L'incipit della settimana
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RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
Ctrl+c, Ctrl+v, STAMP-E-PORT-LE-FOGL:"Glutammati sto sodio"
lunedì 11 luglio 2011
Maledetto, maledetto APERITIVO!
"Certo, sono andati a fare l'aperitivo...”
Mi rispondi.
Ma che dice mai? Lo sai? Si lo sai. Quanto è importante questo. Devo scrivere queste cose. Sono i miei viaggi più intimi. Io mi apro a te e tu mi distruggi, mi apri, mi scavi, mi svuoti, mi richiudi con ago e filo e mi getti nel fiume, guardandomi galleggiare e prendere il largo verso una foce a delta o a estuario in un mare qualunque, mentre attraverso le imprecise cuciture che tengono unite le mie membra, piano piano si fa avanti l’acqua.
Tempo qualche minuto è affonderò a grattare il fiume con i miei mocassini ad arare i fondali, a smuovere fangose polveri a disfare il letto del fiume contribuendo all’intorbidirsi dell’acqua che già mi soffoca, ma così è anche peggio.
Ma è rimasto qualcuno vivo?
Qualche superstite?
Qualcuno vivo?
Qualcuno?
Dei superstiti? Si dove sono?
A fare l’aperitivo.
No, che risposta di merda. Non me la dovevi dare. A me serve il to aiuto. Ti ho chiesto una mano. Non darmi queste risposte sceme.
Sei giovane, i tuoi capelli sono lunghi, lisci bruni, del colore dei tuoi occhi che è il colore del cielo limpido di notte. Del cielo limpido di notte, andando a ritagliare quelle piccole porzioni di cielo nero etere senza le stelle.
E poi sono grandi i tuoi occhi.
Mi assomigli molto. Mi conosci molto.
Sei mia sorella.
Perché non mi prendi sul serio.
Paga tu il mio caffè per piacere. E mi alzo dal tavolo. Vado via.
Mi porto via i tuoi occhi ma solo perché sono i miei. Perché non mi prendi sul serio?
Devo capire. Devo capire. I superstiti. Quello è l’autobus che mi riporterà a casa.
Lo prendo dal senso opposto così mi porta altrove. Così potrò avere del tempo per pensare. Eccolo.
Garda quest’autista. Potrei chiedere a lui. Dei superstiti.
Ma guardatelo. Ha il viso appoggiato ai suoi baffi polverosi. Lo sguardo che è così intento a trasmettere il niente che l’iride si dimentica di restringersi in presenza di luce. Infatti indossa occhiali da sole anche se sono le 17 ormai. O almeno lo saranno. Dal buio che arriva. In più c’è il mio berretto di alpacha in stile peruviano che sulla mia testa simboleggia l’inverno. Inverno, 17, occhiali da sole. E il nulla quotidiano dietro. Ma che volete mai? Guardatelo ancora. 8 ore di turno per compiere un giro di 30 minuti da un capolinea all’altro.
Immaginatevi la ripetitiva noia del quotidiano di quest’uomo.
E ditemi, quando va a casa? Mezzora in canottiera, poi a portare fuori il cane. Poi a casa. Dormire. Svegliarsi e guidare. Gli va bene se una volta ogni tanto buca una gomma o si incendia il bus.
O se gli muore il cane. Potrà variare un attimo la sua routine eliminando il rito di menare un animale all’aperto per cagare, al fine di non farlo scoppiare della sua stessa merda. Magari per un periodo si farà bastare di vuotare la pattumiera.
Oppure se ne comprerà un altro. Questo gli darebbe un senso di nuovo, di scintillante, di plastica profumata. Fino a tornare alla stantia puzza di cagnone fabbrica merda. E allora la sua morte sarà così lontana da far figurare come prossimo diversivo l’ennesima gomma bucata.
No lui non sa che fine hanno fatto i superstiti credetemi.
Il bus è vuoto. Oh no c’è una vecchietta. La vedo. Mi siedo vicino a lei.
Puzza di profumo.
