L'incipit della settimana
STRINGA AUDIOVISUALE DIGITALE PROVENIENTE DA QUALCHE SERVER: "Youtube"
RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
Ctrl+c, Ctrl+v, STAMP-E-PORT-LE-FOGL:"Glutammati sto sodio"
martedì 5 luglio 2011
Un secondo tra cielo e acqua e non c'è tempo per la terra
Cosa significa d’altronde, FARE? Cos’è abbastanza per essere un fare e cosa non lo è? Quali le variabili? Uno stipendio? Una sicurezza ostentata? Oppure cose come una macchina sempre con il pieno di benzina, tirata a lucido, cabriolet, la scopata del martedì con la ragazza che smista le lettere al quarto piano, un divorzio sulle spalle, un bel sigaro sempre nel taschino, un cane di razza, un completo su misura, una padre orgoglioso di te, una madre che ti invita la domenica a mangiare un piatto di risotto con l’ortica, gli amici che ti danno le pacche sulle spalle, un bel salotto, un bel televisore, una chitarra appesa al muro, una pelle curata, pulita e ben rasata.
Niente di tutto ciò fa parte della mia vita. Faccio i tuffi.
Ho il mio quarto d’ora di gloria di tanto in tanto, ogni 4 anni, se non ho la spalla lussata, un trauma cranico da gestire, tendiniti infiammazioni...
E’ il tempo delle olimpiadi. Un tuffo, un’evoluzione compiuta nella porzione di mondo tra acqua e cielo. Un secondo e qualche briciola di centesimi sparsi, presi allungati e stirati su 4 lunghi anni di allenamento spesi per lavorare la coreografia di quel piccolo, insignificante secondo.
Quattro anni Fanno 1460 giorni. Centoventiseimilioni e centoquarantaquattromila secondi per un uno di essi. Sono cose che non hanno alcun senso lo so. Si camuffano dietro parole come soddisfazione personale, agonismo, ricerca della perfezione, edonismo.
In realtà è un cul de sac. Certo tutto comincia da un varo in un lido dorato…l’entusiasmo, la voglia puerile di mettersi in gioco. Poi Nulla. Diventa una droga. Ma scordatevi, viaggi, trip, visioni, allucinazioni, colori, suoni. E’ una cosa da cui non puoi allontanarti. Qualcosa che ti stacca dalla realtà. Che farei se non potessi fare i tuffi?
Non ho studiato.
Non so fare nulla.
Non ho l’età per mettermi in gioco.
Il mestiere di mio padre mica l’ho imparato.
Ci posso provare. Ad uscirne. Ci ho provato. Niente, è sempre un pugno, di ferro, che ti arriva sulla bocca e ti spacca tutti i denti.
No.
Bisogna rimanere un semiprofessionista. Restare sulla bocca di molti per poco tempo, il tempo di arricchire il medagliere di una nazione. Poi diventi un qualunque.
Una testa di cervo attaccata al muro dei trofei di caccia.
Anzi.
Sei destinato all’armadio, la parete è per le teste d’orso, di caribou o per le manguste impagliate.
D’altronde è solo un secondo.
Un secondo.
Un secondo di merda.
Tra cielo e acqua.
Un secondo. Stai li e da qualche parte del mondo un uomo annoiato in canottiera e mutande è davanti alla televisione, perché non ha di meglio da fare, perché un commentatore con la voce piatta come una giornata di nebbia, ti annuncia “tra poco un atleta azzurro sul trampolino”. E l’uomo in canotta li ad aspettare, cazzone e nullafacente, ma che ti scaricherebbe per una pisciata. Se solo le birre ingurgitate fossero 3 e non 2.
No.
Non ci siamo.
Non vale gli slip idrorepellenti che indosso.
Non che mi meriti di più.
E adesso?
Adesso sono vecchio. 43 anni. Istruttore comunale.
La barba non me la taglio più. La mia macchina è un letamaio. Mio padre prova pena per me. Mia madre prova pena per suo marito che non si da pace per il suo unico figlio.
Ma oggi sono qui. Per ritornare. Con la bocca sanguinante e i denti spaccati. Un nuovo salto. Un nuovo record. Una scogliera.
Qui si scrive la storia. La mia per lo meno. Sento le gambe che mi tremano, anche se sono immobili. Il vento che mi accarezza la barba.
Sono 55 metri.
Oltre i trenta un tuffo mal eseguito trasforma l’acqua in ghiaccio.
