L'incipit della settimana

ELABORATO TESTUALE DI TOT PAROLE: "L'antico vaso andava salvato"
STRINGA AUDIOVISUALE DIGITALE PROVENIENTE DA QUALCHE SERVER: "Youtube"
RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
Ctrl+c, Ctrl+v, STAMP-E-PORT-LE-FOGL:"Glutammati sto sodio"

lunedì 18 luglio 2011

Luci[Da]sostantivare

Lucia avrebbe voluto nascere maschio, avere un pisello in mezzo alle gambe, invece no, era destinata all’ introversione vaginale. Avrebbe volentieri rinunciato al sesso forte per poter giocare con un ipotetica verga all’elicottero e al pensiero di labbra e lingua avvicinate al sempre prospettato, suo, cazzo la mandavano fuori di testa. Dio, pensava sospirando Lucia. Adorava svegliarsi alla domenica priva di sveglie e crogiolarsi tra le lenzuola tambureggiando le dita sui sottili peli pubici. Dipingeva con gl’occhi il soffitto bianco e le mani, al seguito del dipinto immaginario, giocavano a nascondino con i suoi stessi sipari afrodisiaci.

La luce estiva filtrava dalle tende finestrate di color arancio: i fasci di luce unici spettatori attenti alle godurie giocose del primitivo giorno.

-Buongiornogiorno buongiornogabrì- con il primo, e probabilmente, ultimo serio slancio fisico della giornata, Lucia s’era girata sul fianco destro, tenendo l’avambraccio piegato in funzione di appoggio momentaneo e la mano sinistra che maliziosa continuava nel arricciare parte di peluria del sesso, e aveva salutato dolcemente Gabriella con l’alito dell’amore passandole la lingua sul labbro superiore.

-Ciao lù- rispose Gabriella con il sorriso sonnacchioso del buongiorno.

-Ciao gabri- con l’allegria di chi è in possesso di chimere quotidiane; Lucia aveva già fatto scivolare il vaporoso lenzuolo svelando le placide sagome della lussuria. Il soffio della bocca semichiusa passava in rassegna i panorami sempre nuovi della materia di una donna, il respiro di ogni brivido, la sensibilità di ogni membrana: naso orecchie collo e spalle. E poi capezzoli, il delirio, la naturalità del capezzolo, il ritrovarsi bambina erotica, il voler suo essere turgido, palpabile, essenza scaltra e nemica della razionalità. Dalla bocca intanto usciva la punta della lingua. Rosso su rosso. Pori su pori. Sudore e saliva.

-lù- cominciava ad ansimare il corpo di Gabriella.

-Eh?- con l’innocenza che non ha nulla di puritano Lucia ritrasse per un attimo la lingua e guardò, con prospettiva funambolica, i primi gesti di tensione facciale di Gabriella.

S’alzo di scatto, solo le ginocchia premevano sul materasso. Lucia gattonò tra le gambe di Gabriella, le prese e le aprì con la forza di chi sa essere dolce, con la veemenza di chi sa di essere amato, incontrando la debolissima resistenza della compagna. E poi avvicinò il muso , il naso alle labbra libidinose di lei. E poi di nuovo la lingua: primo colpo secco veloce sull’intera superficie del clitoride. Lucia rialza la schiena e sorride a Gabriella già in preludio di estasi, e poi giù di nuovo con un secondo colpo secco preciso sull’apparato sognatore. Procurare piacere dava piacere: era il bacio del vizio eterno, il refolo di sublimazione irresponsabile. La lingua di lei amava il clitoride di lei: incontro della natura, lei bizzarra e veloce, lui immobile e voglioso.

Le mani di lù premevano sui glutei di Gabriella. Le mani di Gabriella aiutavano al piacere la lingua di Lucia. Capelli travolti da dita, lenzuola molestate, e la lingua, e il clitoride. E il clitoride e la lingua. Giocano. Eccome se giocano. Dio. Lù..lù..finiscila lù..lù..così vengo..lù..lù..lù.. e il grido muto straziante primordiale brioso amante.