E’ un profumo barocco. Lo sento tirandolo su con il naso. Non è una liscia scia di fiori di arancio delicatamente e ordinatamente disposti su di una fila. Ma piuttosto un rococò di indefinite fragranze che assumono forme di ingranaggi di vecchie biciclette polverose e violacee che corrono nell’aria e la fanno a pezzi sospinte da poderose pedalate.
Mi da piacevolmente la nausea.
La guardo. La fisso. La studio.
Dimmi signora.
Spiegami nonnina.
Rispondimi vecchia.
Ma è rimasto qualcuno vivo?
Qualche superstite?
Qualcuno vivo?
Qualcuno?
Dei superstiti? Si, dove sono?
Lo devo sapere.
Non posso capire da cosa l’ho dedotto, ma lei sa. Lo vedo dai suoi occhi che mi ricordano gli occhi di una gallina. Dalla sua pelle macchiata.
E se lei sa che mi dica, così che possa saperlo anch’io.
Non mi risponde.
Nessun indizio nemmeno dal suo odore acre di profumo ottocentesco. Me ne devo andare se non voglio che la mia pelle si bruci a causa di questo odore violaceo. Potrei finire corroso come la sua borsetta.
Ma perché non mi ha risposto. Forse perché non le ho parlato e non ho aperto bocca.
Scendo dal bus, sono esattamente in un posto preciso che per me vale niente. Ma giusto per respirare un po’ di aria gelida e togliermi il berretto di alpacha con un gesto veloce. Che mi scombina i capelli. Tanto ora ci metto le mani, tra i capelli.
Tu, voi, io.
Ma è rimasto qualcuno vivo?
Qualche superstite?
Qualcuno vivo?
Qualcuno?
Dei superstiti? Si dove sono?
Sto impazzendo. Mi accovaccio per terra. Vorrei urlare. Sento i piedi affondare nella polvere. Quella polvere che mi perseguita. I fondali polverosi, i baffi polverosi, le biciclette polverose. E’ la mia risposta? Lo è. Li al suolo, sotto i miei piedi. La polvere. Potrei raccoglierla ma mi scivolerebbe via tra le dita o rapita dal vento.
Mi alzo, mi rimetto il Berretto. Tolgo la polvere dai jeans e dal mio cappotto corto. Tutto con una certa cura.
Ma sì.
Alla fine…
Che importa.
Ma si. Dai.
Sono andati a fare l’aperitivo.
Quegli stronzi.
È la fine dell'anarchia!
Premessa: Alcuni dei fatti narrati sono frutto dell'immaginazione, reale invece è il contesto storico e socio-politico nel quale sono inseriti.- “È rimasto qualcuno vivo, qualche superstite?”
- “Certo, sono andati a fare l'aperitivo... Ma cosa stai dicendo? Non l'hai sentita l'esplosione?”
Piazza Fontana, Milano, 12 dicembre 1969 ore 16:40, la città è nel panico. Volanti della polizia sfrecciano avanti e indietro a sirene spiegate. Un'imponente fumata nera si alza dagli ultimi resti di quella che era la Banca dell'Agricoltura. Due giovani si incontrano agli angoli di Piazza del Duomo, entrambi vestiti con un giubbotto di pelle nera, cranio esposto da testa rasata nonostante il freddo.
- “La bomba alla Banca Commerciale non è esplosa!”
- “Dannazione! Tra l'altro non abbiamo ancora avuto notizie dai camerati di Roma... ”
Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, ore 21:00, la polizia fa irruzione in tenuta antisommossa, alcuni colpiscono con i manganelli, altri puntano i loro fucili verso i presenti. Il bilancio di quell'operazione è 80 arresti. Fra di loro c'è anche il ferroviere Giuseppe Pinelli, famoso per aver collaborato alla resistenza. Particolare tatto gli è stato riservato in quanto abitudinario di arresti. “Pinelli, siamo sempre noi. Vuoi venire in questura?”
Nelle ore seguenti, la maggior parte dei fermati fu rilasciato, a parte il Pinelli, trattenuto in arresto per tre giorni.
