L'incipit della settimana

ELABORATO TESTUALE DI TOT PAROLE: "L'antico vaso andava salvato"
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RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
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domenica 24 luglio 2011

FINZIONI

UN

giorno di ordinaria

follia inizia con l'ordinario

mistero di una luce che sorge

dal lontano

orizzonte.

Il chiarore si diffonde attraverso

il volo

frenetico di milioni

di particelle silenziose impegnate

nella loro panteistica, sacra

missione:

illuminare questa

terra.

La temperatura si alza

gradualmente seguendo

il ritmo della

luce

che aumenta, mentre questa

si fonde con infinite particelle

d'aria

e partorisce un colore

non più di questa

terra.

È...


GIORNO.

Come un'arca di Noè

sospesa nell'aria

esso arriva,

è naturale.

Il mondo ruota, l'autostrada

fluisce

nell'incessante ricerca di altro

asfalto.

Vedo, e loro vedono

me.

Vedo: strani esseri, metamorfiche

creature in mezzo a campi

assolati di puro

nulla

e giallo grano. Nutrimento,

e storia.

Uomini? Strani corpi,

movenze animali, non vedo

gli sguardi, forse

alieni?


DI

fronte a me c'è un muro

di caldo, una cascata che

allontana

le aquile e i pensieri troppo lunghi.

Il tempo, qui, è reale

illusione,

è specchio

per allodole da

manicomio;

vuole essere, ma non sarà

mai. Ora, le ore, sono diga

di sassi per contenere

la pazzia.


ORDINARIA

convivenza come se

nulla fosse e

nulla è, a bordo autostrada, tra aratro

e pensieri dell'altro

mondo. La volta

celeste mi segue come farebbe

un cappello di paglia

soggetto

solo alla brezza

e agli uragani. Vecchi casali senza più

tetto, parlano al vento come

navicelle

spaziali di spedizioni

aliene

dall'orbita tristemente

annegata,

qui.


FOLLIA.

Siamo solo bambini,

e vecchi.

Vedo

solo bambini e vecchi.

Le uniche vere

età della vita. Il resto

è chiaro, è finzione.

Ciò che rimane, lì nel mezzo, è

messinscena per uomini

insicuri,

per tutti

noi. Qui, gli attori non

varcano

i confini: solo bambini,

e vecchi.

Bambini diventano

vecchi, nelle ore fresche i vecchi

diventano

cenere

da cui nascono nuovi

bambini come

l'araba

fenice antica storia scrisse, solo

loro eredi inconsapevoli.

Bambini,

e vecchi, solo loro.

È PUGLIA.

il più bello

Dedicato agli ordinari folli della mia vita

Entrarono in casa con sguardo truce. Gli strumenti del loro sporco mestiere erano in borsa. “Capelli corvini e giacca uguale” anche se la giacca non c’era e i capelli neppure. una missione li attendeva e loro erano disposti a dare il massimo, non si sarebbero fatti intimidire.
Lui apre la sua borsa e mi guarda con fare di sfida mentre i capelli di lei, rossi si, questa volta, mi sfioravano. Gridolini di eccitazione per l’inizio del misfatto. E io impotente ad aspettare su quella fottuta sedia il destino che avevo tanto voluto rifuggire. I primi scatti, scattosi e scattanti, il rumore del clic di quel dito malefico che tanto sembrava ripudiarmi. E poi... e poi quel suono, fastidioso, irritante, spaventoso. Prima non lo vedevo ma poi quella macchina infernale con quei puntini rossi e quei strani numeri dall’uno al tre fecero capolino da dietro l’orecchio. Che cosa avranno significato? Perché volevano farlo?
In fondo mi ero anche impegnato. Non andavo bene così e allora mi sono schiarito il carattere, sono diventato più puro, ho assorbito il calore attorno a me più che potevo, ho cercato di essere migliore e nulla, nulla è servito. Io sono il più bello di tutti, in mezzo a tanti il più solare, sincero. Ti impegni tanto in un progetto, ci credi e porco mondo alla fine ti lasciano così, senza una spiegazione. Sono circondato da una massa di stolti, di ignobili a cui andrebbe tagliata la vita, ma io? perché io? Il più bello, il più bravo? Il terrore mi sta trafiggendo e non ho potere, non posso scappare, sono fottutamente legato a questa vita. Aiutatemi!!!!!!!!!!sono troppo bello per morire.. vi prego!
Il rasoio intanto si avvicinava e il capello più bello di tutti finiva la sua vita così, spezzato solo per un giorno di ordinaria follia. Nessun grido al vile taglio del capello più bello, nessun urlo di dolore, corpo sanguinante o lacrime. Solo un flebile volo di qualche secondo per cadere nell’anonimato di altri simili, suoi simili. Un istante e il capello più bello era diventato un capello in una massa anonima e scialba.
Ma non aveva sofferto, non aveva voce.

