L'incipit della settimana

ELABORATO TESTUALE DI TOT PAROLE: "L'antico vaso andava salvato"
STRINGA AUDIOVISUALE DIGITALE PROVENIENTE DA QUALCHE SERVER: "Youtube"
RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
Ctrl+c, Ctrl+v, STAMP-E-PORT-LE-FOGL:"Glutammati sto sodio"

lunedì 27 settembre 2010

due fratelli

A- Io sono bello, io sono giovane, io ho tutto… Sono state le ultime parole che ho sentito uscire dalla tua bocca quarant’anni fa…prima che ti imbarcassi.
B- Fanculo, non ti vedo da una vita e mi ricordi queste stronzate? Avrei preferito un ciao.
A- Sono tuo fratello, e non ho più avuto tue notizie, ti aspettavi un mazzo di fiori?
B- Figurati, al massimo mi sarei aspettato un pugno in faccia. Quindi va bene cosi, Fratello.
A- Non sei cambiato. Per nulla. Sotto quelle rughe sei sempre il solito stronzo.
B- Punti di vista.
A- Già. Senti…Si gela stanotte, dai sali in macchina, andiamo a bere qualcosa che ci scaldi un po’. Poi ti porto a casa.
B- Ok. Ma dimmi, Fratello, c’è ancora quel parchetto all’angolo tra via Tirana e corso S. Luca? Ti ricordi, dove ci portava mamma dopo la scuola…
A- No.
B- No?
A- Il tempo passa. La gente cambia, i posti cambiano. Anche qui in Italia cosa credi?
B- E’ la vita che se ne va. E noi con lei…!
A- Cosa ti devo dire…E’ una merda! E noi siamo vecchi anche solo per sentirne la puzza. Superati: come il tuo parco.
B- Hai ragione..siamo solo dei vecchi…
A- Che fai?adesso ti lamenti? Tu? Che dovevi conquistare l’America? Lasciamo perdere…Invece, dimmi, cosa hai fatto in questi ultimi lunghi quarant’anni…
B- Niente, niente…ho solo bevuto tanto caffè.

IO

“Io sono giovane. Io sono bello. Io ho tutto..

Io sono il più grande sostenitore dell' egoscienza;

tutta colpa di Nietzsche che me la pose sul piatto negli anni liceali.

Il mio interesse sono Io, i miei movimenti, il mio serbatoio celeste.

Ho capito di dover indagare su di me quando all'esterno non ho visto nessuno specchio, nessuna similitudine molecolare.

E così parlo più volentieri con me che con la costellazione di pagliacci là fuori, a parte qualche rara occasione.

Sono narcisista: Boccadoro mi tediava.

Costruisco in continuazione la mia immagine, giro sempre attorno al mio ombelico.

Forgio pensieri circolari: tutti partono e ritornano al mio Io.

Sono un irritante presuntuoso: svaluto ogni improvvisazione esterna del bello.

Non commetterò lo stesso errore di Dorian Gray, imprigionato dalla sua bellezza, aspettando di distruggere la sua immagine.

Io sposo l' autosufficienza e comunico solo ogni tanto con la storia, con qualche biografia di anime elette.

Affino nel silenzio le mie spade, lucidandole ogni giorno, per colpire l'ignoranza esterna e volgare.

La psicoanalisi, Freud e i suoi seguaci mi grattano la fronte.

Ma ciò che dovevo scoprire di me è già stato scoperto, ora penso solo a quando la morte mi staccherà dal mio Io.

“Io” è il pronome personale che preferisco, il “Tu”, il “Noi”, sono solo connotazioni ipocrite che la grammatica scolastica mi ha imposto.

Solo Io sono il padrone del mio mondo, non voglio interferenze spicciole d'affetto né pulsioni perdenti d'amore.”

La dottoressa Agnese lavorava nell'ospedale psichiatrico di Sant'Antonio da ormai vent'anni; era abituata ai gridi satanici di quelle mura, alle bave nervose dei suoi pazienti, ai colpi di testa ripetuti sul tavolo.