“Allora signor Pinelli, ci racconti di nuovo dov'era il pomeriggio di venerdì” gli chiese il commissario di polizia.
“Ve l'ho già detto, ho fatto il turno di notte, quindi mi sono svegliato che ormai era pomeriggio, sono andato al bar, nel quale mi sono intrattenuto alcune ore, poi mi sono recato al circolo, dove i suoi uomini mi hanno prelevato”
“Queste sono menzogne! Il barista dichiara che ha preso un caffè al banco verso le 14.00 e poi se ne è andato nel giro di un minuto.”
Giuseppe respirò profondamente.
“Quel barista è un fascista, del resto lo sanno tutti. Noi a volte ci andiamo solo per provocarlo un po', per schernire il busto dell'impavido Benito che capeggia su una mensola. Sono sicuro che se potesse, regalerebbe il bar pur di vedermi in galera.”
Il giovane ferroviere era tranquillo, i tre giorni di interrogatorio non l'avevano per nulla provato. L'aria invece in quella stanza iniziava a farsi tesa, il commissario era seduto alla scrivania, mentre due poliziotti gli giravano intorno, come cani che famelici si contendono con lo sguardo un pezzo di carne.
“Risponda ora a questa domanda Pinelli, è vero che la parola anarchia significa che siete contrari a qualsiasi tipo di ordine costituito?” battendo una mano su un grosso e polveroso dizionario.
Giuseppe girò il viso in un'altra direzione e sorrise.
“Ah, la faccio ridere? I morti la fanno ridere Pinelli? E questo? La fa ridere questo?” lanciandogli le fotografie della strage.
Uno dei due appuntati si avvicinò alla sedia sulla quale era seduto il ferroviere, guardandolo con aria minacciosa. “Parla, bastardo!” disse, assestandogli un pugno dietro la nuca, facendogli perdere i sensi.
“Mario, sei un cretino! Vai a prendere dei sali!” disse il commissario scattando in piedi. Gli passarono i sali sotto il naso, lo schiaffeggiarono, ma niente. Il poliziotto più giovane gli mise allora una mano vicino la bocca, e una sul collo. Assenza di battito e di respiro. L'anarchico fu accompagnato gentilmente all'uscita. Dalla finestra.
Rapporto di polizia, questura di Milano, 15 dicembre 1969:
Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto, gridando “È la fine dell'anarchia!”.
Nei giorni seguenti, in alcune aule dell'università venne rimosso dagli studenti il crocifisso e fu appesa la foto di Giuseppe. Sotto la Questura durante una notte venne scritto sui muri “Sarete per sempre coinvolti.”
Nessuno sapeva ancora che molto sangue innocente sarebbe stato versato.
Stazione di Gioia Tauro, 22 luglio 1970: 6 morti, 66 feriti
Questura di Milano, 17 maggio 1973: 4 morti, 46 feriti
Brescia, Piazza della Loggia, 28 maggio 1974: 8 morti, 102 feriti
Stazione di Bologna, 2 agosto 1980: 85 morti, 200 feriti
Ecco i numeri, stornate le lacrime di madri e padri, sottratto lo sconforto degli orfani, il vuoto degli innamorati, il dolore dei mutilati superstiti. Ecco i numeri, che tutti insieme formano un volto, il volto di una carneficina.
Piazza del Duomo, Milano, 10 luglio 2011
Due vecchi uomini sono seduti al bar, giubbotto di pelle nera e testa rasata da caduta di capelli. Uno di loro è malato di cancro, l'altro ormai cammina con un bastone. Con la coda dell'occhio guardano alcuni bambini che si rincorrono giocando a nascondino. Liberi tutti.