Silenzio dopo il sigillo . Lucia appoggiò la testa sul ventre di Gabriella a seguire il rallentare del respiro di lei. E rimase lì accovacciata in silenzio con la testa al ritmo dolce del sollievo. Le dita di Gabriella sulla cute cranica di lei.

-Ho sete gabrì-

-Vai a prendere un bicchiere d’acqua-

-si, ora vado.-

Lucia s’alzo dando un bacio vicino all’ombelico di Gabriella e andò in cucina e prese un bicchiere che riempì con l’acqua del rubinetto. A ciò aggiunse 5 letali goccie. Tornò in camera con il bicchiere in mano e con l’egoismo dell’amore ne bevve un sorso per poi porlo a Gabriella:

-Grazie lù- disse la nudità stesa sul letto.

Mentre Gabriella poggiava il bicchiere sul comodino, Lucia era già balzata al suo fianco: la prese tra le braccia e il naso di una era i capelli dell’altra, il petto e la schiena si fondevano, le gambe si incastravano. S’addormentarono così, in questo mondo di uomini.

giovedì 14 luglio 2011

Asciugamano azzurro

E’ rimasto qualcuno vivo, qualche superstite?

Certo, sono andati a fare l'aperitivo sotto gli spari dell’imbecillità.

Tra le ridicole maestranze vitali

avari di incalzanti ingoi

le unità al maschile

segnano imperfezioni saline

e cartacee;

l’imperfezione dettata

da un misticismo inconscio

è l’india la patria delle ambulanze

Riserva di un mozzicone

usurato

e schiavo di una penna verde,

anch’io

vittima del pessimismo.

lunedì 11 luglio 2011

Maledetto, maledetto APERITIVO!

"...è rimasto qualcuno vivo, qualche superstite?"
"Certo, sono andati a fare l'aperitivo...”
Mi rispondi.

Ma che dice mai? Lo sai? Si lo sai. Quanto è importante questo. Devo scrivere queste cose. Sono i miei viaggi più intimi. Io mi apro a te e tu mi distruggi, mi apri, mi scavi, mi svuoti, mi richiudi con ago e filo e mi getti nel fiume, guardandomi galleggiare e prendere il largo verso una foce a delta o a estuario in un mare qualunque, mentre attraverso le imprecise cuciture che tengono unite le mie membra, piano piano si fa avanti l’acqua.

Tempo qualche minuto è affonderò a grattare il fiume con i miei mocassini ad arare i fondali, a smuovere fangose polveri a disfare il letto del fiume contribuendo all’intorbidirsi dell’acqua che già mi soffoca, ma così è anche peggio.

Ma è rimasto qualcuno vivo?
Qualche superstite?
Qualcuno vivo?
Qualcuno?

Dei superstiti? Si dove sono?

A fare l’aperitivo.

No, che risposta di merda. Non me la dovevi dare. A me serve il to aiuto. Ti ho chiesto una mano. Non darmi queste risposte sceme.

Sei giovane, i tuoi capelli sono lunghi, lisci bruni, del colore dei tuoi occhi che è il colore del cielo limpido di notte. Del cielo limpido di notte, andando a ritagliare quelle piccole porzioni di cielo nero etere senza le stelle.
E poi sono grandi i tuoi occhi.
Mi assomigli molto. Mi conosci molto.
Sei mia sorella.

Perché non mi prendi sul serio.

Paga tu il mio caffè per piacere. E mi alzo dal tavolo. Vado via.

Mi porto via i tuoi occhi ma solo perché sono i miei. Perché non mi prendi sul serio?

Devo capire. Devo capire. I superstiti. Quello è l’autobus che mi riporterà a casa.
Lo prendo dal senso opposto così mi porta altrove. Così potrò avere del tempo per pensare. Eccolo.

Garda quest’autista. Potrei chiedere a lui. Dei superstiti.

