. Intanto mi fermo, ci rifletto un attimo. Guarda il ragazzo sulla bici, lui sì che si sta divertendo come un bambino sotto la pioggia.
Chissà cosa penseranno tutte queste persone che mi circondano, che mi guardano scorrazzare sotto la pioggia, in bicicletta. Devo fare qualcosa. Voglio interrompere il flusso serioso dei loro pensieri. Rido. Si sa, è contagioso!
CHUVA
Improvvisamente la porta si apre capelli corvini inzuppati, sparati, sparaflescati entrano, occhi azzurri di lenti a contatto, sorriso smagliante e un porto-greco ostentato. Borse ovunque e gridolini, abbracci e poi urla, e saltelli, che musica è questa? No una lagna mettiamo qualcosa di più attivo, un elettro pop rock della grecia, si dai balliamo, la cena? Si dopo prima devi sapere, ti devo raccontare....
La pace è finita.
Ma sorridi, in fondo sei a Lisboa.
lunedì 26 settembre 2011
Le dita
come non mai.
Bastò uno sguardo per capire,
capire cos'era, sentire nella mia carne le tue dita
sui suoi fianchi,
le dita forti fra le costole e
il trepidio del fiato.
Mi bastò un attimo per capire.
le tue mani sui suoi capelli
le tue maledette dita
sui suoi fianchi. Sentivo dentro di me il calore dei vostri corpi
nelle viscere il tuo sguardo così penetrante
un senso di vomito
mi sgorgò dal naso
vattene maledetto amore
vattene maledetto essere
che la strada smetta di guardarvi
che questa luce sparisca
che questo ricordo finisca
vattene maledetto io
vattene amore,
amore che della mia vita ne hai fatto un gioco
un gioco, puramente riempitivo.
6. Tra la polvere e il cassetto
Nonostante la stanchezza del corpo, i pensieri le rubavano il sonno.
Capita a chi si vede ritornare nel dormiveglia un ricordo scomodo, e a chi al contrario ha dimenticato qualcosa. Lei semplicemente era troppo nervosa per l’imminente trasloco, e aveva lasciato da fare qualcosa d’importante. Come col boccone prelibato che indugia nel piatto fino a diventare sciaguratamente tiepidino, si era lasciata per ultima la cosa per lei più impegnativa. Forse erano anche le nuove austere parvenze delle stanze svuotate di ogni plausibile impronta umana. No, non era l’anonimato della parete bianca, erano proprio quegli ultimi scatoloni che aspettavano nel corridoio, in cui si erano ritrovati a convivere tutti gli elementi che facevano parte della categoria “RICORDI”. Avrebbe potuto appiccicare sopra ogni contenitore una bella etichetta con questo nome, e imbarcarli sul camion da lì a due giorni, ma sarebbe andata contro il proposito irremovibile di portare con lei solo lo stretto indispensabile, quantificabile in UNA scatola, esclusi i resti sottolineati e stropicciati dei testi universitari considerati fondatori della sua coscienza adulta. Una scatola, ovvero un terzo di tutte le cianfrusaglie, regali, monili, ricordini, bigliettini, appunti, dépliant, biglietti di treno e aereo, cartoline, ticket di spettacoli, portapenne a forma di struzzo che inevitabilmente ti rimandano alla persona più insuperabilmente trash che pensi di poter incontrare nella vita. Si alzò di colpo pensando “No, il portapenne proprio no, lo butto via subito”. Sapeva che l’immagine di quel piumaggio artificiale carico della polvere di anni così inutilmente presente fra i suoi ricordi l’avrebbe torturata fino all’alba, ma scìaffettando i piedi sul pavimento fino agli scatoloni per affrontare il problema si ritrovò davanti al dilemma intero. Come davanti ad un Giudizio esistenziale. Si accuccio per cercare il portapenne, e già sapeva che non sarebbe uscita indenne (né velocemente) da quell’affondare nel suo passato. Un movimento della mano, e riemergevano pezzetti inaspettati e dimenticati. A poco a poco, per far spazio alla ricerca al buio, si accumularono ordinati affianco alla scatola quadernetti, oggettini, un quadretto, dei ritagli, un cumulo di foto, delle molle, un peluche. No, un portachiavi peluche. Quello della sua prima casa. La prima “sua”, lasciando la familiare dimora per cercar la sua fortuna con la scusa dell’università. Inutile, era inevitabile accendere una luce. Proprio quello che non voleva, un click e un’onda di chiarore illuminò un cumulo imbarazzante di presenze. Ora non poteva proprio sfuggire.