Ma gli scritti che trovava scolpiti nel muro della stanza di quel ragazzo, le bruciavano i nervi.

Nessun caso da lei affrontato presentava margini così assoluti di isolamento.

Quel ragazzo ossuto e spigoloso non interagiva con lei in nessun modo, ma il suo ruolo di salvatrice di anime le era sempre riuscito bene. Non avrebbe fallito con il ragazzo, a costo di fare straordinari e di ricopiare meticolosamente in cartelle tutti gli sputi che le lasciava nel muro.

Il ragazzo era estremamente colto, sottolineava e strappava pagine di libri in continuazione, le nascondeva tra le lenzuola.

Non voleva ammettere nessun tipo di debolezza, di inclinazione caratteriale.

Se ne stava tutto il giorno a giocare a scacchi con il suo Io, non rivolgeva nessuna parola agli altri, rifiutava i psicofarmaci, negava colori e carezze.

Era di una bellezza ammaliante, un Apollo terreno che contrastava con i capelli unti, le bocche storte, le facce cadenti e le gobbe arcigne degli altri pazienti.

Ma la sua bellezza contrastava anche con il buio cenere della sua gabbia: la sua testa che balzava sopra ogni pensiero.

Ormai era più di un anno che lo aveva in cura. Tutte le tecniche che con gli altri pazienti prospettavano miglioramenti, con lui erano solo ripetuti buchi nell'acqua.

Durante le ore di seduta obbligatoria lo provocava con qualsiasi ingegno mentale, ma la psicoanalisi per il suo caso non dava risposte.

E così la seduta finiva con un soliloquio della dottoressa che accumulava rami secchi nella testa.

Solo una volta il ragazzo pronunciò una parola, lanciandola a velocità irruenta nella stanza, quasi per compassione per i teneri sforzi della dottoressa.

Era un'unica parola, senza orpelli e senza parafrasi: “Rivoluzione”.

Vomitò quella parola con un filo di voce, si alzò di scatto, ghignò saccente e girò le spalle, lasciando la dottoressa con quel solo unico elemento che le premeva sulle tempie.

Rivoluzione da cosa?

Per chi?

Ora?

Rivoluzione culturale? Psichica?

Rabbiosa?

Dopo il lancio di quella parola seguì il nulla, se non contorsioni di vuoti e di silenzi.

Erano passati due mesi e la dottoressa stava mollando, riconoscendo i limiti della sua missione. Chiuse la cartella clinica, erano le otto, doveva tornare a casa a baciare i piedini della figlia, a far riposare le sue domande, a bere del tè caldo.

Decise un ultimo tentativo, si precipitò decisa e a passo veloce nella stanza del ragazzo e urlò: “ Rivoluzione dall'Io?!”

Dopo pochi istanti vide il corpo neoclassico del ragazzo nude e molle appeso al soffitto, con il viso pendente e un lembo di lenzuolo girato attorno al collo.

Il suicidio della rivoluzione.

La dottoressa si chinò al suolo per il tremolio improvviso delle gambe.

E pianse.

Pianse per quell' inconciliazione sospesa dell' Io.

L' atto è creativo

Io sono giovane. Io sono bello. Io ho tutto. Meglio, avevo tutto. Ero possidente di un regno che non aveva confini, dove i lama e le mucche facevano all’amore con la stessa frequenza con cui brucavano i cespugli dell’infiniti prati d’erba; dove i leoni e le gazzelle si schizzavano l’acqua degl’innumerevoli corsi con la semplicità e la naturalezza di un bebè che cerca il capezzolo materno. Il mio regno non aveva insegne e/o stendardi, né tantomeno eserciti dalle lunghe lance o baionette veloci o devastanti mortai o ingiusti droidi: i sostantivi guerra, male, violenza, schiavitù non risiedevano tra le pagine del dizionario del mio regno. La condivisione e la complicità di ogni essere soccombeva alla condivisione e complicità di ogni essere. Io dominavo decidevo perché ero il primo, il bello, l’eletto fondatore del regno.