Non sono queste cose a farmi paura.
Non sono queste cose a farmi paura.
Gary Patrick. 39 anni, 55 metri.
Rob Massaloni 44 anni, 52 metri.
Allan Oberhofer 40 anni, 48 metri.
Lo hanno fatto loro. Lo posso fare anch’io. Non sono i mesi sulle spalle o i metri sotto gli alluci.
E’ la paura di non riuscire, di fallire, di sbagliare, di ricevere uno schiaffo e non un bacio all’acqua salata.
Dio no.
Sento le gambe che mi tremano, anche se sono immobili. Il vento che mi accarezza la barba.
Quella barba che voglio radere, quel costume idrorepellente che voglio bruciare, quella macchina che voglio rottamare. Voglio pacche sulla spalla, voglio una moglie da cui divorziare che mi importa!
Devo saltare. Devo riuscire.
Fallire significherebbe morire.
Dentro. E forse non solo.
Va bene.
Fuori l’aria dai polmoni.
Un passo.
Quella sensazione. Tra cielo e acqua.
Ancora.
Sono nel vuoto.
La traduzione perfetta

Se gli avessero chiesto “cosa vorresti fare nella vita?” Lui avrebbe risposto senza dubbio “il traduttore”. Sin da bambino aveva mostrato interesse verso le persone che parlavano una lingua diversa dalla sua. Durante tutta la sua crescita, ogni volta che incontrava per la strada qualcuno che parlava “strano” si fissava a guardarlo, e più la lingua era incomprensibile ma musicale, più se ne innamorava. Decise così di studiare tutte le lingue del mondo, per poterle capire e padroneggiare. Ci riuscì, divenne talmente bravo che ogni consolato voleva che lui lavorasse per loro, il miglior traduttore sulla faccia della terra. Passava rapidamente da una telefonata con il re di una popolazione sudafricana al rappresentante dei monaci tibetani, senza fare una piega. Proprio mentre pensava di potersi dire completo, si accorse che di una popolazione ancora non conosceva la lingua. Si dimise subito da tutti i suoi lavori, aveva bisogno di calma e concentrazione per questa sua ultima, ardua impresa. Si mise a seguire alcuni di loro, solo per ascoltare il suono delle conversazioni. Com'era melodico ed interessante! Nonostante questo non riusciva a capire una parola di quello che si stavano dicendo. “È impossibile!” si disse, fra sé e sé. “Io conosco tutte le parole, di tutte le lingue del mondo e questa, che è la più bella, non mi è dato di comprenderla?”. Più tentava di parlare quella lingua, della quale ancora non aveva capito le regole sintattiche, più quel popolo lo allontanava. Il pensiero che quella lingua fosse casuale, inventata, senza filo logico lo aveva sfiorato più volte, subito però si era ricreduto. A volte sembrava un pazzo, inseguiva delle persone gridando loro parole ragionate per mesi, che poi non sortivano alcun effetto. Poi un giorno, ormai preso dallo sconforto, disse la prima cosa che gli veniva in mente ad una ragazza passante, che gli sorrise. Ecco! Aveva trovato una parola! La conversazione andò avanti per un po', lui non capiva nulla di quello che lei gli stesse dicendo e non sapeva nemmeno se stesse comunicando effettivamente tutto quello che aveva in testa. Quella ragazza gli piaceva molto. E adesso? Come dirglielo? Continuò a parlare senza freno, ogni tanto lei sorrideva e sfuggiva il suo sguardo. Lui si fermò di colpo, smise di parlare.
Lo scatto fu fulmineo, come quello di un arciere che prima studia attentamente la sua mossa e poi la compie in una frazione di secondo. Si mosse velocemente e la baciò, con la foga di un bambino, ritraendo subito le labbra una volta compiuto il rapido gesto. Rimase a guardarla con lo sguardo che si ha quando si lancia un petardo, che, seppur lanciato volontariamente, nessuno vuole sentire scoppiare. Riaprì lentamente gli occhi, vide che lei non era sconvolta da quel suo agire, anzi, era rimasta ad occhi spalancati, pareva che pensasse. Iniziò ad avvicinarsi lentamente alle sue labbra, il profumo che emanava lo inebriava a tal punto che un brivido gli percorse per il lungo la schiena. Appoggiò le candide e morbide labbra a quelle di lui, passandogli una mano fra i capelli, fino ad appoggiarsi sulla nuca. Lui aveva ancora le braccia distese lungo il corpo, la passione di quel gesto l'aveva immobilizzato. Chiuse gli occhi e, mentre la chimica pensava al resto, si rese conto che non tutto quello che viene astratto dal nostro cervello ha una traduzione verbale. Quella silenziosa comunicazione permetteva a loro di capirsi perfettamente. Lui era nei pensieri di lei e lei di lui. Sorrise. Quella era la migliore traduzione di tutta la sua vita.
lunedì 27 giugno 2011
Il secondo inventore

Eva era andata a dormire, e lui cosa avrebbe fatto ora?