Ma guardatelo. Ha il viso appoggiato ai suoi baffi polverosi. Lo sguardo che è così intento a trasmettere il niente che l’iride si dimentica di restringersi in presenza di luce. Infatti indossa occhiali da sole anche se sono le 17 ormai. O almeno lo saranno. Dal buio che arriva. In più c’è il mio berretto di alpacha in stile peruviano che sulla mia testa simboleggia l’inverno. Inverno, 17, occhiali da sole. E il nulla quotidiano dietro. Ma che volete mai? Guardatelo ancora. 8 ore di turno per compiere un giro di 30 minuti da un capolinea all’altro.
Immaginatevi la ripetitiva noia del quotidiano di quest’uomo.
E ditemi, quando va a casa? Mezzora in canottiera, poi a portare fuori il cane. Poi a casa. Dormire. Svegliarsi e guidare. Gli va bene se una volta ogni tanto buca una gomma o si incendia il bus.
O se gli muore il cane. Potrà variare un attimo la sua routine eliminando il rito di menare un animale all’aperto per cagare, al fine di non farlo scoppiare della sua stessa merda. Magari per un periodo si farà bastare di vuotare la pattumiera.
Oppure se ne comprerà un altro. Questo gli darebbe un senso di nuovo, di scintillante, di plastica profumata. Fino a tornare alla stantia puzza di cagnone fabbrica merda. E allora la sua morte sarà così lontana da far figurare come prossimo diversivo l’ennesima gomma bucata.
No lui non sa che fine hanno fatto i superstiti credetemi.

Il bus è vuoto. Oh no c’è una vecchietta. La vedo. Mi siedo vicino a lei.
Puzza di profumo.
E’ un profumo barocco. Lo sento tirandolo su con il naso. Non è una liscia scia di fiori di arancio delicatamente e ordinatamente disposti su di una fila. Ma piuttosto un rococò di indefinite fragranze che assumono forme di ingranaggi di vecchie biciclette polverose e violacee che corrono nell’aria e la fanno a pezzi sospinte da poderose pedalate.
Mi da piacevolmente la nausea.
La guardo. La fisso. La studio.
Dimmi signora.
Spiegami nonnina.
Rispondimi vecchia.

Ma è rimasto qualcuno vivo?
Qualche superstite?
Qualcuno vivo?
Qualcuno?

Dei superstiti? Si, dove sono?

Lo devo sapere.
Non posso capire da cosa l’ho dedotto, ma lei sa. Lo vedo dai suoi occhi che mi ricordano gli occhi di una gallina. Dalla sua pelle macchiata.
E se lei sa che mi dica, così che possa saperlo anch’io.
Non mi risponde.

Nessun indizio nemmeno dal suo odore acre di profumo ottocentesco. Me ne devo andare se non voglio che la mia pelle si bruci a causa di questo odore violaceo. Potrei finire corroso come la sua borsetta.

Ma perché non mi ha risposto. Forse perché non le ho parlato e non ho aperto bocca.

Scendo dal bus, sono esattamente in un posto preciso che per me vale niente. Ma giusto per respirare un po’ di aria gelida e togliermi il berretto di alpacha con un gesto veloce. Che mi scombina i capelli. Tanto ora ci metto le mani, tra i capelli.

Tu, voi, io.

Ma è rimasto qualcuno vivo?
Qualche superstite?
Qualcuno vivo?
Qualcuno?

Dei superstiti? Si dove sono?

Sto impazzendo. Mi accovaccio per terra. Vorrei urlare. Sento i piedi affondare nella polvere. Quella polvere che mi perseguita. I fondali polverosi, i baffi polverosi, le biciclette polverose. E’ la mia risposta? Lo è. Li al suolo, sotto i miei piedi. La polvere. Potrei raccoglierla ma mi scivolerebbe via tra le dita o rapita dal vento.

Mi alzo, mi rimetto il Berretto. Tolgo la polvere dai jeans e dal mio cappotto corto. Tutto con una certa cura.
Ma sì.
Alla fine…
Che importa.

Ma si. Dai.

Sono andati a fare l’aperitivo.

Quegli stronzi.

È la fine dell'anarchia!

Premessa: Alcuni dei fatti narrati sono frutto dell'immaginazione, reale invece è il contesto storico e socio-politico nel quale sono inseriti.