sabato 9 luglio 2011
1. Quei risvegli di coscienza
Se gli avessero chiesto "Cosa vorresti fare nella vita?”, lui avrebbe risposto con piacere, pensando che era proprio una bella domanda, questa, una questione che lo toccava nel personale, soprattutto dati i recenti avvenimenti intercorsi tra la fine del suo lavoro a progetto e le ultime novità che lui preferiva chiamare incidenti di vita… Avrebbe sinceramente ringraziato dell’interessamento: è così piacevolmente raro ricevere tali attenzioni da un estraneo, e il sottile piacere soggiace soprattutto nel fatto che una domanda così inattesa può talvolta, nel caso di certe empiree (e empiriche) connessioni, scatenare un incontro di anime che predispone il core ad aprirsi a inaspettati e profondi scambi. Sì, perché quando devi tornare a monte della tua esistenza per donare un minuscolo bagliore di te che sia a suo modo comunque significativo, lasciandoti interrogare da uno sguardo estraneo che nulla può ancora presupporre su di te, beh questo può essere rivelatore e chiarificatore per te medesimo. Quante volte gli era capitato...Io…e l’altro… Quale misterico movimento ondoso di ritorno in sé, aprendosi per vedersi restituire un riflusso di coscienza che porta con sé l’impronta dello scoglio sul quale si è infranto…
“Cosa voleva fare nella sua vita”… Sì, ma anche, “Cosa voleva, o poteva, aspettarsi”, dalla sua vita... Si sentiva proprio nella buona disposizione d’animo per discutere di temi profondi e interiori: lo squillo aveva squarciato dei pensieri sonnolenti e stagnanti mentre inespressivo faceva tintinnare il cucchiaino sul bordo della tazza del caffelatte senza che ci fosse più alcuna goccina da far cadere…quel raccoglimento pregresso era il perfetto presupposto ad una confessione catartica sulle sue paure e le sue aspirazioni più recondite. Era lì, aperto a se stesso e al mondo. Nudo.
…
Eh sì, se gliel’avesse chiesto… L’altro, dalla parte opposta della cornetta aspettava ancora, ma con un respiro pian piano più spazientito. Un rauco colpetto di tosse, puff alla magia!
Checcavolo voleva dire “Un sondaggio sull’olio extravergine?” Ma, ti pare plausibile che uno chiami a casa per domandarti nel pieno del tuo dormiveglia mattutino “Quanti litri di olio usa all’anno”? Che gli può servire saperlo? Volesse anche vendermelo, non dovrebbe (scusa!) propormi qualche fantomatica proprietà oligoalimentare, lassativa, gustativa, emolliente, colorante, lubrificante, economizzante del suo olio, invece di chiedermi QUANTO olio(???) uso all’anno? Sempre con ‘sti sondaggi pre-offerenti che sembrano voler rompere il ghiaccio mentre ti ingessano imbarazzato proponendoti degli interrogati euclidei!, adesso dovrebbe dovuto mettersi a calcolare quanto olio consumava…allora, comprerò si e no una bottiglia ogni 3 settimane…bottiglia piccola, vivo da solo, quindi 75cl…ogni 3 sett..quante all’ANNO?cacchio se erano 4 era più facile, 12mesi per…facciamo no 12, ci aggiungiamo quanti?…14-15, per 75… Ma fammi direttamente un’offerta di paniere 5 al prezzo di 3 o che diavolo ne so, e non gettarmi in un abisso d’inquietudine e d’imbarazzo perché non so risponderti ad una domanda che TU, sconosciuto impertinente, mi poni come la più scontata, tipo “quando sei nato” o “quanto tempo ci impieghi ad andare a lavorare”: quanto olio utilizzo all’anno?? Dimmi te se uno sconosciuto deve sbrindellare la sottile patina di privacy del mio castello per depredarmi di informazioni ebeti: se proprio qualcuno deve scomodarmi dal mio caffé semi-freddo e proporsi amicalmente a me con un “Buongiorno!”, chiedimi almeno qualcosa che non mi spaventi…
Un disagio distribuito ovunque, un assedio urbano del controsenso…come l’omino riciclato a customer care ricoperto da una blusa incerata più grande di lui dei colori del supermercato quasi fosse la caricatura di un contradaiolo senese MA dall’improbabile accento veneto-cingalese che mi interroga su quanto detersivo utilizzo, poi (vista la mia incompetenza in materia di consumi e lavatrici) se fossi o meno soddisfatto del “bacino di capienza”dei carrelli della spesa e dell’azione certosina di integrazione ad opera dei responsabili dei “dispensatori mercendari su ruota”(a ‘sto punto, rollator per nonne con vano portatutto, seggiolone deambulante da supermercato, contieni alimenti con poggia borsa incorporato, veicolo base per Jackass in erba…).