Di dormire non se ne parlava, c'era ancora il sole....e poi gli faceva ancora male la costola, o meglio, lo spazio dove fino a qualche giorno prima si trovava una sua costola.
Il Capo, l'Altissimo, aveva detto: "Siate fecondi e moltiplicatevi!" Già, ma Eva non ne voleva sapere, sempre a dormire od a fissare quell'albero di mele, che a quel tempo costavano l'ira di Dio....non potevano proprio permettersele.
Lui non aveva nulla da fare tutto il giorno, così si mise ad inventare delle cose, ma non era molto bravo; ad esempio aveva inventato i vestiti: tre foglie di fico per Eva e una per lui, ma non erano molto utili. Allora provò ad addomesticare gli animali, inizio con l'orso ed il leone, ma non erano proprio d'accordo con lui e decise di lasciar perdere se voleva continuare una felice esistenza.
Quel giorno, dopo che Eva si era messa a letto, decise che avrebbe inventato il fuoco, così almeno poteva scaldarsi la sera e fare un po' di luce. Quando finalmente i legnetti cominciaronoa fumare per lo sfregamento (glielo aveva insegnato un serpente molto dotto) era notte fonda; alimentò le piccole scintille con erba secca ed eccolo nascere, il fuoco!!
Era molto stanco e pensò che era ora di andare a letto...appena prima di addormentarsi decise che il giorno dopo avrebbe inventato l'acqua calda, così almeno poteva farsi un bel bagno.
Sigaretta mezza spenta o mezza accesa
Eva è andata a dormire. Eppure fuori dalla sua finestra entravano stridenti rumori di grù meccaniche a lavoro e clacson di macchine impazzite nel caos metropolitano. La sua stanza era posta sopra un cantiere di lavoro attivo da mesi. Ma come poteva essersi addormentata in questo trambusto? Vicino al letto nel bicchiere, improvvisato da portacenere, giaceva una sigaretta mezza spenta, o mezza accesa che si voglia… insomma fumava ancora e nonostante questo Eva dormiva senza darci bado. Ogni tanto il sonno di Eva era interrotto da gemiti lievi, cosa stava sognando Eva? Il suo corpo si contorceva come in preda a dolori o spasmi. Che magari non stesse rivivendo traumi vissuti in giovane età? Eva non era anziana la sua pelle era lucida e morbida di un colore dorato. Le sue gambe erano lunghe ed affusolate; quando Eva sfila per le strade gli sguardi dei passanti ricadono sulla sua figura maestosa. La stanza di Eva era piena di vestiti che si facevano largo tra resti di bottiglie vuote e lattine per terra, i libri accatastati in un angolo della scrivania e il resto era ricoperto di cartacce, giornali, penne, ecc… Eva non era attenta a quel disordine, le piaceva vivere lo spazio nel pieno delle sue potenzialità d’accumulo e goderne di ogni angolo. Le sue giornate non si scandivano da orologio alla mano, non badava al tempo, Eva non era di quelle per cui il tempo era il dittatore risorto dopo la morte di Dio. Eva non badava alle stagioni ma le piaceva riconoscerne i profumi; Eva assaporava tutto nel momento in cui viveva e poi però quando questo non c’era più nemmeno per Eva aveva più senso e se ne dimenticava, ma sapeva riconoscere bene i vizi a cui dare attenzione. Sapeva come ottenere quel che desiderava con i suoi occhi a mandorla bruni riusciva a catturare qualsiasi sguardo e farne ciò che desiderava. Infatti erano le 16.24 ed Eva dormiva, ma allo scoccare delle mezza, anche se non usava sveglie, aprì i suoi grandi occhi e nello stesso momento la porta si spalancò… il tintinnio di ferraglia la fece sussultare e con un balzo si getto sui pantaloni del suo padroncino Elia, adolescente di 17 anni, che chiuse la finestra, prese i sacchettini sotto la pila dei libri e messo il collare guardando Eva fissa negli occhi, l'accarezzò sul muso e le fece cenno di uscire.