- “È rimasto qualcuno vivo, qualche superstite?”
- “Certo, sono andati a fare l'aperitivo... Ma cosa stai dicendo? Non l'hai sentita l'esplosione?”

Piazza Fontana, Milano, 12 dicembre 1969 ore 16:40, la città è nel panico. Volanti della polizia sfrecciano avanti e indietro a sirene spiegate. Un'imponente fumata nera si alza dagli ultimi resti di quella che era la Banca dell'Agricoltura. Due giovani si incontrano agli angoli di Piazza del Duomo, entrambi vestiti con un giubbotto di pelle nera, cranio esposto da testa rasata nonostante il freddo.

- “La bomba alla Banca Commerciale non è esplosa!”
- “Dannazione! Tra l'altro non abbiamo ancora avuto notizie dai camerati di Roma... ”

Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, ore 21:00, la polizia fa irruzione in tenuta antisommossa, alcuni colpiscono con i manganelli, altri puntano i loro fucili verso i presenti. Il bilancio di quell'operazione è 80 arresti. Fra di loro c'è anche il ferroviere Giuseppe Pinelli, famoso per aver collaborato alla resistenza. Particolare tatto gli è stato riservato in quanto abitudinario di arresti. “Pinelli, siamo sempre noi. Vuoi venire in questura?”

Nelle ore seguenti, la maggior parte dei fermati fu rilasciato, a parte il Pinelli, trattenuto in arresto per tre giorni.

“Allora signor Pinelli, ci racconti di nuovo dov'era il pomeriggio di venerdì” gli chiese il commissario di polizia.
“Ve l'ho già detto, ho fatto il turno di notte, quindi mi sono svegliato che ormai era pomeriggio, sono andato al bar, nel quale mi sono intrattenuto alcune ore, poi mi sono recato al circolo, dove i suoi uomini mi hanno prelevato”
“Queste sono menzogne! Il barista dichiara che ha preso un caffè al banco verso le 14.00 e poi se ne è andato nel giro di un minuto.”

Giuseppe respirò profondamente.

“Quel barista è un fascista, del resto lo sanno tutti. Noi a volte ci andiamo solo per provocarlo un po', per schernire il busto dell'impavido Benito che capeggia su una mensola. Sono sicuro che se potesse, regalerebbe il bar pur di vedermi in galera.”

Il giovane ferroviere era tranquillo, i tre giorni di interrogatorio non l'avevano per nulla provato. L'aria invece in quella stanza iniziava a farsi tesa, il commissario era seduto alla scrivania, mentre due poliziotti gli giravano intorno, come cani che famelici si contendono con lo sguardo un pezzo di carne.

“Risponda ora a questa domanda Pinelli, è vero che la parola anarchia significa che siete contrari a qualsiasi tipo di ordine costituito?” battendo una mano su un grosso e polveroso dizionario.

Giuseppe girò il viso in un'altra direzione e sorrise.

“Ah, la faccio ridere? I morti la fanno ridere Pinelli? E questo? La fa ridere questo?” lanciandogli le fotografie della strage.

Uno dei due appuntati si avvicinò alla sedia sulla quale era seduto il ferroviere, guardandolo con aria minacciosa. “Parla, bastardo!” disse, assestandogli un pugno dietro la nuca, facendogli perdere i sensi.
“Mario, sei un cretino! Vai a prendere dei sali!” disse il commissario scattando in piedi. Gli passarono i sali sotto il naso, lo schiaffeggiarono, ma niente. Il poliziotto più giovane gli mise allora una mano vicino la bocca, e una sul collo. Assenza di battito e di respiro. L'anarchico fu accompagnato gentilmente all'uscita. Dalla finestra.

Rapporto di polizia, questura di Milano, 15 dicembre 1969:
Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto, gridando “È la fine dell'anarchia!”.

Nei giorni seguenti, in alcune aule dell'università venne rimosso dagli studenti il crocifisso e fu appesa la foto di Giuseppe. Sotto la Questura durante una notte venne scritto sui muri “Sarete per sempre coinvolti.”