O dell’altro ieri, quando tornando a casa una graziosa squinzia mi aveva apostrofato in maniera irriverente masticando sguaiatamente un chewingum con “Ciao! Scusa, ma tu leggi?”, senza esplicitare se intendesse insinuare che avessi una qualche espressione da analfabeta…
La gente ti comincia a far riflettere su cose davvero bizzarre, con certi interrogativi…
venerdì 8 luglio 2011
L'IMPORTANZA DELLA FORMA CIRCOLARE. E UN SOSPIRO.
martedì 5 luglio 2011
Il tema

Se gli avessero chesto "Cosa vorresti fare da grande?" Lui avrebbe risposto "Essere felice".
Era un ragazzinoa apparentemente come gli altri, ogni giorno si svegliava, faceva colazione, si preparava per andare a scuola, ci andava, poi parco giochi, cena, tv, letto e da capo. Erano le piccole cose che lo rendevano diverso, non gli piaceva sporcarsi quando giocava, schizzare nelle pozzanghere quando pioveva o guardare cartoni animati in tv. Lui preferiva i giochi in scatola, leggere un libretto e parlare con le persone, bambini e non.
Quando a scuola gli dissero la traccia per il tema, pensò che fosse facilissimo: cosa vorresti fare nella vita? Beh poteva cavarsela in fretta, e poi nel tempo rimanente fare una passeggiata in giardino, mentre gli altri finivano di scrivere, o andare a parlare col bidello, che sapeva un sacco di storie interessanti sulla scuola.
Però, appena consegnato il foglio con le poche righe di risposta, anzi, appena la maestra lo lesse, capì che non sarebbe andata così. La maestra cominciò a chiedergli se c'era qualcosa che voleva dirle, se a casa ci fossero stati problemi; dopo un po' arrivò anche sua madre, e sentì che cominciarono a tempestarla di domande.
Lui non capiva il perchè di tutto quello, gli sembrava così ovvia la risposta, anzi, gli sembrava strano che nessun altro avesse scritto la sua stessa cosa! Sentì ceh dissero a sua madre "Non è la risposta che darebbe un normale bambino di 8 anni". Già, normale come tutti i futuri calciatori/ballerine che stavano in classe con lui. I giorni seguenti spezzarono la solita routine, andò spesso a trovare un certo psicologo. Gli piaceva. Era piacevole parlare con lui, anche se faceva un po' troppe domande, e solo perchè aveva scritto un'ovvietà sul tema, una cosa che vogliono tutti di sicuro. Non capiva perchè a fare e dire ciò che si vuole si alza sempre un polverone.
Forse era ancora troppo piccolo per saperlo.
Un secondo tra cielo e acqua e non c'è tempo per la terra
Cosa significa d’altronde, FARE? Cos’è abbastanza per essere un fare e cosa non lo è? Quali le variabili? Uno stipendio? Una sicurezza ostentata? Oppure cose come una macchina sempre con il pieno di benzina, tirata a lucido, cabriolet, la scopata del martedì con la ragazza che smista le lettere al quarto piano, un divorzio sulle spalle, un bel sigaro sempre nel taschino, un cane di razza, un completo su misura, una padre orgoglioso di te, una madre che ti invita la domenica a mangiare un piatto di risotto con l’ortica, gli amici che ti danno le pacche sulle spalle, un bel salotto, un bel televisore, una chitarra appesa al muro, una pelle curata, pulita e ben rasata.
Niente di tutto ciò fa parte della mia vita. Faccio i tuffi.
