L'incipit della settimana

ELABORATO TESTUALE DI TOT PAROLE: "L'antico vaso andava salvato"
STRINGA AUDIOVISUALE DIGITALE PROVENIENTE DA QUALCHE SERVER: "Youtube"
RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
Ctrl+c, Ctrl+v, STAMP-E-PORT-LE-FOGL:"Glutammati sto sodio"

mercoledì 30 marzo 2011

forse non tutti sanno che...

forse non tutti sanno che i veri pilastri di Lisbona non sono i monumenti, i pasteis, il fado o il ponte venticinque abril. ebbene no, signori miei. i veri pilastri sono i vecchi. se passate per l'alfama dopo la feira, nella vietta che vi porta verso la stazione di Santa Apolonia incontrerete un vecchietto, dai tratti spagnoli-argentini, con i capelli radi e neri, nel naso dei tubucini per respirare e in bocca una sigaretta tutto intento a scrivere in un minuscolo quadernino sgualcito. verso mezzanotte poi, tornando a casa, in rua bernardo lima vicino al marques c'è una vecchietta, vicino ad una porta dipinta di blu, con un sacco grande della spesa che cerca e sistema fogli e carte, con la stessa gonna e il viso stravolto, da qualcosa che deve essere stato veramente forte. la vita forse, la droga, chissà.
poi un giorno mentre bevi con amici il vecchietto che ha segnato le tue decicioni ti prende la mano e Lisbona ti parla.
si insomma, i vecchi sono il pilastro di lisbona, o almeno così mi piace pensare. persone che vivono la loro vita, inconsapevoli di segnarne un'altra, solo per aver la fortuna di sembrare stravolti e inarrendevoli ai miei occhi a volte sciocchi a volte troppo innocenti.

martedì 29 marzo 2011

L'anno dell'orso grizzly e una giornata di Alvise

Forse non tutti sanno che l’orso grizzly segue una dieta principalmente composta da vegetali.
Con l’arrivo della primavera comincia la sua avventura che si ripete di anno in anno: arrivare all’inverno successivo nelle condizioni fisiche per superarlo.

Forse non tutti sanno che Alvise passa la maggior parte della sua giornata a spiare la porzione di mondo che gli è offerta da una piccola finestra.
Ogni mattina si sveglia.
Poi prende le sue medicine.
Poi si apposta a guardare ciò che succede al di là del vetro.
Osserva. Osserva e aspetta. Aspetta le 17. Aspetta l’orario delle visite sperando di avere le condizioni psichiche per arrivarci lucido.

Il tempo dei risvegli dal letargo l’orso grizzly si compone principalmente di tre fasi che per l’animale coincidono con altrettante vitali sfide.
La prima è lasciare la tana sita in alta montagna. Pericolosamente scoscesa e innevata è la via verso le valli. Ogni passo si può rivelare fatale.

Ogni giorno Alvise deve lottare con il suo cervello. Combattere per la sua lucidità.
Vive in un ospedale psichiatrico.
E’ pazzo talvolta.
Talvolta, se ne rende conto.
Talvolta, no.
Sente la follia che lo chiama.
Lo ammalia come una sirena verso gli scogli.
Deve rimanere lucido.
Lucido.
Lucido.
Lucido.

Colori.
Verde.
Verde.
Verde.
Rosso.

Personefluidiluciautomobiliveloci.

Automobili…lente.
Automibiliveloci.
Blu.

La seconda fase per l’orso grizzly consiste nel corteggiamento della femmina e nell’accoppiamento.
E’ il ciclo naturale.
L’istinto.
Più forte della fame.
Più forte della sete.

La follia di Alvise si calma progressivamente grazie all’assunzione dei farmaci.
Tutto comincia…piano.
I colori si fanno più morbidi e diventano aloni.
Interviene una lucidità estremamente lenta.
Soporifera. Senza addormentare.
Tutto si fa tranquillo.
Fuori, oltre la finestra, tutto è più normale.
E’ il momento più interessante per guardare il pezzo di mondo oltre il vetro.
Gli infermieri parlano con Alvise. Così come gli altri ospiti della casa di cura. Ma lui non risponde. Non ha tempo. Fuori è più interessante. Deve guardare.