Nessuno sapeva ancora che molto sangue innocente sarebbe stato versato.

Stazione di Gioia Tauro, 22 luglio 1970: 6 morti, 66 feriti
Questura di Milano, 17 maggio 1973: 4 morti, 46 feriti
Brescia, Piazza della Loggia, 28 maggio 1974: 8 morti, 102 feriti
Stazione di Bologna, 2 agosto 1980: 85 morti, 200 feriti

Ecco i numeri, stornate le lacrime di madri e padri, sottratto lo sconforto degli orfani, il vuoto degli innamorati, il dolore dei mutilati superstiti. Ecco i numeri, che tutti insieme formano un volto, il volto di una carneficina.

Piazza del Duomo, Milano, 10 luglio 2011
Due vecchi uomini sono seduti al bar, giubbotto di pelle nera e testa rasata da caduta di capelli. Uno di loro è malato di cancro, l'altro ormai cammina con un bastone. Con la coda dell'occhio guardano alcuni bambini che si rincorrono giocando a nascondino. Liberi tutti.

sabato 9 luglio 2011

1. Quei risvegli di coscienza

Se gli avessero chiesto "Cosa vorresti fare nella vita?”, lui avrebbe risposto con piacere, pensando che era proprio una bella domanda, questa, una questione che lo toccava nel personale, soprattutto dati i recenti avvenimenti intercorsi tra la fine del suo lavoro a progetto e le ultime novità che lui preferiva chiamare incidenti di vita… Avrebbe sinceramente ringraziato dell’interessamento: è così piacevolmente raro ricevere tali attenzioni da un estraneo, e il sottile piacere soggiace soprattutto nel fatto che una domanda così inattesa può talvolta, nel caso di certe empiree (e empiriche) connessioni, scatenare un incontro di anime che predispone il core ad aprirsi a inaspettati e profondi scambi. Sì, perché quando devi tornare a monte della tua esistenza per donare un minuscolo bagliore di te che sia a suo modo comunque significativo, lasciandoti interrogare da uno sguardo estraneo che nulla può ancora presupporre su di te, beh questo può essere rivelatore e chiarificatore per te medesimo. Quante volte gli era capitato...Io…e l’altro… Quale misterico movimento ondoso di ritorno in sé, aprendosi per vedersi restituire un riflusso di coscienza che porta con sé l’impronta dello scoglio sul quale si è infranto…

“Cosa voleva fare nella sua vita”… Sì, ma anche, “Cosa voleva, o poteva, aspettarsi”, dalla sua vita... Si sentiva proprio nella buona disposizione d’animo per discutere di temi profondi e interiori: lo squillo aveva squarciato dei pensieri sonnolenti e stagnanti mentre inespressivo faceva tintinnare il cucchiaino sul bordo della tazza del caffelatte senza che ci fosse più alcuna goccina da far cadere…quel raccoglimento pregresso era il perfetto presupposto ad una confessione catartica sulle sue paure e le sue aspirazioni più recondite. Era lì, aperto a se stesso e al mondo. Nudo.

Eh sì, se gliel’avesse chiesto… L’altro, dalla parte opposta della cornetta aspettava ancora, ma con un respiro pian piano più spazientito. Un rauco colpetto di tosse, puff alla magia!