Il viaggio di Alfonso

Un giorno di ordinaria follia fu quello in cui Alfonso 77 anni ancora odoranti di cera di candeline, decise che era stufo della vita da troppo tempo odorante di polvere.

Alfonso non aveva ricordo di essere mai uscito dalla città. Mai.

Fece così.

Uno.

Diede un bacio all’urna cineraria della Sandra, colei che fu sua moglie. Le fece anche un inchino togliendosi il cappello. L’inchino gli fece scricchiolare la schiena con un leggero dolorino nella zona lombare.

Due.

Prese Hugo Santiago il suo castoro addomesticato spagnolo (anche se non era mai stato in Spagna, ne lui ne tantomeno il roditore) e lo caricò sul cesto di vimini artigianalmente fissato sulla parte anteriore del suo motorino.

Tre.

Accese il suo vecchio Ciao giallo ocra. Annata 1972 che rispose orgoglioso al primo colpo, nonostante i quasi sei anni di inattività totale.

Quattro.

Si infilò il suo vecchio casco rosso e gli occhialoni che rimpiazzarono i suoi occhiali da vista. Questa sostituzione durò il tempo necessario per rendersi conto che non poteva pretendere di stare senza i suoi occhiali da vista a causa dei decimi oculari che aveva lasciato per strada durante la sua vita.
Hugo Santiago lo guardava con uno sguardo che era più di un “te l’avevo detto”. Alfonso, allora ripose gli occhialoni nel cesto con l’animale e usci in sella alla sua motoretta diretto verso la tappa numero:

Cinque

Passò quindi dalla vicina, la vecchia Betty, una sconclusionata signora sull’ottantina perennemente in trip da farmaci necessari per frenare il delirio folle della sua mente. Il risultato era una vecchia che, clinicamente parlando, non capiva un cazzo ma rideva sempre.
“Betty. Betty! Io parto vado ai confini della città. Dillo a mia figlia se dovesse passare.”
Tutto questo con il casco in testa che impedì alla Betty di riconoscere Alfonso, con il motorino acceso, che impedì alla signora di capire una sillaba e parlandole dalla strada, quindi a circa sei metri dalla sua interlocutrice, impedendo così alla vecchia di percepire la sua presenza.

L’anziana donna, che aveva preso le sue medicine da circa un’ora e che quindi era in pieno trip farmaco-visivo rispose con un: “Santo viaggio!”

“Grazie!”

Rispose Alfonso che parti sfrecciando a circa 20 chilometri orari.


Al vecchio bastarono pochi attimi per vedere parti di città che mai aveva visto.

Trovo una città apparentemente sconfinata, vuota e carica di una surreale quiete da domenica mattina. Ma ne lui ne Hugo Santiago se ne curarono: uno era indecorosamente sdraiato a genitali insù in un cesto di vimini a meditare su quanto fossero bizzarri gli uomini, mentre l’altro suo compagno di viaggio era ormai ore che non allentava la presa di un centimetro sulla manetta del gas.

Intorno a loro si inseguivano desolati scorci panoramici, come una serie di cartoline di dubbio gusto su un espositore metallico goffamente smaltato di bianco.

Prima erano passaggi a livello in greyscale impolverati, poi semafori che ululavano il loro silenzio trasmettendo l’imbarazzo esistenziale di chi si sente terribilmente fuori luogo.

Si passava successivamente per serrande abbassate rese croccanti dal susseguirsi di soli e lune, per scemare infine in prati fioriti mantenuti in ordine britannico dal naturalmente scandito brucare di vacche selvatiche.

Tutto questo dava da pensare molto al peloso Hugo Santiago, che aveva evitato un confronto con il suo companero solo per non disturbarlo.

Alfonso infatti era troppo preso dal gustarsi l’aria che gli accarezzava i baffi.

Fu quando il panorama si fece omogeneamente campi di grano a destra e a sinistra che il sole cominciò a calare facendo sfumare le spighe da oro ad ottone.