Le giornate scorrevano. Gl’anni pure; i secoli con loro. Ed io rimanevo giovane bello e possessore di tutto. Le uniche gioie erano erette da orgasmi plurimi forniti e elargiti dalla mia signora che mi fu sempre accanto, fin dall’inizio. Perché , probabilmente paritetica di me, era la prima, era la bella, era la giovane. Purtroppo o per fortuna gl’orgasmi rubati alle membra di un'unica donna non vanno a riempire il vuoto di un’esistenza eterna: di fronte alla noia immortale io, giovane e bello, non avevo né alfieri né torri né regine da muovere contro. Insomma non ero armato a combattere la noia: non avevo puttane da accarezzare, droghe per anestetizzare un non essere innato, genti o popoli da conquistare perché tutto ciò che esisteva m’apparteneva. Ero eterno e solo. E solo nell’intento e nell’azione m’annoiavo di parole argute, di nullità ostentatamente felici, di una perfezione costruita, dettata, premasticata. L’insolvenza è parte del vizio, ma del vizio io non ero a conoscenza, completamente ignaro che esso potesse in qualsivoglia modo sopperire ad una nudità stufante.

Un tempo tutto era così. Ma il tempo non vuole eleggere il rimpianto a protagonista: è il ricordo che recita la parte di unico ruolo principale: il ricordo di quel giorno in cui decisi di abdicare in favore della spietatezza dell’egoismo e dell’ingiustizia:

Lei era di una bellezza senza nome, era di una nudità accecante, di un’eleganza floreale. Per ciò, in quel giorno, in quel ricordo, decisi di morire e vivere per lei. Lei era Eva. Ed io gustai e godei della mela mortale che m’offrì.

sabato 25 settembre 2010

sulla strada

Appena ripreso i sensi si accorse di non riconoscere il luogo in cui si trovava.

Era un usanza che gli si presentava spesso, sopratutto tutte quelle volte che esagerava con i bicchieri di vino. La testa ronzava. Scricchiolò le spalle, sistemò le membra, apri le palpebre. No, quel luogo proprio non lo conosceva. Tutto normale.

Si era sempre considerato un apolide, aveva noleggiato parecchi cieli e camminato per diversi marciapiedi, nessuna dimora fissa, né il buon giorno della mamma, né le stesse lenzuola. Lui era fatto cosi, abbandonava ogni posto prima di potercisi affezionare.

Si chiedeva spesso dell'esito della sua vita vagabonda, quanto ancora il suo essere cane randagio l'avrebbe soddisfatto.

Amava il viaggio per godere di un continuo e piacevole solletico al cervello, per poter accumulare nella sua memoria più visi possibili, più raggi, più movimenti.

Girava con uno zaino consunto, delle buone scarpe da camminatore, con una decina di libri ( l'unico peso che riteneva lecito da sostenere), con il pollice alzato e non sentiva nessun tipo di appartenenza, se non quella al suo mondo, ai suoi pensieri.

Aveva percorso più tratte, e si considerava giovane e fortunato da poter progettare altri passi.

Aveva perso completamente la dimensione temporale, e non era nemmeno cosi bravo da leggere l'altezza del sole, ma sapeva che a qualsiasi ora del risveglio si sarebbe posizionato sulla strada.

Si trovava il palato secco .Scemo: non si preoccupava delle conseguenze dell'alcol, ma solo dei suoi benefici.

Succhiò con avidità le ultime gocce della borraccia, e si chiedeva quando Dio gli avrebbe fatto incontrare una fontana.

Rise. Rise per non sentirsi ancora più solo.

Caricò lo zaino, premette i polpacci al suolo, scrollò i capelli dagli occhi, e rise di nuovo.

Era ancora sulla strada, il suo territorio.

Non si era mai davvero chiesto delle ragioni della sua partenza, il suo vecchio gli disse che un giorno l'avrebbe sentita cosi provenire da dentro, senza un razionale bilanciamento di interessi.