Checcavolo voleva dire “Un sondaggio sull’olio extravergine?” Ma, ti pare plausibile che uno chiami a casa per domandarti nel pieno del tuo dormiveglia mattutino “Quanti litri di olio usa all’anno”? Che gli può servire saperlo? Volesse anche vendermelo, non dovrebbe (scusa!) propormi qualche fantomatica proprietà oligoalimentare, lassativa, gustativa, emolliente, colorante, lubrificante, economizzante del suo olio, invece di chiedermi QUANTO olio(???) uso all’anno? Sempre con ‘sti sondaggi pre-offerenti che sembrano voler rompere il ghiaccio mentre ti ingessano imbarazzato proponendoti degli interrogati euclidei!, adesso dovrebbe dovuto mettersi a calcolare quanto olio consumava…allora, comprerò si e no una bottiglia ogni 3 settimane…bottiglia piccola, vivo da solo, quindi 75cl…ogni 3 sett..quante all’ANNO?cacchio se erano 4 era più facile, 12mesi per…facciamo no 12, ci aggiungiamo quanti?…14-15, per 75… Ma fammi direttamente un’offerta di paniere 5 al prezzo di 3 o che diavolo ne so, e non gettarmi in un abisso d’inquietudine e d’imbarazzo perché non so risponderti ad una domanda che TU, sconosciuto impertinente, mi poni come la più scontata, tipo “quando sei nato” o “quanto tempo ci impieghi ad andare a lavorare”: quanto olio utilizzo all’anno?? Dimmi te se uno sconosciuto deve sbrindellare la sottile patina di privacy del mio castello per depredarmi di informazioni ebeti: se proprio qualcuno deve scomodarmi dal mio caffé semi-freddo e proporsi amicalmente a me con un “Buongiorno!”, chiedimi almeno qualcosa che non mi spaventi…

Un disagio distribuito ovunque, un assedio urbano del controsenso…come l’omino riciclato a customer care ricoperto da una blusa incerata più grande di lui dei colori del supermercato quasi fosse la caricatura di un contradaiolo senese MA dall’improbabile accento veneto-cingalese che mi interroga su quanto detersivo utilizzo, poi (vista la mia incompetenza in materia di consumi e lavatrici) se fossi o meno soddisfatto del “bacino di capienza”dei carrelli della spesa e dell’azione certosina di integrazione ad opera dei responsabili dei “dispensatori mercendari su ruota”(a ‘sto punto, rollator per nonne con vano portatutto, seggiolone deambulante da supermercato, contieni alimenti con poggia borsa incorporato, veicolo base per Jackass in erba…).

O dell’altro ieri, quando tornando a casa una graziosa squinzia mi aveva apostrofato in maniera irriverente masticando sguaiatamente un chewingum con “Ciao! Scusa, ma tu leggi?”, senza esplicitare se intendesse insinuare che avessi una qualche espressione da analfabeta…

La gente ti comincia a far riflettere su cose davvero bizzarre, con certi interrogativi…

venerdì 8 luglio 2011

L'IMPORTANZA DELLA FORMA CIRCOLARE. E UN SOSPIRO.

Se gli avessero chiesto "Cosa vorresti fare nella vita?", Lui avrebbe risposto con un lungo silenzio, e un sospiro.
Egli era così: taciturno - meditabondo - incorniciato da un'aria eternamente affranta.
Il suo sguardo vagava in luoghi remoti, fisso ed immobile ma perennemente altrove.
Il suo tempo, il suo spazio erano più che mai indefiniti.
Egli era giovane, ma non era sicuro di potersi definire tale.
Si conosce la salita solo avendo esperienza della discesa, no?
Egli non l'aveva.
Egli si sentiva una maledetta linea retta, mentre tutti gli altri si percepivano o potevano percepirsi come forme circolari.
Gli altri gli erano distanti e questo lo rattristava.
Gli altri lo cercavano, erano in tanti a farlo, ma il punto è che nessuno Gli era amico.
Gli uomini e le donne che Lo circondavano generalmente Lo rispettavano, eventualmente Lo ignoravano.
E allora, come si può essere così mesti e desolati? C'era certamente chi stava peggio!!!
Ma si, Egli lo sapeva, doveva considerarsi fortunato, dopotutto era piuttsto raro avere i privilegi che Lui poteva vantare.
Ma...vantare con chi?
Egli si sentiva solo. è abbastanza chiaro?
EGLI / SI SENTIVA / SOLO.