Alfonso fermò il motorino. La strada era finita. Si interrompeva bruscamente dove cominciava una montagna dalle pareti cos ripide che quasi sembrava una muraglia.

Il vecchio scese dal mezzo. Toccò la parete con la mano, accarezzandola in cerca di una risposta.
Poi abbassò lo sguardo su quella strada che sembrava continuare: era come se la montagna fosse state messa li da Dio in persona.
Sopra la sua strada.

Alfonso allora si tolse gli occhiali da vista e si mise gli occhialoni da motocicletta e risali in sella al Ciao.

Hugo Santiago non sembrava preoccupato, proprio per niente e nonostante tutto.

Alfonso accese con un secco colpo di pedalina il suo cavallo meccanico girò le spalle alla montagna e partì, apparentemente per tornare a casa, ma nella realtà delle sue intenzioni, solo per prendere la rincorsa.

Giratosi di nuovo verso la montagna partì a tutta manetta verso la nera parete.

“Hugo Santiago, si torna in Spagna” bisbigliò al suo animaletto.

E urlando un “hasta luego a todos” Si infilò in un tunnel che comparì giusto in quella frazione di secondo necessaria per inglobarlo nel buio.

giovedì 21 luglio 2011

La felicità di Lucia


“Lucia avrebbe voluto nascere maschio, avere un pisello in mezzo alle gambe, invece no”. Quali cattiverie potevano essere pronunciate dalla bocca di un bambino. Ora Lucia, pensando a quelle parole a molti anni di distanza, rideva sempre sonoramente. Le piaceva il suo corpo, così com’era. Ogni tanto si fermava a guardarsi allo specchio, a rimirare la bellezza della sua perfezione, soffermando lo sguardo sulla sinuosità di quelle curve sulle quali già molti uomini avevano sbandato perdendo la ragione. L’ultimo di questi era Renzo, giovane di buona famiglia che lavorava per mantenersi agli studi. Certo Renzo sapeva di non poter competere con la sua abbagliante bellezza, con il suo inestimabile charme e la sua determinazione, ma ogni sguardo che lei gli rivolgeva lo faceva tremare fisicamente, come se un coltello avesse appena trafitto dolcemente le sue carni. Spesso la sua testa si riempiva di ragionamenti sconclusionati: “e se volessi dirle quello che provo?”. Pensiero naturale ma assurdo, i confini di quella situazione trascendevano la razionalità. Un giorno lei incontrò un uomo con cui il giovane Renzo non aveva nulla da spartire, se non gli avanzi di una ricca ed importante cena, nella quale quell’uomo poteva tranquillamente servirsi di ogni portata. Gli occhi di Lucia brillavano di una luce nuova per l’affascinante nobile.

Un giorno Renzo, passato per caso nei pressi del mercato, li aveva visti amoreggiare nascosti all’interno di un vicolo. Che disgusto! Erano tutti uno sguardo ammiccante, una carezza sul viso, uno sfioramento di labbra. Renzo lo sfiderebbe a duello, se solo sapesse come fare. “La penna è più forte della spada” gli avevano detto. Lui ci credeva, ecco perché scriveva ogni cosa, i suoi sentimenti, le sue emozioni, tutto quello che gli passava per la testa. Prima o poi avrebbe dovuto incontrarli, quindi meglio prima che poi. Si fece trovare agli angoli della strada sulla quale tutti gli amanti passeggiavano la sera. Vedendoli avvicinarsi un brivido gli percorse tutto il braccio, fino ad arrivare ad un pugno chiuso, un gesto istintivo, animale. Respirava affannosamente e nella pausa fra un’inspirazione ed una espirazione, poteva sentire battere il suo cuore in tutto il suo corpo, a fior di pelle.

“Renzo, ti presento Rodrigo. Rodrigo, questo è Renzo”. Una stretta di mano glaciale ci fu fra i due, uno riconosceva l’inferiorità dell’altro, l’altro era geloso ma intimidito.

Il tizio iniziò a parlare dei suoi titoli nobiliari, dei suoi possedimenti, dei suoi viaggi, delle sue opere cavalleresche. Più questi parlava e più Renzo si rendeva conto di quanto quell’uomo usasse la bellezza di Lucia come un trofeo da sfoggiare nella città, come l’ennesima testa di animale appesa nel suo salotto. Lucia non sembrava essersene accorta, guardava Rodrigo con sguardo ammaliato e perso, aveva un sorriso nuovo sul volto, quello della sincera felicità. Renzo spinto dall’impulso di smascherare quel cialtrone prese un profondo respiro, convogliò l’aria verso la bocca e disse: “Lucia!” ma subito si bloccò. Le parole successive avrebbero dovuto essere “Costui non ti merita!” ma furono “Sto per partire, non so quando e se tornerò. Ti auguro per sempre la felicità che ti vedo provare in questo momento. Addio”. Renzo si girò, e senza aspettare la reazione di lei, si avviò verso casa.