Ho il mio quarto d’ora di gloria di tanto in tanto, ogni 4 anni, se non ho la spalla lussata, un trauma cranico da gestire, tendiniti infiammazioni...
E’ il tempo delle olimpiadi. Un tuffo, un’evoluzione compiuta nella porzione di mondo tra acqua e cielo. Un secondo e qualche briciola di centesimi sparsi, presi allungati e stirati su 4 lunghi anni di allenamento spesi per lavorare la coreografia di quel piccolo, insignificante secondo.
Quattro anni Fanno 1460 giorni. Centoventiseimilioni e centoquarantaquattromila secondi per un uno di essi. Sono cose che non hanno alcun senso lo so. Si camuffano dietro parole come soddisfazione personale, agonismo, ricerca della perfezione, edonismo.
In realtà è un cul de sac. Certo tutto comincia da un varo in un lido dorato…l’entusiasmo, la voglia puerile di mettersi in gioco. Poi Nulla. Diventa una droga. Ma scordatevi, viaggi, trip, visioni, allucinazioni, colori, suoni. E’ una cosa da cui non puoi allontanarti. Qualcosa che ti stacca dalla realtà. Che farei se non potessi fare i tuffi?
Non ho studiato.
Non so fare nulla.
Non ho l’età per mettermi in gioco.
Il mestiere di mio padre mica l’ho imparato.
Ci posso provare. Ad uscirne. Ci ho provato. Niente, è sempre un pugno, di ferro, che ti arriva sulla bocca e ti spacca tutti i denti.
No.
Bisogna rimanere un semiprofessionista. Restare sulla bocca di molti per poco tempo, il tempo di arricchire il medagliere di una nazione. Poi diventi un qualunque.
Una testa di cervo attaccata al muro dei trofei di caccia.
Anzi.
Sei destinato all’armadio, la parete è per le teste d’orso, di caribou o per le manguste impagliate.
D’altronde è solo un secondo.
Un secondo.
Un secondo di merda.
Tra cielo e acqua.
Un secondo. Stai li e da qualche parte del mondo un uomo annoiato in canottiera e mutande è davanti alla televisione, perché non ha di meglio da fare, perché un commentatore con la voce piatta come una giornata di nebbia, ti annuncia “tra poco un atleta azzurro sul trampolino”. E l’uomo in canotta li ad aspettare, cazzone e nullafacente, ma che ti scaricherebbe per una pisciata. Se solo le birre ingurgitate fossero 3 e non 2.
No.
Non ci siamo.
Non vale gli slip idrorepellenti che indosso.
Non che mi meriti di più.
E adesso?
Adesso sono vecchio. 43 anni. Istruttore comunale.
La barba non me la taglio più. La mia macchina è un letamaio. Mio padre prova pena per me. Mia madre prova pena per suo marito che non si da pace per il suo unico figlio.
Ma oggi sono qui. Per ritornare. Con la bocca sanguinante e i denti spaccati. Un nuovo salto. Un nuovo record. Una scogliera.
Qui si scrive la storia. La mia per lo meno. Sento le gambe che mi tremano, anche se sono immobili. Il vento che mi accarezza la barba.
Sono 55 metri.
Oltre i trenta un tuffo mal eseguito trasforma l’acqua in ghiaccio.
Non sono queste cose a farmi paura.
Non sono queste cose a farmi paura.
Gary Patrick. 39 anni, 55 metri.
Rob Massaloni 44 anni, 52 metri.
Allan Oberhofer 40 anni, 48 metri.
Lo hanno fatto loro. Lo posso fare anch’io. Non sono i mesi sulle spalle o i metri sotto gli alluci.
E’ la paura di non riuscire, di fallire, di sbagliare, di ricevere uno schiaffo e non un bacio all’acqua salata.
Dio no.
Sento le gambe che mi tremano, anche se sono immobili. Il vento che mi accarezza la barba.
Quella barba che voglio radere, quel costume idrorepellente che voglio bruciare, quella macchina che voglio rottamare. Voglio pacche sulla spalla, voglio una moglie da cui divorziare che mi importa!
Devo saltare. Devo riuscire.