La terza fase per l’orso grizzly è il momento in cui l’animale, dimagrito durante l’inverno, intraprende la sua lotta contro il tempo: deve ingrassare. Deve mangiare.
Ora vegetali per sopravvivere.
Poi arriveranno i salmoni. Quelli che gli servono per mettere carne sotto la pelliccia. Vuole risvegliarsi l’anno prossimo. Deve mangiare.

L’effetto dei medicinali si fa più incostante man mano che passa il tempo. Questo lascia spazio nella testa di Alvise ad un alternarsi di sensazioni.
E’ drogato, quando i principi attivi si fanno sentire.
Poi momentaneamente il loro effetto si fa più debole e compaiono talvolta follia, talvolta lucidità.

Ora è pazzo.
Ora è fatto.
Ora è lucido.
Lucido.
Lucido.
Fatto.
Pazzo.
Fatto.

Lucido. DAI!
“Le 17 si avvicinano.” Un sussurrare nella sua testa. “Forse arriverà tua figlia”.

E’ in balia del suo cervello malato.

“lucido per le 17! DAI!”

I salmoni hanno completato la loro risalita e sono tornati nel luogo in cui sono nati per riprodursi.
Il pesce scarseggia per l’orso. E il freddo avanza.
L’orso grizzly se ha raggiunto il peso necessario per affrontare l’inverno può tornare alla sua tana e prepararsi al prossimo letargo.
Il ciclo è compiuto.

Sono le 17. C’è sua figlia. Di Alvise.
Gli sorride. Posa una mano sulla sua spalla.
“Come va oggi papà?”
Nessuna risposta.
E’ tutto fuori. Del resto, non gli frega un cazzo. Fuori. Guardate fuori, che meraviglia!
C’è il mondo fuori. E c’è sua figlia.
Che lo saluta e se ne va.
E’ fatto, ancora.
Poi, quando tornerà un po’ di lucidità Alvise capirà che, di nuovo, da qui alle prossime 24 ore sarà ancora attesa e oblio.


Un’altra giornata di merda.

lunedì 28 marzo 2011

Cento giorni da pecora

Forse non tutti sanno che, nella migliore delle ipotesi, passiamo almeno vent'anni della nostra vita a dormire. Una volta, ormai tanti anni fa, mio nonno mi disse “chi ha tempo non aspetti tempo” e da quel momento iniziai a pormi un quesito: sto sfruttando bene il tempo che scorre inesorabilmente verso la mia fine? Quella domanda mi assillava, mi toglieva il sonno. Una mattina, quasi d'impulso, presi un blocco per gli appunti, una piccola matita ormai consumata ed iniziai a fare alcuni calcoli. Guardai il letto nel quale avevo dormito per tutta la notte, che avrei dovuto rifare e dissi: “da oggi non lo sistemerò mai più, posso guadagnare così quasi sedici giorni di vita”. Cominciai da quel momento ad economizzare il tempo evitando di fare quelle cose che ritenevo inutili.

Apparecchiare e sparecchiare: più di trecento giorni di vita.
Leggere il quotidiano: un anno e tre mesi di vita.
Sistemare la casa: circa nove mesi di vita.