Raccolse due stracci con il quale era uso vestirsi, li mise in un sacco ed partì. Non sapeva dove sarebbe andato, l’importante era che fosse lontano da lei, per dimenticarla.

Il bruto la farà soffrire, questo è sicuro, ma lui non le dirà mai nulla. L’effimera felicità di Lucia sarà la giusta ricompensa per il suo silenzio.

Ormai si sa che le Lucia di oggi finiscono sempre con i Don Rodrigo.

martedì 19 luglio 2011

2. INVIDIA PENIS

Perché non è un cuore di cane.

Lucia avrebbe voluto nascere maschio, avere un pisello in mezzo alle gambe, invece no.

Era un pensiero che l’accompagnava un po’ da sempre, un rigetto per angherie e disparità rispetto a fratelli, compagni, colleghi di lavoro che si traduceva sempre in una reazione mimetica, per lei che era così ambiziosa. Sì, incorporare il potere maschile, che tanto la schifava quanto l’allettava, l’avrebbe desiderato ben oltre il senso metaforico. L’avrebbe voluto per sé. “Io, lo userei molto meglio..”. Concupiva un’assimilazione androfagica… Aveva desiderato più volte avere un pene, se l’era immaginato là in basso, gonfiare dei jeans retti da una virile cintura D&G. Così, sarebbe potuta arrivare ovunque n quel mare popolato di squali che era il suo lavoro. E invece no.

Adesso si ritrovava un uccello spuntare dal suo ventre. Sì, di quelli pennuti e variopinti. Che sbatteva le ali e la fissava con due occhi sbarrati e lucidi come le semisfere di vetro nero che si incollano sul muso dei peluche. Fuoriusciva dalla fine del suo bacino ed ora che Lucia stava spaparanzata sul suo divano s’azzardava perfino ad alzare il capino e, girando la testa a piccoli scatti verso destra e verso sinistra, squittire un fastidioso “Cooocorito!” nel silenzio della stanza.

Quando aveva espresso quel pensiero sotto forma di desiderio non avrebbe mai immaginato uno sviluppo del genere. Si era lanciata in una sorta di giocoso delirio, solo per reagire all’ultima preferenza del suo capo per il lecchino impomatato che assiste lo strategic planner della sua agenzia in una maniera meno distruttiva dell’insulto sfrenato, dello sfracassare il suo Mac o dello scoppiare in lacrime rabbiose. Era stato solo uno scherzo suggerito malignamente dalla vista della vecchia lampada arabeggiante posta con cura su un ripiano della libreria.

La storia che il venditore di cianfrusaglie in un brocante di Parigi le aveva raccontato le era parsa un po’ strana ma divertente, da quel misto di francese maghrebino e parole inusuali lei aveva ritenuto solo una serie di luoghi comuni su lampade magiche e desideri che immaginava si raccontassero ai turisti allocchi, ma a lei quella lampada piaceva e il venditore si era lasciato convincere a trattare il prezzo.

Era stato solo un gioco e il giorno dopo se ne era subito dimenticata, di nuovo immersa in un altro progetto per dimostrare quanto lei valesse nonostante la sua Pms (N.d.A. Sindrome pre-mestruale). Non era successo nulla. Nessun Genio, nessuna vocina da dentro la lampada, nessuna nuvoletta di fumo viola. Niente. Solo una settimana più tardi quei dolori al ventre, quei crampi inspiegabili che l’avevano inquietata non poco. Qualche farmaco generico sembrava aver calmato più la coscienza del suo medico generalista che il suo stato, ma poi nel giro di qualche giorno erano diminuiti fino a sparire da soli.

Finché era comparso. Una piccola protuberanza alla fine del suo ventre, che poco alla volta era cresciuta.