Si stava meglio quando si stava peggio

“Eva è andata a dormire” gli disse sua moglie. “Va bene, non la disturbare. Guarda cosa ti ho portato.” disse lui estraendo una gallina da un grosso sacco. “Oddio! Quella gallina sembra un tacchino da quanto è grande!”
Avete presente quella frase che ripetono spesso i vostri nonni: “si stava meglio quando si stava peggio”? Molte volte non riuscite a capire come una frase così mal strutturata possa essere vera, altre volte invece non riuscite a comprenderla nella sua interezza, anche perché un metro di paragone non lo avete.
Erano gli anni in cui le persone si salutavano per la strada intrattenendosi sempre in convenevoli riverenti. Gli uomini si alzavano il cappello in segno di rispetto, le donne sollevavano i lembi laterali della gonna quasi a fare un inchino. Si era nel pieno del boom economico, lo shock petrolifero e gli anni di piombo erano ancora lontani. Un caffè costava cinquanta lire, un litro di latte novanta e un chilo di pane centoquaranta lire. Un carabiniere prendeva sessantamila lire di stipendio ogni mese, il che lo rendeva abbastanza benestante per mantenere una famiglia. Una cosa accomunava impiegati, operai e contadini: la bicicletta. Le automobili iniziavano ad essere economicamente appetibili ma la maggior parte della gente ancora non ne trovava l'utilità. L'auto quindi rimaneva un bene di lusso ad appannaggio di ricchi proprietari terrieri e di nobili decaduti post costituzione repubblicana. Nei paesi questo era ancora più evidente, per le strade passavano non più di quattro automobili ogni giorno sollevando polveroni a causa delle strade non battute dall'asfalto. I bambini che giocavano in strada, quando ne vedevano una passare, partivano all'inseguimento anche solo per guardarla da vicino o per toccarne la carrozzeria. Molti di loro sognavano di possederne una da grandi, per suscitare l'invidia di tutti al loro passaggio.
La criminalità era una questione marginale, i carabinieri si occupavano soprattutto di furti di piccoli animali da cortile o di biciclette. Molto spesso non venivano nemmeno interpellati per gli screzi fra i cittadini, i quali preferivano risolvere tra di loro le controversie.
Davanti all'appuntato Iannaccone quel giorno si era presentato il signor Tebaldi che aveva un piccolo cascinale proprio vicino a Nassar.
“Appuntato, è successa una cosa terribile!”
“Si metta calmo a sedere e mi dica tutto” - disse l'appuntato
“Nottetempo, due persone si sono introdotte nel mio campo portando via delle galline, e non è la prima volta!” - disse Tebaldi, teso come una corda di violino.
“Bene, allora mi dica tutto che sporgiamo una bella denuncia, io la inoltrerò subito ai miei superiori e per conoscenza al magistrato.”
Iannaccone iniziò a battere sulla macchina da scrivere tutto quello che il signor Tebaldi gli raccontava.
“Ma come fa a non sapere quante galline le hanno rubato?” chiese stupito l'appuntato
“Ne possiedo parecchie ma non conosco il numero preciso, ma sono sicuro che ne abbiano portate via un sacco pieno.”
“Bene, allora ecco cosa ho scritto: Il giorno 26 giugno 1960 davanti al sottoscritto appuntato Iannaccone Salvo, si è presentato il signor Tebaldi Emanuele nato a Verona il 18 aprile 1927 dichiarando quanto segue. La notte del 26 giugno 1960 ignoti penetravano nella sua proprietà alle ore 2.00 circa asportando numero imprecisato di galline. Il signor Tebaldi non fornisce altre informazioni circa l'identità dei malviventi.”
Iannaccone passò tutto il resto della giornata a chiedersi come fa uno a non sapere quante galline possieda. Alla sera però, un vicino di casa di Tebaldi era accorso al comando e tutto trafelato aveva detto: “Correte, correte! Tebaldi sta sparando con il fucile dalla finestra!”
L'appuntato saltò in sella alla sua bicicletta e raggiunse velocemente il cascinale. Lì i ladri erano già scappati, lasciando un sacco con un paio di galline. Altre galline erano state uccise dal padrone di casa che ancora sparava dalla finestra.
“Venite qui, ladri maledetti! Venite qui, che vi impallino io!” gridava.