Non aveva particolari rancori contro la società che i suoi genitori gli avevano presentato come pacchetto regalo alla nascita, non sbandierava cartelloni alla ricerca di riconoscimenti o rivendicazioni, non rigurgitava asili politici. Era solo un apolide che non riusciva ad infilarsi con facilità nei ripetuti discorsi della sua ormai vecchia quotidianità .

Era per di più silenzioso: amava le parole e le sceglieva con una cura quasi ossessiva. Generalmente non sbrodolava ideali da bancarelle.

Definiva la sua libertà come quella di un cane randagio, nessun collare, nessun padrone.

A volte la sua solitudine gli faceva brutti scherzi. La carezza era umana, la cura di anime era umana, Lui era umano, perciò spesso piangeva. Nella stessa misura in cui rideva, sempre per sentirsi meno solo.

Spesso incontrava il calore umano, lo leccava nei sorrisi delle persone che popolavano le strade, lo raccoglieva tra i suoni del vento, lo prendeva in affitto tra gli sguardi.

E poi c'era sempre il sole, che a momenti alterni gli baciava il viso o gli scaldava le spalle.

Era sempre stato un gran esperto nel raccogliere il più possibile emozioni sulla strada.

Era innamorato degli sbalzi della sua vita e dell'interruzione di ogni ragionevole previsione.

Gli incontri che viveva balzavano improvvisi , e viveva numerosi racconti di queste persone che lo raccoglievano in macchine scassate e in camion rumorosi, come se lui fosse segno.

Le persone che si fermavano spesso erano timorose ( le storie lugubri di un autostoppista che deruba e massacra il povero samaritano erano risapute) ma poi la curiosità e il buon cuore prevalevano, e cosi alla fine del passaggio sembravano avere i visi più distesi, felici della loro buona azione. La maggior parte dicevano che chi da amore riceverà amore.

Per di più persone semplici: braccianti abbronzati, operai odoranti di tabacco, macchinisti stanchi, pescatori silenziosi, qualche famiglia allegra e qualche gruppo di ragazzi curiosi. Tutti con immensa voglia di raccontare e di essere ascoltati. Nessuna domanda gli veniva rivolta.

Mai persone ricche: il denaro è la protezione di coloro che hanno paura di ciò che non conoscono. Almeno queste era una della sue conclusioni.

Avrebbero potuto definirlo il miglior sociologo dei suoi tempi, perchè Lui le persone le ascoltava e le toccava. Nella preparazione alla carriera politica, pensava, si dovrebbe imporre un anno di autostop, cosi i politici avrebbero potuto conoscere i loro datori di lavoro.

Sapeva che un giorno si sarebbe fermato, tutti hanno il diritto di riposare, ma gli sarebbe piaciuto riposare dentro una persona, per continuare con lei il suo movimento.