Fallire significherebbe morire.
Dentro. E forse non solo.
Va bene.
Fuori l’aria dai polmoni.
Un passo.
Quella sensazione. Tra cielo e acqua.
Ancora.
Sono nel vuoto.
La traduzione perfetta

Se gli avessero chiesto “cosa vorresti fare nella vita?” Lui avrebbe risposto senza dubbio “il traduttore”. Sin da bambino aveva mostrato interesse verso le persone che parlavano una lingua diversa dalla sua. Durante tutta la sua crescita, ogni volta che incontrava per la strada qualcuno che parlava “strano” si fissava a guardarlo, e più la lingua era incomprensibile ma musicale, più se ne innamorava. Decise così di studiare tutte le lingue del mondo, per poterle capire e padroneggiare. Ci riuscì, divenne talmente bravo che ogni consolato voleva che lui lavorasse per loro, il miglior traduttore sulla faccia della terra. Passava rapidamente da una telefonata con il re di una popolazione sudafricana al rappresentante dei monaci tibetani, senza fare una piega. Proprio mentre pensava di potersi dire completo, si accorse che di una popolazione ancora non conosceva la lingua. Si dimise subito da tutti i suoi lavori, aveva bisogno di calma e concentrazione per questa sua ultima, ardua impresa. Si mise a seguire alcuni di loro, solo per ascoltare il suono delle conversazioni. Com'era melodico ed interessante! Nonostante questo non riusciva a capire una parola di quello che si stavano dicendo. “È impossibile!” si disse, fra sé e sé. “Io conosco tutte le parole, di tutte le lingue del mondo e questa, che è la più bella, non mi è dato di comprenderla?”. Più tentava di parlare quella lingua, della quale ancora non aveva capito le regole sintattiche, più quel popolo lo allontanava. Il pensiero che quella lingua fosse casuale, inventata, senza filo logico lo aveva sfiorato più volte, subito però si era ricreduto. A volte sembrava un pazzo, inseguiva delle persone gridando loro parole ragionate per mesi, che poi non sortivano alcun effetto. Poi un giorno, ormai preso dallo sconforto, disse la prima cosa che gli veniva in mente ad una ragazza passante, che gli sorrise. Ecco! Aveva trovato una parola! La conversazione andò avanti per un po', lui non capiva nulla di quello che lei gli stesse dicendo e non sapeva nemmeno se stesse comunicando effettivamente tutto quello che aveva in testa. Quella ragazza gli piaceva molto. E adesso? Come dirglielo? Continuò a parlare senza freno, ogni tanto lei sorrideva e sfuggiva il suo sguardo. Lui si fermò di colpo, smise di parlare.
Lo scatto fu fulmineo, come quello di un arciere che prima studia attentamente la sua mossa e poi la compie in una frazione di secondo. Si mosse velocemente e la baciò, con la foga di un bambino, ritraendo subito le labbra una volta compiuto il rapido gesto. Rimase a guardarla con lo sguardo che si ha quando si lancia un petardo, che, seppur lanciato volontariamente, nessuno vuole sentire scoppiare. Riaprì lentamente gli occhi, vide che lei non era sconvolta da quel suo agire, anzi, era rimasta ad occhi spalancati, pareva che pensasse. Iniziò ad avvicinarsi lentamente alle sue labbra, il profumo che emanava lo inebriava a tal punto che un brivido gli percorse per il lungo la schiena. Appoggiò le candide e morbide labbra a quelle di lui, passandogli una mano fra i capelli, fino ad appoggiarsi sulla nuca. Lui aveva ancora le braccia distese lungo il corpo, la passione di quel gesto l'aveva immobilizzato. Chiuse gli occhi e, mentre la chimica pensava al resto, si rese conto che non tutto quello che viene astratto dal nostro cervello ha una traduzione verbale. Quella silenziosa comunicazione permetteva a loro di capirsi perfettamente. Lui era nei pensieri di lei e lei di lui. Sorrise. Quella era la migliore traduzione di tutta la sua vita.