Si accoccolò sul pavimento freddo, e prese in mano la prima scatola con la dolcezza con cui si scosta un braccio addormentato per recuperare il telecomando. Lì dentro c’era tutto, lei lo sapeva. La sua storia, quello che meritava di essere ricordato. E come si può imporsi di scegliere cos’è indispensabile e cos’altro no? Le guardò, tante piccole tracce dei suoi trascorsi, degli spostamenti, delle scelte fatte, degli amori, degli incontri, gli appunti dei viaggi dentro se stessa, obliterazioni di un’andata piena di pause sigaretta. Le note di idee geniali mai sviluppate, posti dove forse avrebbe potuto stare meglio, disegni dappertutto a incorniciare o immaginare forme del pensiero, incroci e bivi che aveva incontrato, aveva pensato di seguire e poi non aveva scelto. Guardò il cumulo di carta, che infestava più di ogni altra categoria quel campo di profughi. Aveva passato il tempo a iniziare romanzi che non aveva mai finito, neppure uno portato a termine. Di frasi illeggibili scarabocchiate su qualunque forma di superficie invece, un formicaio.
Tutto ciò se ne era restato conservato per anni. Perlopiù dimenticato, a ben pensarci. Per questo, ora che si approntava a un definitivo trasferimento si era riproposta di fare pulizia. Di liberare il campo, di lasciar posto, perché quando aveva visto quella marea di tasselli senza cornice si era sentita soffocare. Fantocci del passato, inermi e senza voce eppure lì, a ripescare in qualche punto del tempo e degli intrecci un momento singolare, un passaggio, un incontro, un’immagine più o meno nitida.
Senza tutte quelle cose non avrebbe più avuto un richiamo per riportarli alla sua mente. Sarebbero rimasti passato, senza sapere se mai un’altra immagine o una nuova parola avessero potuto, per casualità, portarla ad associarvi quel ricordo. Il dubbio di perdere quei momenti le aveva sempre fatto paura. Forse per questo collezionava un po’ tutto. Cianfrusaglie, le avrebbero definite gli altri. A volte sì, qualcosa. Ma la sua minuziosa attività da formichina aveva un senso ben più strategico. Forse perché aveva paura di perdere qualcosa d’importante. Forse perché temeva che si sarebbe trovata stupidamente sprovvista di qualcosa di utile, l’idea buona già in volo, lasciata sfuggire sul sospiro del vento. E invece lei l’aveva imparato, quanto sono importanti i ricordi; potersi rivedere cambiare attraverso gli eventi, gli umori, i pensieri, le espressioni, i compagni del giorno che quegli oggetti conservavano. Tanto importanti da sembrarle indispensabili, per trattenere la vita che passa.
Quel suo passato offuscato, il certificato di nascita sgualcito dal passaggio in troppe mani e la nuova famiglia, tutto cominciava là, e del prima non le restava molto. Poche foto, racconti ogni volta imperfetti e immagini raccolte tra confronti indiscreti o dentro lettere dai francobolli strani. Tratti similari e stranieri. Quelli familiari invece, così rassicuranti e diversi.
Ma adesso c’era un nuovo inizio, un altro, il suo. Un inizio che si sceglie porta con sé delle responsabilità. Forse quella sola scatola le serviva per sapere cosa voleva portare con sé. Le persone e i luoghi si lasciano andare, gli appuntamenti sfuggire alla mente, i visi sbiadire, mentre se ne conservano i simulacri. Come ancore appese a mongolfiere tra le nuvole, che dondolano piano senza mostrare il volto dietro ai cumulonembi. E tra tutto ciò, così tanti ricordi di quello che non si è potuto diventare. Le ossessioni del tempo passano solo con l’indulgenza dell’esperienza.