I pentiti

Ancora intorpidita dal sonno si diresse verso la porta di casa, curiosa di sapere chi potesse essere a quell'ora del mattino. Aprì la pesante porta scura. Un uomo. Baffetti curati, abbigliamento decisamente demodè, quasi ridicolo, un profilo austero ostinatamente rigido. Le ci volle un pò prima di capire dove fosse, chi era lei e chi era l'uomo che le stava davanti, silenzioso come una statua. Dopotutto, si era appena svegliata. Fissò nel vuoto per una manciata di secondi quando, all'improvviso, ecco che spalancò gli occhi e non riuscì a credere a ciò che stava vedendo:l'uomo davanti a lei era proprio lui, era Josip Djugashvili, per amici e nemici, semplicemente, Stalin. L'uomo non modificò la sua espressione nemmeno per un istante, non mostrò alcun movimento muscolare simile ad un sorriso ma, con assoluta spontaneità, entrò in casa. Andò spedito verso la poltrona più comoda del salotto, si sedette e, sempre in silenzio, aspettò. La ragazza, completamente impietrita, pensò come prima cosa da darsi un pizzicotto sulle coscie calde di letto, ma non riuscì a fare altro che raggiungere l'angolo del suo salotto dove sedeva nientepopodimeno che Stalin e prese posto, muovendosi come un automa, sulla poltrona scomoda di fronte al grande dittatore. Senza nessuna presentazione, o tantomeno spiegazione, l'uomo baffuto cominciò a raccontare alla ragazza di tutto il male che aveva fatto. Parlava allo stesso modo in cui si parla ad un prete in un confessionale, parlava e si pentiva. Finito l'elenco di atrocità piccole e grandi, inedite e conosciute, com'era arrivato, se ne andò. La ragazza rimase per un minuto, o forse un'ora, o forse tutto il giorno, incollata alla poltrona, con la bocca asciutta. Era completamente shockata. Mai a nessuno era successa una cosa del genere. Cercando di convincersi della propria sanità mentale, tentò con mille sforzi di passare il resto della giornata pensando il meno possibile all'accaduto. Il giorno dopo, alla stessa ora del mattino,lo stesso trillo del campanello. Senza accendere il cervello si trascinò, scalza, verso l'uscio e aprì. Un uomo in abiti romani, un peplo bianco lungo fino ai piedi e una stupida corona d'alloro in testa. "Oh Gesù", pensò, "è Nerone". Con la stessa dinamica del giorno prima il personaggio entrò con passo sicuro nella dimora della povera ragazza, a quel punto completamente sbalordita, e si sedette. Allo stesso modo, l'antico romano cominciò a scorrere verbalmente le porcherie che aveva commesso, dimostrando pentimento. La ragazza non fiatava. E così successe per i dì a venire. Un giorno aprì la porta a Napoleone, il giorno successivo sedeva sulla sua poltrona preferita il generale Custer, un'altra volta si trovò ad ascoltare i peccati di Al Capone. Tutti i personaggi nominati nei libri di storia stavano passando da casa sua. La ragazza, dopo la terza o quarta visita bizzarra, smise anche di domendarsi se fosse impazzita, o se fosse un sogno, o se fosse morta e finita in uno specie di psichedelico aldilà. Oramai accettava questa particolarissima routine e, giorno dopo giorno, cominciò a guardare a quelle persone sempre più come a esseri umani e meno come personaggi da manuale di storia. Nel suo silenzioso ascolto comprendeva come ogni essere umano sia in realtà diabolico, perchè potenzialmente capace di azioni diaboliche. Capì come ogni uomo o donna sviluppi atteggiamenti e intenzioni negative. Ognuno nel suo piccolo è distruttivo, solo che in alcuni esseri umani la combinazione di fattori negativi, interni, esterni, lunari, divini, casuali, sfocia nella distruzione estrema e compulsiva di qualcosa, di intere masse di uomini, ad esempio. La ragazza, nel suo silenzioso ascolto, accoglieva in sè la storia intera, una storia disperatamente umana.