Era diventata pazza, presa dal terrore aveva guardato giorno dopo giorno questa ‘cosa’ ingrandirsi senza capire cosa le stesse succedendo e senza il coraggio di parlarne con nessuno, poi una lucetta nella mente le si era illuminata e aveva intuito. “No…ma vuoi che..?...Oddio, ma quindi..quindi…” La lampada. Sì, doveva essere stata la lampada, perciò quella storia dei desideri…era vera! Oddio, le stava crescendo un pene!! Quindi…si stava trasformando in un uomo? Oppure no, le stava solo crescendo e si sarebbe ritrovata ad essere uno di quei casi assurdi di persone con due sessi? Calma, si era detta, bisogna vedere. Certo cheee…le stava crescendo un pene. Scoppiò in lacrime e si chiese che razza di uomo avrebbe potuto essere. Non trovò una risposta. Oscillava con un certo stoico equilibrio tra fasi di crisi ed esaltazione totale: sì, la lampada stava esaudendo il suo desiderio no?, quindi con ogni probabilità stava finalmente diventando maschio, come aveva sempre desiderato.

Poi, qualcosa continuò a succedere. Qualcosa che non tornava. Due piccole protuberanze erano spuntate ai lati, e delle sottili punte coriacee avevano ricoperto la superficie dell’escrescenza. Era stato orribile. Si era rinchiusa in un mutismo attonito, senza il coraggio di scostare il lenzuolo per non dover vedere il suo bell’abbozzo di pene trasformato in un obbrobrio senza senso, e terribilmente disgustoso. No, qualcosa non andava, qualcosa proprio non andava! Aveva passato in rassegna più volte l’anatomia androgina ma non le tornava proprio in cosa avrebbero potuto evolvere quelle protuberanze e quelle punte.

Poi una mattina l’aveva trovato. Lì, tra le lenzuola l’aveva visto. O meglio, l’aveva sentito. L’aveva svegliata un cinguettio sgraziato e insistente: al posto dell’escrescenza, nel suo basso ventre si trovava un uccello implume.

Solo molti svenimenti, deliri e svariati ansiolitici dopo era tornata abbastanza lucida da capire cos’era successo. Tanto era infuriata e alticcia quella sera, che doveva aver pronunciato il suo desiderio con una certa sboccataggine. E quella ambigua approssimazione l’aveva pagata cara. Adesso era proprio un uccello, quello che si ritrovava fra le gambe.

Si era precipitata a rotta di collo sulla lampada, strofinandola ed esprimendo un contro-desiderio per porre fine a quella situazione pippovespiana, ma nulla, non aveva funzionato. ‘One desire only’, seguiva ad una indecifrabile scritta in arabo impressa sotto la lampada, azz…!! Aveva un uccello e doveva tenerselo. Ma cosa doveva farsene? Quel tipo d’uccello non poteva certo nasconderlo in un paio di pantaloni…

E mentre spendeva giorni inquieti in casa in cinguettante compagnia, quello cresceva e cresceva. Un canarino. Poi un fringuello. Infine un pappagallino cocorito che se ne stava zitto solo al buio della sua gonna. Aveva già imparato a gracchiare qualche parola, perfino!

E dove sarebbero arrivati di questo passo? Sarebbero…già, stava cominciando a parlare al plurale… Ormai la presenza di Lollo era qualcosa di naturale nella sua vita. Gliel’aveva dato due settimane prima, il nome…quando era un fringuello, le piaceva il canto di quell’uccello. A ben pensarci non aveva mai avuto un animale domestico. E a pensare ancora meglio, non aveva mai desiderato la compagnia intima di alcun essere vivente. Non c’era il tempo, troppi disagi.

Lollo la guardò col suo capino, puntando su di lei gli occhietti vetrati. “Cooocorito-Lollo!”

Lucia si trovò a sorridere maternalmente senza accorgersene. In fondo quella tenera creaturina era proprio simpatica.

lunedì 18 luglio 2011

Luci[Da]sostantivare

Lucia avrebbe voluto nascere maschio, avere un pisello in mezzo alle gambe, invece no, era destinata all’ introversione vaginale. Avrebbe volentieri rinunciato al sesso forte per poter giocare con un ipotetica verga all’elicottero e al pensiero di labbra e lingua avvicinate al sempre prospettato, suo, cazzo la mandavano fuori di testa. Dio, pensava sospirando Lucia. Adorava svegliarsi alla domenica priva di sveglie e crogiolarsi tra le lenzuola tambureggiando le dita sui sottili peli pubici. Dipingeva con gl’occhi il soffitto bianco e le mani, al seguito del dipinto immaginario, giocavano a nascondino con i suoi stessi sipari afrodisiaci.