“Tebaldi, sono Iannaccone, metta giù il fucile, i ladri sono scappati! Rischia di far male a qualcuno!”
“Oddio! Mi scusi, appuntato! Mi ero fatto prendere dall'ira! Ora scendo.”
Per ringraziare il carabiniere del rapido intervento, il Tebaldi raccolse da terra la gallina più grossa che aveva ucciso, la mise in un sacco e la porse all'appuntato.
Tornato a casa fece vedere la gallina alla moglie, che dall'eccitazione della sua voce svegliò la piccola Eva addormentata. Eva, talmente sorpresa dal vedere una gallina così grossa, si mise il grande grembiule della mamma e disse sorridendo: “Non tornerò a letto finché non ti avrò aiutata a spennarla”.
Ora Iannaccone è un vecchio signore che racconta questa storia seduto su una panchina del parco, ancora pensando al brodo di quella gustosa gallinella che il signor Tebaldi, ormai morto da alcuni anni, gli aveva regalato. A volte, con una lacrima sul viso, ripete ai passanti: “È proprio vero che si stava meglio quando si stava peggio”
Steve Clark
Arturo Rizzo era una persona di 11 anni. Stava viaggiando in una legnosa cabina di prima classe che da Matera lo stava portando a Bari.
Era accompagnato dalla Signorina Steiger, la segretaria di suo padre.
Arturo, o meglio, come lo chiamavano tutti, Turò, era assorto nella lettura del Grande Almanacco sportivo del 1961, che nonostante avesse poco meno di un anno era già decisamente vissuto. Era un regalo del nonno Amedeo, che puntualmente, ogni anno, a settembre regalava al figlio di suo figlio, la nuova edizione di tale volume.
A Turò, piaceva immergersi nelle gesta eroiche di questi atleti… Leggere di forti pugili, di centometristi veloci come il vento, di temerari sciatori…
Ma sempre ce n’era uno. Uno su tutti. Quello che lo illuminava. Quello che lo faceva sognare.
Pagina 87.
“ Steve Clark, statunitense classe ’43, stabilisce appena diciottenne un nuovo sensazionale record sui 100 metri stile libero, segnando a tabellino un incredibile 55,4 secondi alle Olimpiadi di Los Angeles…”
Quanto lo colpiva questo Clark. Era così diverso da tutti gli altri… Magro e sottile, apparentemente delicato, ma con la determinazione dentro gli occhi.
Un cenno della signorina Steiger lo riportò alla realtà “Siamo arrivati Arturo”.
All’uscita della stazione un’auto dell’impresa di suo padre li stava attendendo. Appoggiato ad essa un giovane autista in divisa nera, visibilmente sofferente per il forte caldo.
“Signorina Steiger, signor Arturo… Purtroppo il signor Rizzo ha avuto un inatteso contrattempo…e non è potuto venir a prendervi di persona. Non vi potrà ricevere prima dell’ora di pranzo. Mi ha quindi pregato di accompagnarvi al Lido per un bagno…e di porgervi le sue scuse…”
“molto bene” Fu la robotica risposta della signora Steiger che aggiunse “ Arturo, spero che tu abbia con te il tuo costume da bagno!”
Turò Annui.
“Fantastico andiamo al mare!” Con l’entusiasmo da copione perfetto, per una donna di 24 anni che prende 240 lire all’ora come segretaria tuttofare.
Annoiato e silenzioso Turò salì in auto. Per tutto il tragitto pensò a sua madre che se ne era andata da ormai 2 anni…a suo padre, troppo impegnato con il suo lavoro per occuparsi di lui, freddo e terribilmente prevedibile.
Sapeva già come sarebbe stato rivederlo… cosa gli avrebbe detto, "come va, non hai fatto arrabbiare il nonno…?"le solite cose.
E quella città fuori dal finestrino che ormai non riconosceva più come casa.
Niente e nessuno di quei luoghi facevano più parte della sua vita.
Arrivarono in spiaggia. La signorina Steiger si sistemo all’ombra del suo cappello di paglia.
Turò indossato il suo costume di tela rosso ruggine si stabilì su di una roccia lambita dal circolare bagno e asciuga del mare.
I suoi pensieri volavano e turbinavano senza fine e senza fini, come dei rapaci su una carcassa…
La giornata era abbastanza serena da far sì che il sole baciasse con violenza la sua pelle ma non abbastanza da permettere di intravedere della terra oltre il mare.