Finì di allineare gli oggetti, ne mise da parte alcuni, ne spolverò, accarezzandoli, pochi altri col sorriso trasognato. I pensieri scritti, lasciati in dote a calligrafie maldestre, li radunò in un angolo e cominciò a svuotare la seconda scatola. Li avrebbe letti, tutti insieme, la mattina. Lasciò andare gli oggetti belli. Di quelli non sapeva neppure più dove li aveva comprati. E lasciò anche quelli dei luoghi dove si era ripromessa di tornare: le pareva un buon incentivo a mantenere il suo proposito. Rise di tutte le idee folli che aveva avuto, conservò solo quelle che le sarebbero tornate utili sulla sua nuova strada, quelle che la facevano ridere, e quelle che un giorno l’avrebbero ricoperta di soldi se fosse diventata una pittrice famosa. Poco male se non dipingeva da anni, la faceva sorridere immaginare che se la sua vita ad un certo punto avesse preso strade imprevedibili, una di quelle avrebbe potuto realizzare i suoi sogni di bambina. Di cui non si era dimenticata.
lunedì 19 settembre 2011
Idraulica e disagio. Manuale di autocommiserazione.
Marco stava seduto sul ciglio delle mura che circondavano il castello, che dall'alto guardava la città ai suoi piedi. La pietra dura di quella seduta improvvisata gli creava flebili crampi che salivano dal ginocchio ed arrivavano fino al nervo sciatico. Guardò l'amico Giorgio, che gli aveva rivolto la domanda, con lo sguardo sprezzante di chi ha la risposta pronta poiché l'aveva già preparata. Il buio della notte avvolgeva i due, illuminati solamente da un piccolo lampione che gli regalava giochi di luci ed ombre sul volto. Marco, schiarì la voce con un colpo di tosse e disse:
“Puramente riempitivo. Ogni uomo è come un tubo dell'acqua bucato. All'inizio il tubo gocciola impercettibilmente, poi la pressione interna allarga il foro rendendo il compito di richiuderlo sempre più complicato. Ecco, quando ci si accorge del buco troppo tardi si tenta di ostruirlo con un tappo piccolo. Informazione aggiuntiva: esiste un solo tappo della giusta dimensione del tuo foro. Se lo trovi presto, il tappo cresce, e lo tura per sempre. L'uomo che guarda questo problema con superficialità, cercherà con la stessa superficialità una soluzione. Si accompagnerà solo con donne facili, che ugualmente a loro non hanno trovato ancora la propria identità. Come quelle che vogliono idratare l'aridità del proprio cuore con l'effimera felicità di una bottiglia vuota. Le donne che passano ore davanti ad uno specchio per poi disfarsi il trucco così difficilmente costruito nel sudore di una pista da ballo piena, nel groviglio di altri corpi che in preda a spasmi incontrollabili agghindano tristi e solitarie coreografie.
Io semplicemente non ci riesco. Non mi accontento di momentanee soluzioni dettate dal caso e dallo stato di ebbrezza. Non voglio chiudermi ogni sabato sera all'interno di capannoni adibiti a mattatoi per l'intelligenza. Non voglio dimenarmi come se non ci fosse un domani. Non voglio puntare una preda con la smania di un cane nel periodo dell'accoppiamento. La mia ricerca sarà lenta e minuziosa. Sebbene il tempo allargherà la falla del mio cuore, io non smetterò mai di cercarne il giusto riempimento. Scusa se sfogo la mia frustrazione con te, ma non ne posso più di vedere uomini di alcuno spessore morale e culturale giacere ogni sera con donne altrettanto vuote.”
Marco prese un profondo respiro, poi soffiando lentamente l'aria dalle narici. Giorgio nel mentre si era alzato, e gironzolava smarrito intorno all'amico che l'aveva inondato di parole. Aggrottò le sopracciglia e si rivolse a lui, che sconsolato aveva abbassato lo sguardo.