La luce estiva filtrava dalle tende finestrate di color arancio: i fasci di luce unici spettatori attenti alle godurie giocose del primitivo giorno.

-Buongiornogiorno buongiornogabrì- con il primo, e probabilmente, ultimo serio slancio fisico della giornata, Lucia s’era girata sul fianco destro, tenendo l’avambraccio piegato in funzione di appoggio momentaneo e la mano sinistra che maliziosa continuava nel arricciare parte di peluria del sesso, e aveva salutato dolcemente Gabriella con l’alito dell’amore passandole la lingua sul labbro superiore.

-Ciao lù- rispose Gabriella con il sorriso sonnacchioso del buongiorno.

-Ciao gabri- con l’allegria di chi è in possesso di chimere quotidiane; Lucia aveva già fatto scivolare il vaporoso lenzuolo svelando le placide sagome della lussuria. Il soffio della bocca semichiusa passava in rassegna i panorami sempre nuovi della materia di una donna, il respiro di ogni brivido, la sensibilità di ogni membrana: naso orecchie collo e spalle. E poi capezzoli, il delirio, la naturalità del capezzolo, il ritrovarsi bambina erotica, il voler suo essere turgido, palpabile, essenza scaltra e nemica della razionalità. Dalla bocca intanto usciva la punta della lingua. Rosso su rosso. Pori su pori. Sudore e saliva.

-lù- cominciava ad ansimare il corpo di Gabriella.

-Eh?- con l’innocenza che non ha nulla di puritano Lucia ritrasse per un attimo la lingua e guardò, con prospettiva funambolica, i primi gesti di tensione facciale di Gabriella.

S’alzo di scatto, solo le ginocchia premevano sul materasso. Lucia gattonò tra le gambe di Gabriella, le prese e le aprì con la forza di chi sa essere dolce, con la veemenza di chi sa di essere amato, incontrando la debolissima resistenza della compagna. E poi avvicinò il muso , il naso alle labbra libidinose di lei. E poi di nuovo la lingua: primo colpo secco veloce sull’intera superficie del clitoride. Lucia rialza la schiena e sorride a Gabriella già in preludio di estasi, e poi giù di nuovo con un secondo colpo secco preciso sull’apparato sognatore. Procurare piacere dava piacere: era il bacio del vizio eterno, il refolo di sublimazione irresponsabile. La lingua di lei amava il clitoride di lei: incontro della natura, lei bizzarra e veloce, lui immobile e voglioso.

Le mani di lù premevano sui glutei di Gabriella. Le mani di Gabriella aiutavano al piacere la lingua di Lucia. Capelli travolti da dita, lenzuola molestate, e la lingua, e il clitoride. E il clitoride e la lingua. Giocano. Eccome se giocano. Dio. Lù..lù..finiscila lù..lù..così vengo..lù..lù..lù.. e il grido muto straziante primordiale brioso amante.

Silenzio dopo il sigillo . Lucia appoggiò la testa sul ventre di Gabriella a seguire il rallentare del respiro di lei. E rimase lì accovacciata in silenzio con la testa al ritmo dolce del sollievo. Le dita di Gabriella sulla cute cranica di lei.

-Ho sete gabrì-

-Vai a prendere un bicchiere d’acqua-

-si, ora vado.-

Lucia s’alzo dando un bacio vicino all’ombelico di Gabriella e andò in cucina e prese un bicchiere che riempì con l’acqua del rubinetto. A ciò aggiunse 5 letali goccie. Tornò in camera con il bicchiere in mano e con l’egoismo dell’amore ne bevve un sorso per poi porlo a Gabriella:

-Grazie lù- disse la nudità stesa sul letto.

Mentre Gabriella poggiava il bicchiere sul comodino, Lucia era già balzata al suo fianco: la prese tra le braccia e il naso di una era i capelli dell’altra, il petto e la schiena si fondevano, le gambe si incastravano. S’addormentarono così, in questo mondo di uomini.

giovedì 14 luglio 2011

Asciugamano azzurro

E’ rimasto qualcuno vivo, qualche superstite?

Certo, sono andati a fare l'aperitivo sotto gli spari dell’imbecillità.

Tra le ridicole maestranze vitali

avari di incalzanti ingoi

le unità al maschile

segnano imperfezioni saline

e cartacee;

l’imperfezione dettata

da un misticismo inconscio

è l’india la patria delle ambulanze

Riserva di un mozzicone

usurato

e schiavo di una penna verde,

anch’io

vittima del pessimismo.