Turò si tuffo’… e cominciò a nuotare verso il largo con struggente determinazione…
“Uno, due, tre, quattro…”
Senza curarsi del mondo che dietro di lui scivolava via.
“nove, dieci, undici, dodici…”
Forza Turò, nuota! Nuota e conta. Fino a 55 secondi. Nuota come Steve Clark.
55 secondi per andare via da quel tutto che non è niente.
“Cinquantatre, cinquataquattro, cinquantacinque.”
Adesso fermati, respira e girati.
Guarda, non c’è più niente.
Solo mare.
FIN
lunedì 20 giugno 2011
Il mutismo paranoico di un cavalier servente
“Ciao, come stai?” - mi dice
“Bene” - le rispondo - “e tu?”
“Abbastanza bene dai...”
Guardo un secondo la sua pelle, liscia, vellutata. Mentre le sue labbra si muovono lentamente penso quanto sarebbe bello baciarla proprio lì, nell'angolino dove la bocca volge a sorriso e con il dorso della mia mano dolcemente accarezzarle la guancia leggermente rosata. Pensa, dai pensa a cosa potresti dirle. Ricordati soltanto che quando pensi molto hai sempre quella faccia da idiota. Oddio! Avrò la faccia da idiota in questo momento? Guardo altrove, spero che non se ne sia accorta. Già, sono quasi sicuro che se ne sia accorta.
“Andiamo a sederci da qualche parte” - è la sua proposta
“Mi farebbe piacere” - dico io, annuendo.
Ecco, ha ripreso a parlare. Non sto ascoltando una parola di quello che mi sta dicendo, ma mi piacerebbe che parlasse per sempre, sono incantato dal tono suadente della sua voce. Potrebbe anche ripetere parole senza senso o leggere le quotazioni di borsa tutto il giorno che io sarei lì per ascoltarla. Già me la immagino “Nasdaq +1,34%, Dow Jones -0,31%”, sono sicuro che mi interesserei subito al mercato azionario. Si, magari sarebbe opportuno che ogni tanto annuissi invece di starmene qui a fissarla con gli occhi da pesce lesso.
“Ti vedo bene oggi” - dice, squadrandomi da cima a fondo.
Cosa avrà voluto dire? Cioè sono io più piacevole alla vista o è lei che ha cambiato le lenti a contatto? Forse dovrei risponderle. Ma cosa? Un semplice “anche tu” oppure un più articolato “ti offrirei i miei occhi per darti la possibilità di vedere quanto sei bella”. Via, è passato il tempo tecnico per darle una risposta, sono stato lì con gli occhi sgranati ad ondeggiare la testa avanti ed indietro. Basta, adesso parlo, mi dichiaro. Sono stufo di stare fermo così, in bilico fra i miei sentimenti e la possibilità di un rifiuto. Dannazione! Se mi dirà di no me ne farò una ragione, altrimenti sarà il coronamento del mio sogno. Apro la bocca, le parole mi si smorzano in gola. Emetto solo un mugolio, il verso di un cane appena bastonato. Forza di volontà, ci vuole solo forza di volontà. La fermo, tirandola per un braccio. Siamo sul ponte più significativo per me, quel ponte sul quale ci siamo incrociati per anni, prima di conoscerci.
Dico, forse alzando un po' troppo la voce: “Mi piacerebbe stringerti forte, sentire il tuo odore sui miei vestiti. Tu inganni i miei sensi, sento caldo e freddo insieme, vedo la luce e il buio mischiarsi. Io t'amo, t'ho sempre amata di nascosto.”
Bene l'ho detto, adesso sembra che il tempo si sia dilatato e che il secondo intercorso fra la mia domanda e la sua risposta duri minuti, ore, giorni. Cosa dirà? “Non voglio più vederti” oppure “baciami idiota!”? Ora sta aprendo la bocca, la risposta è già stata elaborata, il cervello sta mandando le informazioni in giro per tutto il suo corpo, permettendo ad alcuni muscoli di contrarsi e ad altri di rilassarsi.
“Se è vero che mi ami, che faresti tutto per me, dimostralo, buttati da questo ponte e io ti amerò”.
Bene, ora so quello che devo fare. Se mi buttassi lei mi amerebbe, ma io morirei. Se non mi buttassi, certo non morirei, ma lei non mi amerebbe. Mi avvicino al cornicione, guardo giù. Mi giro lentamente verso di lei, la guardo. Voglio dosare bene le mie ultime parole. Eccole.
“Senti, potevi mica dirmi semplicemente: io no?”