Ad ognuno di noi capita di essere coscienti di tutte le fortune e gioie e grazie ricevute ma, nonostante queste, pensare di essere soli al mondo.
Il Suo intero essere era incastrato tra eterno stato di grazia e profonda solitudine.
PARADOSSO: + privilegi = + distanza; + distanza = + solitudine
Da ciò nasceva il Suo introverso mutismo ostinato.
Ecco perchè se qualcuno Gli avesse chiesto " Cosa vorresti fare nella vita?", Lui avrebbe risposto solamente abbassando il capo ed emettendo un lungo sospiro viscerale.
La VERA questione, il vulnus del Suo noioso scorrere risiedeva precisamente nella terribile forma condizionale in cui la domanda era posta.
Tutti noi, sin dall'infazia, siamo martellati dalle DOMANDE MOLESTE: "Che lavoro vuoi fare da grande?", "Chi vuoi diventare?", "Cosa vorresti fare nella vita?"
Interrogativi - questi - quantomeno inflazionati ma, in fin dei conti, essenziali ad uno scorrere della vita che non sia mera inerzia.
Egli invece non era abituato a codeste domande, nessuno si interessava a cosa avrebbe voluto fare nella vita, ma c'è di più: si era sempre dato per scontato che quello che da sempre faceva fosse di Suo gradimento.
Egli, di tanto in tanto, era solito concedersi una dolce illusione: poneva a Sè stesso la fatidica DOMANDA AL CONDIZIONALE e si immergeva in un mare di vite altrui, immaginandosi un ruolo per ogni fase delle Sue nuove, innumerevoli esistenze oniriche.
Tutto ciò poteva durare anche per dei lunghissimi istanti, salvo poi concludersi ogni volta allo stesso modo: improvvisamente si ricordava chi e cosa era veramente ed emetteva il solito, laconico, sospiro.
"Sarebbe bello se qualcuno mi chiedesse cosa voglio fare nella vita..."
Ma Egli, semplicemente, non avrebbe potuto essere destinatario di tale domanda.
Perchè?
Semplice. Il terribile condizionale si sarebbe dovuto sviluppare in questo penoso quesito:
"Che cosa vorresti fare nella vita...se ne avessi una?"
Egli una vita non ce l'aveva.
Una torta è buona solo se non la mangi per l'eternità.
DIO NON HA UN INIZO NE UNA FINE.

martedì 5 luglio 2011

Il tema


Se gli avessero chesto "Cosa vorresti fare da grande?" Lui avrebbe risposto "Essere felice".
Era un ragazzinoa apparentemente come gli altri, ogni giorno si svegliava, faceva colazione, si preparava per andare a scuola, ci andava, poi parco giochi, cena, tv, letto e da capo. Erano le piccole cose che lo rendevano diverso, non gli piaceva sporcarsi quando giocava, schizzare nelle pozzanghere quando pioveva o guardare cartoni animati in tv. Lui preferiva i giochi in scatola, leggere un libretto e parlare con le persone, bambini e non.
Quando a scuola gli dissero la traccia per il tema, pensò che fosse facilissimo: cosa vorresti fare nella vita? Beh poteva cavarsela in fretta, e poi nel tempo rimanente fare una passeggiata in giardino, mentre gli altri finivano di scrivere, o andare a parlare col bidello, che sapeva un sacco di storie interessanti sulla scuola.
Però, appena consegnato il foglio con le poche righe di risposta, anzi, appena la maestra lo lesse, capì che non sarebbe andata così. La maestra cominciò a chiedergli se c'era qualcosa che voleva dirle, se a casa ci fossero stati problemi; dopo un po' arrivò anche sua madre, e sentì che cominciarono a tempestarla di domande.
Lui non capiva il perchè di tutto quello, gli sembrava così ovvia la risposta, anzi, gli sembrava strano che nessun altro avesse scritto la sua stessa cosa! Sentì ceh dissero a sua madre "Non è la risposta che darebbe un normale bambino di 8 anni". Già, normale come tutti i futuri calciatori/ballerine che stavano in classe con lui. I giorni seguenti spezzarono la solita routine, andò spesso a trovare un certo psicologo. Gli piaceva. Era piacevole parlare con lui, anche se faceva un po' troppe domande, e solo perchè aveva scritto un'ovvietà sul tema, una cosa che vogliono tutti di sicuro. Non capiva perchè a fare e dire ciò che si vuole si alza sempre un polverone.
Forse era ancora troppo piccolo per saperlo.