Iniziai a ridurre al minimo le attività monotone giornaliere, portando avanti la mia personale battaglia contro il tempo. Avevo iniziato a fare solo le attività obbligatorie della vita ovvero mangiare, lavorare e dormire. Ah, e ovviamente i miei calcoli. Ogni minuto non impegnato in quelle attività era destinato a calcolare come risparmiare altro tempo. Ma un giorno ebbi l'idea. La malsana idea. Presi la sveglia e la puntai anticipando di un'ora il mio consueto risveglio mattutino. Così feci nei giorni successivi arrivando così a dormire solo due ore per notte. Tentai di dilazionare il tempo fra un pasto e l'altro per saltarne alcuni e rassegnai le dimissioni dal lavoro. Il blocco dei calcoli ormai era pieno zeppo di appunti e considerazioni sul tempo risparmiato. Ora il mio progetto poteva dirsi completo. Arrivato a casa, mi sedetti sul divano. In quel periodo avevo comprato molti orologi, per non perdere neanche un secondo, per vederlo passare avendolo battuto. Mi sedetti sul divano e iniziai a fissare l'orologio di fronte a me, grande, con le lancette d'ottone. Guardando le lancette muoversi cominciai a riflettere, non l'avevo più fatto durante gli ultimi mesi. Tanto tempo e nulla da fare. Senza lavoro, sempre stanco e assonnato. Al posto di un giorno da leone avevo scelto centoquarantaquattro mila minuti da pecora.

sabato 26 marzo 2011

io sono buono,io



Assorto nella contemplazione dei giochi, Leonardo con il naso appiccicato alla vetrina del negozio di giochi più grande di tutta la città, urla eccitato al padre: “ voglio questo, e quello!! papà guarda!! non è meraviglioso quel mostro con le zanne? Lo voglio, papà lo voglio! Io sono bravo papà, vero? Ho fatto il buono quest'anno, io. Lo ha detto anche la maestra Elisa. Io sono stato buono, io.”

“Si Leo, ora basta dai andiamo!”

Leo ha 13 anni, gli occhiali tondi, e un sorriso circolare.

“ papà tu mi credi vero? Io sono buono, io. Sono gli altri bambini che mi fanno diventare cattivo, quando mi buttano per terra le matite. Io li odio papà, io. Sopratutto quando li sento così ridere, ridono così forte.. sono loro i cattivi papà vero? Sono loro. Loro ghignano, e la maestra li sgrida sempre, sempre papà. Me lo prendi quel mostro? Me lo compri? Quelli sono proprio cattivi, mi tirano i capelli. Urlano : sei un mongolo, sei un mongolo! Papà cosa vuol dire mongolo? Tu non mi hai mai chiamato così.. è una parolaccia vero? Questa parola li fa ridere cosi tanto. Poi papà sono andato dalla bimba con le trecce, quella bella, ti ricordi papà? E io, io ero felice, perchè lei mi parlava. E' l'unica che mi parla, sai papà? Non sempre, ma a volte mi parla, dice che gli altri sono dei cretini e che io non sono un mongolo. Io non sono un mongolo,io.. ma che vuol dire papà? Io, io.. io sono come gli altri, vero? Anche se non prendo bei voti, io non sono uno stupido. Io so disegnare con tutti i colori dell'arcobaleno, sono belli i miei disegni dice la maestra Elisa! Io sono bravo, io sono bravo. Papà mi compri il mostro con le zanne? Al buio si illumina! “.

Il papà di Leonardo spegne la sigaretta con la punta delle scarpe, e sorride tristemente alle richieste del figlio. Lo prende per la mano, entra nel negozio di giochi più bello di tutta la città.

“ Salve, vorrei il mostro con le zanne che è in vetrina. Quanto costa?”

“ si si, il mostro in vetrina, quello verde con le zanne. Sono stato buono quest'anno, sai? Il papà me lo regala come premio! Io sono buono, io.”

La commessa sorride, e affonda gli occhi nel volto del padre. Il padre sorride di nuovo, tristemente.

“Ma certo! Lo prendo subito! Costa 20 euro, ma scontato sono 13.50”.

Avvenuto lo scambio soldi-premio, Leonardo si precipita fuori a far vedere il regalo a tutti i passanti.

“ Dai Leo, andiamo !, ti ricordi cosa aveva detto il dottore? Che passerai un po' di tempo alla casetta. Ci saranno tanti amici a cui potrai far vedere il tuo nuovo gioco, sei contento?”

“ Cos' è questo posto papà? Vieni anche tu con me vero? Io sono stato buono, io.”

“ No Leo, te l'ho già detto che io non verrò ma ti verrò a trovare tutte le settimane,ogni mercoledì promesso.”