mercoledì 22 settembre 2010

Ciò che è reale è razionale

Appena riprese i sensi si accorse di non riconoscere il luogo in cui si trovava. Stava camminando quando successe. Come se qualcuno avesse premuto un interruttore al suo cervello e ai suoi sensi. Ma questo non lo turbava. Continuo a camminare come se fosse la cosa più normale ed ordinaria da fare. Non lo toccava sapere come ciò fosse possibile, dove fosse o che senso avesse. Questo semplicemente perché nemmeno gli pareva strano. Si guardò attorno, riconobbe una via della sua città. Era giorno.Si guardo le mani. Nella sinistra stringeva delle chiavi, familiari molto anzi, erano le chiavi della sua auto. “Devo prendere la mia macchina”. Il pensiero si accese nella sua mente come una lampadina, non fu frutto di una congettura, di un ragionamento e neppure un ricordo. Lo doveva fare e basta. Arrivò ad un incrocio. Dall’altra parte della strada la vide, la sua auto. Strano luogo per parcheggiare. A breve distanza da casa sua, lontana da qualunque posto che era solito frequentare e inesorabilmente sul marciapiede. Non si chiese che ci faceva li. Attraversò la strada. Senza dar credito a macchine e semafori o strisce pedonali. Non successe nulla. Poteva forse essere diversamente? Ancora 50 metri lo dividevano dalla sua automobile. Prese tra pollice ed indice la chiave dell’auto e premette il pulsante dell’apertura centralizzata. La macchina rispose facendo lampeggiare le 4 frecce. Arrivò all’auto. Un colpo lo prese al petto. forte e profondo. Non era la sua…. Ma come è possibile? Gli sembrava decisamente la sua auto ne era certo….aveva anche risposto all’apertura a distanza…poi l’aveva parcheggiata proprio li! Dov’è? Dov’è? Con tutto quello che aveva speso per acquistarla..rubata forse? E questa qui? Di chi è? La fissò attentamente. Era nera come la sua. Forse il colore lo aveva ingannato. Era un modello mai visto prima. Alta come un suv, nuova dalla linea, ma decisamente malconcia, ammaccata e impolverata. Salì, inserì le chiavi nella fessura dell’accensione e la macchina si accese. Non si stupì affatto. Da qualche minuto stava perdendo fiducia nella veridicità dei suoi ricordi. No non doveva farlo. Non capiva ma non doveva farlo. Devo tornare a casa. Devo capire. Alla macchina penserò dopo.
Prendere l’autobus era stata forse una buona idea. Poteva così dedicare un po’ di tempo a guardarsi intorno per provare a riconoscere qualcosa. Era al piano superiore di un vecchio autobus arancione, non ricordava di averne mai visto uno del genere. Non si curò troppo di questo dettaglio. Era più intento ad osservare le vie del suo quartiere. Le riconosceva, ma erano al contempo diverse, come una città ricostruita per un set cinematografico… Era nervoso. In mano stringeva ancora le chiavi dell’auto. La sua cazzo di auto dov’era? L’autobus svoltò in un viale ai lati gremito di auto parcheggiate... Quasi nella speranza di trovarla li, cominciò a premere il tasto dell’apertura posizionato sulla testa della chiave, sperando di ricevere il disperato richiamo luminoso della sua auto, quel maledetto lampeggio delle frecce…Ed eccolo. Lo vide, arancione, ma non era la sua macchina. Riprovò, eccolo, di nuovo un'altra macchina…ancora e ancora….ma mai lei. Tutte lo salutavano beffarde in fila…una dopo l’altra. O il suo telecomando poteva aprire tutte le auto….o stava impazzendo. Ormai l’autobus era vicino a casa. La sapeva che avrebbe trovato la risposta che cercava. Attraversò l’ingresso del suo condominio, poi prese l’ascensore. L’ascensore cominciò a salire. Provò a ragionare… Tutto era cosi strano, cosa ci faceva li? Prima? Non ricordava molte cose…non ricordava di aver attraversato la strada, non ricordava di essere salito o sceso dall’autobus e non ricordava nemmeno di aver incrociato anima viva…come se esistesse solo lui.

Forse, si di sicuro, deve essere un sogno. Piegò le braccia a novanta gradi…apri le mani e si fissò i palmi. Erano così veri, era tutto cosi vero e vivido… sentiva l’aria entrare e uscire dal suo naso, sentiva l’ascensore viaggiare.

No non era un sogno era tutto vero. E in quel momento si svegliò.

lunedì 20 settembre 2010

fra sogno e realtà

"Appena riprese i sensi si accorse di non riconoscere il luogo in cui si trovava"