“Non fa nulla, ogni tanto fa bene sfogarsi.” - prese un attimo di pausa - “Beh, ma tutto questo per dire cosa?” - gli disse, timoroso di un'altra risposta prolissa.
Marco fece una smorfia di disgusto, scosse le spalle e sputò per terra. Disse:
“Anche stasera non ho rimorchiato. Sono sbronzo, portami a casa.”
martedì 13 settembre 2011
Miele di capra.
Nonostante la stanchezza del corpo, i pensieri le rubavano il sonno. I pensieri. Siamo sicuri che si trattasse di pensieri? Se i pensieri prendono consistenze mediterranee, dei mezzo dì estivi, allora si, la capra Marta non riusciva a dormire per i pensieri. Stesa, come dormono le capre, semplicemente sudava e puzzava.
Irrequieta s’alzo di scatto e dalla posizione abbandonata sul vinile blu del ponte si ribaltò in attitudine stravaccata ma seduta.
-Dai Pier, vammi a prendere un bicchiere di acqua salata con il ghiaccio e erba fresca?
La capra Pier, imbalsamata sulla sedia di plastica dalle molestie piacevoli del sole, non dava cenno di risposta. Occhiali da sole contro il sole, se ne stava lì, immobile e astuto.
-Pier! Dai andiamo a prendere un bicchiere d’acqua salata! Non c’è la faccio più! – insisté belando la capra Marta – Come fai a stare così? Come cazzo fai?
-Esplosione sorda di corvi al tabacco di biciclette – esordì improvvisamente la taciturna capra Tony, facendo rilevare la sua presenza altrimenti d’estetica non percepita, e così intervenendo pesantemente al venir meno delle condizioni iniziali di stabilità.
-Tony che cazzo hai detto? Oh mio dio. Tony che cazzo hai detto? Tony anche tu! Ma porca capra! Qui voi state impazzendo! State impazzendo! State impazzendo! Ma non riuscite a rilassarvi un po’? Non riuscite a star buoni seduti e osservare pensare godere della vostra inutilità? – sbottò al richiamo di follia la capra Pier. Una capra irrequieta si, due capre pazze no.
-Tra timidezza e sfrontatezza d’esistenza; l’incontro; tra trascinarsi dietro e l’adattarsi.- la capra Tony era partita. Decisamente.
-Dai Tony, basta. Da quanto soffri di aerofagia vocale? – in improvvisa calma questionò la capra Marta. – e tu Pier? Dimmi che cacchio dovrei osservare? Qua non c’è altro che cielo e mare, mare e cielo! Tutto blu azzurrino celeste. Anche sto merda di pavimento che sa di piscio è blu! Dai andiamo al bar a prendere un po’ d’acqua salata!
- Se vuoi vai. Io sto qua. Ma dai Marta! Guarda che ficata.. la nave! Perché non riesci ad ammirare l’ accozzaglia caprina che s’affanna per voler ammazzare il tempo? Tutta concentrata oppressa in 100 metri quadri, non vedi? Tutte le capre ordinano al tempo il suicidio. C’è chi bruca e bruca, c’è chi dorme c’è chi prende il sole c’è chi prende l’acqua salata al bar. Guarda Marta! Che ridicoli che siamo! Anche noi! Non vedi che qui c’è un mondo uno stato una repubblica! Repubblica democratica della nudità oscena. E ridicola. E allegra. Come fai a non riconoscerlo? Guarda che brutale immagine!
-Pier, che pesante che sei. La vuoi o no quest’acqua salata? Io vado a prenderla.
-T’ho detto di no. Irrequieta Marta, dai stai qua con me e la pazza capra Tony. Come fai ad non essere libera di fronte a questa consapevolezza? La liberazione dal pensiero? Tu cosa fai capra Marta? Vai a prenderti quest’acqua salata. Tu cosa fai capra Tony? Deliri come le mosche al vetro o caghi palline merdose. Io cosa faccio? Prendo il sole e osservo, mi rilasso. In realtà, Marta, stiamo facendo la stessa cosa, io te Tony loro. Aspettiamo. Aspettiamo di passare il mare, di sbarcare e poi boh. Pascoleremo, ci monteremo, e cacheremo. Come sempre. Che spettacolo! – concluse la capra Pier.