“ Papà mi porti li perchè ho picchiato quei bambini cretini? Lo sai che mi prendevano in giro: mi urlavano mongolo, mi rubavano i giochi, mi tiravano i capelli.. io non volevo farli del male, io. Solo, solo che non ne potevo più, io. E cosi gli ho lanciato il punteruolo in faccia, a quei cretini. Io sono buono,io.”

“ Lo so Leo, andiamo ora. Sali in macchina.”

Il padre guidava piano, con lo sguardo sulla strada e la mente spenta.

Leo intanto spruzzava di felicità giocando con il mostro verde dalle grandi zanne.

La casetta si appoggiava in uno strato di cimento appena fuori la città. Padre e figlio, vi giungono con consapevolezze diverse.

“ Ora vado Leo. Farai il bravo, non è vero?”

“ Io sono buono, io.”

“ Dammi un abbraccio, ometto.”

“Quando torni papà?”

“Presto,Leo. Ogni mercoledì lo sai.”


Leo ora ha 45 anni, le rughe sul volto e occhiaie scure. E il papà non è tornato da più di 176 mercoledì ormai. Leo gioca con il mostro verde dalle grandi zanne. “ io sono buono, io. Il papà domani viene. Si si domani è mercoledì e il papà viene perchè io sono buono, io.”

Ogni mercoledì il papà di Leo prima di andare alla casetta comprava mostri fosforescenti, teatrini di marionette, treni di legno, macchinine telecomandate, e quant'altro al negozio di giochi più grande della città si poteva acquistare.

La camera di Leo alla casetta era diventata il parco giochi più bello della città, c'erano giochi divertenti per bambini di qualsiasi età.

Tutti i bambini della casetta saltavano in braccio a Leo che li faceva giocare, li faceva fare le capriole e li faceva usare i giochi della sua stanza. Leo raccontava a loro le storie di batman, peter pan e spiderman. I bambini consideravano Leo il più grande super eroe di tutta la storia dei supereroi. Il 45 esimo compleanno di Leo fu una festa piena di palloncini colorati, e tutti i bambini sorridevano frenetici. Tutti, nessuno esente dal sorriso. Gli regalarono un vestito da super eroe lucido e meraviglioso. Leo era felicissimo. Quella stanza era la stanza più bella della casetta, un bazar ludico e pieno di allegre risate.

“ Io sono buono, io “ diceva Leo indossando il suo vestito da super eroe . “Io sono buono.”

martedì 22 marzo 2011

Tu quoque, leo, fili mi!

Assorto nella contemplazione dei giochi Cesare trotterellava le mani sulla balaustra travertina della tribuna. Ancora le guerre puniche in atto. Ormai Cesare non le tollerava più: Cartago sarebbe stata distrutta, le navi dei Cartaginesi messe a ferro e fuoco. Il massacro goliardico lo tediava: sempre episodi riciclati, nessun gladiatore che si eleggeva tra quella massa di schiavi, le lotte vestivano di anonime reiterazioni e il sangue, agl’occhi dell’imperatore, era sempre dello stesso, identico colore. Rosso mortale. Cesare voleva dipingersi con le sfumature dell’immortalità, voleva modellare l’impero con fattezze eterne.

D’impulso prese la sua decisione.

Lasciò al mortale divertimento i senatori che assistevano ubriachi e striscianti l’epilogo del popolo di Asdrubale, scese di corsa i gradini dell’anfiteatro e piombò nelle gallerie, il vero spettacolo dell’arena.

-Preparate un leone. Per me. Finite le guerre puniche vado in scena io.

Indugio e esitazione furono assorbiti dal volto glorioso di Cesare. Determinato l’imperatore si preparava al duello con l’esistenza effimera. Sistemò la tunica di lino e l’armatura di bronzo, cinturone e gladio. Si fermò dietro l’arcata monumentale disposta sull’asse maggiore dell’area ellittica, aspettando che il sangue fosse almeno parzialmente assorbito dalla sabbia.