Si guardò intorno e immediatamente capì che la sbronza del giorno precedente aveva fatto fin troppo il suo dovere. La luce ormai aveva riempito la stanza e il sole già alto filtrava dai pesanti tendaggi. Sdraiato sul tappeto sporco di chissà quali ambigue sostanze cercò di fare il punto della situazione. Ieri sera un po’ preso dallo sconforto aveva deciso di uscire e lanciarsi in una festa improvvisata a casa di amici. Un bicchiere tira l’altro e così in poco tempo le cose si deformavano, i mobili giravano, le persone distorcevano la voce e le sigarette continuavano a cadere di mano. Si ricordava però solo un ultima scena lui una ragazza e un ballo sfrenato sul tavolo.. ma quella non era la casa che ricordava. Dove diavolo era finito? La testa gli doleva molto e l’alzarsi sembrava veramente utopico. Improvvisamente girò la testa e vide che non era solo in quel sudicio tappeto. Una chioma bionda gli sfiorava il viso e a questa un corpo sinuoso e candido vi era attaccato. Piacevolmente colpito dalla situazione cercò di guardarla meglio per tentare di ricordare gli avvenimenti precedenti e magari riassaporarli poiché con un corpo così sarebbe veramente stato uno scemo a lasciarsi sfuggire una tal occasione. Con la coda dell’occhio tentò di sbirciare il resto.. la ragazza era coricata leggermente di fianco, gli volgeva le spalle bianche ed era avvolta solo sulle cosce da un lieve lenzuolo...ma non ricordava che fosse quella la donna con cui si era lanciato in balli provocatori e un po’ troppo sferzanti per la sua età. Così decise di farsi forza, superò i conati di vomito che gli venivano, i giramenti di testa e decise con delicatezza di scostarle i capelli dal volto per intuirne i lineamenti. Due occhi bianchi con una piccola e ferma pupilla lo travolsero. Occhi immobili, pietrificati. Dalla bocca carnosa e perfetta un rigagnolo di sangue colava sul collo lungo e sublime della ragazza. Improvvisamente l’uomo si alzò cercò di spostarla ma un corpo ormai freddo non rispondeva agli stimoli e ad ogni spinta dell’uomo ricadeva pesante sul tappeto. L’uomo si guardò le mani.. ormai non riconosceva che sangue su di esse, sangue scuro, amaro. E vide che i suoi vestiti ne erano pieni. Ed il tappeto ricoperto anch’esso, anch’esso di orrore omicida. Ricadde su se stesso accanto all’ormai cadavere, le mani al volto, le lacrime anch’esse troppo impaurite per scendere..che diavolo era successo?

La donna era stata evidentemente pugnalata più e più volte al petto e al ventre. I seni che qualche ora prima erano caldi e sodi, che avrebbero creato voluttà in ogni uomo per la loro prorompenza e pienezza ora erano squarciati e inzaccherati in un color purpureo che inondava tutto il circostante. Non avrebbe mai creduto che un corpo umano potesse perdere così tanto sangue. Cercò di riordinare le idee.. non poteva certo essere stato lui.. cercò di alzarsi, un forte capogiro lo prese ma riuscì a reggersi sulle gambe, voltò le spalle al cadavere per cercare di vedere la stanza.

Le altre finestre erano tutte coperte dai pesanti tendaggi di velluto rosso e così il sole non riusciva a passarvi. Per quanto ormai fosse pieno giorno solo la finestra sopra il cadavere permetteva di intravedere. Cercò di abituare gli occhi alla penombra, fece qualche passo e i suoi piedi nudi toccarono qualcosa di appiccicoso ma allo stesso tempo ancora fluido. Si guardò le dita e vide che il piede era totalmente coperto di un liquido rosso ormai quasi rinsecchito..

Protrasse lo sguardo qualche centimetro più avanti e una mano, un’altra mano non la sua, non quella della ragazza era distesa sul pavimento. Improvvisamente un rumore.. un cigolio come di una porta, l’uomo si affrettò verso il rumore ed un gatto vecchio e tozzo gli saltò addosso miagolando come se lo stesse accusando.. sei stato tu.. povero pazzo.. sei stato tu.. l’uomo urlò i suoi nervi ormai non riuscivano più a reggere, le mani gli tremavano, la faccia era bianca, un cencio. Non riusciva più a pensare,la donna, poi l’uomo.. com’era possibile.. in lontananza un rumore, come di una sirena... sempre più vicino alla casa.. d’improvviso si svegliò. Era stato solo un tremendo incubo.. un pazzesco viaggio del cervello sorrise fra se e se sbattendo lentamente gli occhi. Sbadigliò.. e pensò che strano credevo di essermi sdraiato sul divano ieri sera non sul tappeto.. voltò lo sguardo e una chioma bionda immobile stava al suo fianco sfiorandogli il volto...