- Insomma alla fine sta acqua salata? nulla? Alla fine la bellezza sta nella semplice nuda attesa? O quanto meno nella consapevolezza di essa? – Arresa la capra Marta domandò sospirando. E nel farlo girò effettivamente lo sguardo sull’area navale che riempiva la sua prospettiva. Non migliori, non nulla, lo stato delle cose per ricerca della roulette della Russia caprina o per uno stato di volere casuale, poneva le tre capre fisicamente al di sopra del resto del gregge. La balaustra sulla quale le tre appoggiavano le distese e corte zampe, dava sul ponte principale della nave: era quella parte di nave chiamata dog’s village, il luogo in cui i cani andavano a pisciare e fare le loro cosette, che si poneva un piano superiore rispetto al ponte principale dove piscina bar e piccolo prato artificiale fornivano le armi alle capre per massacrare il tempo. Tutto ciò componeva un quadro di meravoglia che impediva la tossicodipendenza di vuoti.
-Forse hai ragione Pier. E’ proprio bello. Alla fine di noi, domani, una volta sbarcati, rimarranno solo le sfere merdose che produciamo. Che ficata. Potremmo tirarcele addosso queste palline. Che dici? – esplose di gioia la capra Marta dimenticando per un momento, ma solo per un momento, l’acqua salata.
-Già- con malinconia riprese Pier.
Nelle chiacchiere tra la capra Marta e la capra Pier, Tony s’era distaccato, con la calma di un folle aveva preso della vernice bianca trovata lì e aveva scritto sul pavimento blu:
‘ Necessità di trovare del miele in questa puzza claustrofobica’.
-Cazzo.– affermò allibita la capra Pier, non vedendo più la capra Tony.- Vuoi vedere che quel coglione ha scambiato il mare per miele-.
Il mio Uccello, il mio capo
Quella storia del suo capo che se ne andava in pensione gli teneva in moto il cervello. Cazzo. Cazzo e cazzo.
Chi prenderà il suo posto?
Se inizialmente Barney sperava non fosse x a divenire il suo capo, per la sua troppa spocchia, o y per il semplice fatto di essere una donna, con il passare delle ore insonni e con il metabolizzare dei suoi ragionamenti, cominciò a considerare il fatto che la nuova speranza non fosse quella di non vedere x o y come suo nuovo capo, ma che invece il posto potesse essere proprio suo.
In effetti x prendeva troppo poco per diventare il nuovo amministratore delegato, esattamente un terzo di Barney (come anche stava uno a tre il livello di spocchia).
Per non parlare di y, l’idea di avere un boss donna lo avrebbe costretto ad una dose quotidiana extra di masturbazione compulsiva e di certo non avrebbe retto. La soluzione però anche in questo caso era lampante, infatti y era, per l’appunto, una donna.
Quindi lui.
Quindi LUI?
Davvero?
Davvero.
Non che gli importasse gran che di divenire capo.
Diciamo che era meglio per gli equilibri dell’ufficio…Con il vecchio cialtrone fuori uso, le possibilità erano o lui o un terremoto che avrebbe potuto distruggere il suo piccolo habitat lavorativo, di cui era sovrano.
Preferirebbe di gran lunga che nulla cambiasse.
Cazzo.
Avrebbe potuto, o dovuto, o voluto vagliare altre opzioni…fatto sta che si addormentò.
L’indomani Barney entrò in ufficio come al solito in perfetto disorario, ovvero un calcolato 10 minuti di ritardo, abbastanza per marcare superiorità e non curanza ma troppo poco per un richiamo.
Arrivato alla scrivania la sua segretaria le portò caffè e giornale. Era nuova…una bella ragazza sulla ventina, bionda e provinciale, piuttosto ignorante e riservata.