Silenzio. Spariscono le differenze di classe, schiavi, patrizi e plebei tutti paritetici, tutti uguali, immutabili e costanti nello sbigottimento all’ingresso di Cesare. Lo smarrimento del pubblico era direttamente proporzionale al godimento dell’imperatore. Quanto bello era prendere per il culo storia e istituzioni. Fece segno di azionare il rudimentale montacarichi e ecco il leone, con il suo dimorfismo sessuale, la criniera del re della natura. L’uomo dell’ impero e la natura del regno ora si fronteggiavano, si studiavano, preparavano le armi all’attacco. Spada contro zanne e artigli; l’intelligenza non era un elemento di distinzione, la tensione all’immortalità nemmeno.

Il leone ruggiva, Cesare pensava e s’avvicinava cercando il contatto, impavido alle urla della fierezza dell’animale. Il godimento dell’uomo affondò il colpo cercando di penetrare la corporatura orgogliosa e possente. La mossa conferì semplicemente un leggera ferita sul fianco del leone, che prese nel mentre Cesare e aaaaaaaarrrrrrrr…

GAME OVER

Luca scagliò il joystick della play sul tappeto. Porca puttana. Era la settima volta che si fermava proprio lì, nel duello con il leone. Decisamente stizzito corse distratto verso il frigorifero , prese il cartone del latte riposto negl’appositi spazi sull’anta e ne bevve un lungo sorso. Maledizione. Luca non riusciva a cambiare la storia nemmeno in un videogioco. Che tristezza di fatti e che tristezza di vita, vivere d’impotenza astorica nel mondo reale e virtuale.Cesare soccombe. Che siano i coltelli degl’idi di marzo o meno, poco importa. Cesare soccombe.

lunedì 21 marzo 2011

È la tua festa

Assorto nella contemplazione dei giochi stava lì, seduto immobile su un tappeto azzurro decorato di nuvolette bianche. Il gioco che fissava più a lungo era una piccola automobile rossa fiammante, con il tettuccio leggermente graffiato. Non avrebbe saputo come giocarci, ma nella sua testa mille fantasie sulle storie riguardanti quell'automobile si rincorrevano, in una fitta trama intricata che solo lui avrebbe potuto comprendere. Prese il modellino e lo ripose ordinatamente insieme agli altri, in una scala discendente di grandezza e colore. Mentre sua mamma lo chiamava da lontano iniziò a dondolarsi lentamente, fino a quando quella giovane e bellissima donna entrò nel suo campo visivo. “Sono arrivati tutti, vieni di sotto, è la tua festa” e lui, alzatosi in piedi, si limitò a ripetere con lo sguardo fisso nel vuoto “è la tua festa”. Raggiunto il piano sottostante dell'abitazione, trovò un gruppo di persone festose. Era il suo compleanno. Si sedette sulla sua poltrona la quale era stata lasciata volutamente libera mentre sua madre gli si avvicinava dicendo: “Hai visto gli zii? Hai visto i tuoi cuginetti? E la nonna? È lì che ti saluta”. Un mucchietto di regali era accatastato sul tavolo da pranzo insieme ad una torta, tutta ricoperta di panna montata, sulla quale troneggiavano dodici candeline accese. Mentre una delle sue zie portava la torta in salotto, iniziò il consueto canto di augurio di buon compleanno. Quel frastuono lo infastidiva, non era abituato ad avere tutte quelle persone intorno. Gli venne accostata la torta al volto e sua madre spense le candeline al posto suo. Mentre tutti i parenti erano impegnati a consumare la torta, suo padre, che fino ad allora era rimasto leggermente in disparte iniziò a scartare i regali e a mostrarglieli. Un trenino, un peluche, un album da colorare, mentre tutti quei doni gli passavano davanti agli occhi suo padre continuava a chiedergli “ti piace?” poi girava lo sguardo verso il mittente e lo ringraziava. Un solo regalo però lo interessò terribilmente. Una macchinina gialla, nuovissima e lucidata, la più grande che avesse. Strappò il regalo dalle mani di suo padre e corse al piano di sopra. Quell'auto si trovava fuori dal suo ordine naturale, doveva trovargli un posto, e dopo aver deciso velocemente la sua collocazione la mise insieme alle altre, ordinata in maniera decrescente per grandezza e per colore. Si sedette di nuovo sul pavimento e prese incessantemente a fissare quella nuova automobile che era entrata a far parte della sua personale collezione. La madre, con una bambina al seguito, entrò nella sua stanza invitandola a sedersi davanti a lui. “Ti ricordi di Lucia?” gli disse. Lucia era una bambina che aveva la sua stessa età, dalle forme lievemente pronunciate da preadolescente. Faceva parte del suo stesso gruppo di sostegno alle famiglie di figli autistici, quindi loro si erano già visti in più di un occasione. Lucia iniziò a fissarlo, distraendolo dal gioco che aveva appena ricevuto. Si fissarono per almeno un ora, senza dire una parola, i loro pensieri erano così ingarbugliati e discontinui che non avrebbero potuto comunicarseli, anche se ne fossero stati in grado. Ad un certo punto la bambina gli tese una mano, e lui iniziò a dondolarsi come faceva tutte le volte che era nervoso. La madre, nascosta dietro la porta stava assistendo a tutta la scena, pregando che il figlio potesse finalmente schiodarsi dal suo immobilismo esistenziale. Dopo circa cinque minuti, la bambina ritrasse la mano e ritornò a guardarlo. Lui a quel punto si calmò, smise di dondolarsi, e tornò assorto nella contemplazione del suo nuovo giocattolo.