Se la sarebbe scopata volentieri, anzi da quando era stata assunta, non vi era giorno in cui non si immaginava di affondare la faccia in quelle tettine da campagnola.
Purtroppo non vivendo in un film o su un romanzo, dove i maggiordomi sono assetati di sangue e le segretarie sono affamate di cazzo, Barney, nonostante il suo bell’aspetto, non era mai riuscito ad ottenere da lei nemmeno uno sguardo di languido desiderio.
Poco importa, avrebbe potuto ricorrere al caro vecchio fai da te, una bella trastullata all’uccellone e via in attesa che il suo capo lo chiami per annunciargli che sarà il nuovo amministratore delegato.
Si mise al centro del suo ufficio e si calò i pantaloni fino alle caviglie.
Aria fresca per il mio pennuto! Si disse e cominciò a far girare il pene a mo’ di elicottero roteando il bacino.
Proprio nel mezzo della rotazione squillò l’interfono. Lo raggiunse zompettando con le caviglie bloccate dai pantaloni.
Era la sua segretaria, il capo voleva vederlo.
Barney rimase a braghe calate per qualche secondo, con le braccia piegate sui fianchi come un Leader fascista: fissò il suo uccello penzolante: poi fiero davanti a se e poi nuovamente il suo volatile amico.
Non ti preoccupare, il diletto è solo posticipato mio caro cazzuto.
Si rimise i pantaloni.
Entrò nell’ufficio di colui che voleva mettere a repentaglio i suoi ben oliati ritmi di lavoro, colmo d’odio, ma con un sorriso splendido stampato in faccia.
Il suo boss lo adorava. Anche se non aveva mai fatto niente ma proprio niente per meritarsi questa fiducia.
Dopo i convenevoli, caro Barney, carissimo Alan, si giunse subito al Clou, ovvero l’annuncio del ritiro: l’età, voglio stare con i miei nipoti, una barca, un camper il barbecue…e altre 20-30 menate che Barney non ascoltò.
Quando venne il suo turno di parlare, pensò una bestemmia, ma disse un goditi la pensione per poi condire l’aria con una pacca sulla spalla accompagnata dall’immagine mentale di lui che con un colpo di karate staccava la testa al suo capo creandogli una fontanella di sangue dal collo: lui si imbrattava di sangue e con un calcio abbatteva definitivamente il corpo dello stronzo emettendo un urlo animale.
Il suo quasi ex-capo continuò a parlare, Leonard, x lo spocchioso, e Anne, la donna “donna”, già sono al corrente delle mie disposizioni, e altre cazzate riempitive, chi mi succederà sarà Fred, mio nipote, già lo conosci?
Merda.
Merda.
E ancora tanta tantissima altra merda.
Si’, disse Barney, aggiungendo, ma solo nella sua testa quello stronzo cacacazzi di Fred Russo, il peggiore tra i peggiori gendarmi della storia, l’antibarney in breve.
Non avrebbe potuto lavorare un secondo con quel soldatino. Cazzo. Il vecchio rincoglionito l’aveva appena inculato duro con il numero della saponetta.
Sorrise.
Anche Barney sorrise.
Vado a chiamarlo, aspettami qui. Ah serviti pure, ho aperto per l’occasione una bottiglia di Whisky d’annata, invecchiato 19 anni. Una bottiglia da 90 dollari! Davvero delizioso…
5 minuti al massimo.
Non mi muovo di qui AL! Con uno splendido sorriso ammiccante.
Barney rimase solo nel quasi ex ufficio del vecchio stronzo.
Avrebbe dovuto cercare un altro lavoro. Santa puttana!
Merda. Non se ne sarebbe andato così… non a testa bassa.
Eh no.
Prese allora la bottiglia di whisky, se ne fece giusto un goccio dal collo bella bottiglia e poi la appoggio stappata, sulla scrivania.
Si calò le braghe.
“E’ ora di farsi quella maledetta sega” si disse e cominciò a menarsi l’uccello pensando alle tette della sua segretaria.