La Finale iniziale

Samuele che ormai andava per gli otto anni, con un dentino tentennante in via di caduta, sedeva sudato e assorto nella contemplazione dei giochi.

La palla rimbalzava qua e là come fosse tirata da un filo invisibile che attirava a se la corsa di tutti i bambini intenti disperatamente a raggiungerla. Samuele con i suoi grandi occhi miele osservava le corse impazzate e desiderava intensamente unirsi al ritmo sfrenato.

Le mani piccole, sporche di terra, si tenevano l’una e l’altra contraendosi e rilassandosi di continuo in vista di ciò che il suo attento sguardo osservava. La maglietta di Samuele era rigata da macchie verdi di erba e la sua fronte umida di sudore era sovrastata dal ciuffetto dorato che rendeva ancor più candida la pelle e i lineamenti del viso. Il ginocchio sinistro era gocciolante di sangue sporco di terriccio nero.

Ogni tanto sul bordo inferiore dell’occhio scivolava una lacrima che gli rigava la guancia, però con i denti stretti guardava i compagni sfrecciare da un’area all’altra del campo smeraldo. Samuele si toccava gli occhi, li grattava cercando di trattenersi nel silenzio che però era infranto da rari gemiti di cui si riappropriava immediatamente e ritornava, come se stesse rispettando un ordine impartitogli dall’alto, sull'attenti in una postura estremamente dignitosa ed adulta.

In effetti lo avevano segregato in panchina nonostante la sua agilità in campo fosse l’ingrediente speciale di tutte le partite fatte fino a quel momento dalla sua squadra.

Lui così minuto nel corpo riusciva a creare un rapporto intenso con quella sfera maculata e la riteneva l’oggetto magico della sua fiaba in cui lui era il protagonista e il grande eroe.

Ma questa volta a dispetto delle sue aspettative, nel grande prato verde, non era lui ad averne il controllo magnetico.

Infatti la sorte aveva scelto per lui. Dopo soli dieci minuti dall’inizio dell’incontro, ecco che il fango ha minato l’appoggio del suo piedino distorcendolo in una violenta caduta. Così Samuele si è scontrato con una fine inaspettata della sua storia.

Però a questo punto non si chiedeva più se esisteva un lieto fine ad ogni fiaba, ma si rese conto per la prima volta che la conclusione della sua fiaba l'avrebbe scelta lui, magari più avanti... fregando così la sorte.