L'incipit della settimana

ELABORATO TESTUALE DI TOT PAROLE: "L'antico vaso andava salvato"
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RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
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lunedì 16 maggio 2011

Il Profumo della magnolia

Neppure questa volta le andò bene...
“Claudia!! Sveglia Sono quasi le sei!”
Eh no decisamente non le era riuscito di farsi assorbire dal caldo piumone che pesante come il sonno la schiacciava sul materasso.
“Vorrei diventare una piuma e dormire per sempre! Al diavolo tutto!”
“Claudia! Mica vorrai fare tardi al lavoro!” ancora la mamma.
“Certo che vorrei!” Fu la laconica risposta.

Claudia, maestra d’elementari, 25 anni usci dal letto trascinandosi insieme ad un’esagerata voglia di dormire il suo piumone.

Poi doccia, ci voleva. Ma fai in fretta! Ok Fatto.
Poi cappuccino, potesse questo idillio di schiuma di latte durare per sempre, si ma fai in fretta! Bevuto.
Poi vestirsi, e se oggi me ne fregassi dell’etichetta e mettessi quella gonna decisamente anni ’80? Va bene, ma sbrigati! Fatto.
Poi in macchina, oh no! Ancora l’autoradio rotta! Dovevi portarla ad aggiustare ieri! Maledizione! Maledizione!

Accensione e via.

Niente musica ma pensieri passano per la testa di Claudia.

Niente canzoni che si rincorrono, ma molti dubbi.

Niente note che giocano, ma un’enormità di preoccupazioni.

Ascoltiamole.

A giugno mi scade il contratto…se a settembre sono ancora qua…forse se andassi altrove.. Che palle. Ho sonno. Non dovevo andare a letto alle 3 ieri. Minimo mi addormento e finisco contro un albero! Non posso fare un altro anno così! Perché non mi possono mettere un anno intero nella stessa scuola?! Eh no 4 scuole sui 4 angoli della provincia basta! Piuttosto a lavare i cessi in un ostello via da questo paese! Gelmini di m…!
Me ne devo andare via! Qui è il buco del culo del mondo!

E così via. Per tutti gli 87 km che separavano la sua casa dalla scuola in cui insegnava il lunedì e il venerdì per la bellezza di 6 ore totali a settimana.

Quella mattina arrivò addirittura in anticipo di 15 minuti e questo, sommato ad un lunghissimo elenco di cose, primo su tutti l’autoradio incriccata, la faceva incazzare non poco.

Poi come se nulla fosse, cominciò pure a piovere.
“Merda!” Disse battendo i pugni sul volante!
Si allungò cercando di prendere l’ombrello che era sui sedili posteriori.

In quel momento durante la contorsione da circo bulgaro notò un uomo di mezza età fuori dalla scuola che come lei aspettava che venissero aperti i cancelli dell’istituto.

“Scusi! Vuole salire in macchina?? Si sta inzuppando dalla testa ai piedi!”

L’uomo scatto veloce e si infilò nell’auto. Aveva addosso il grembiule nero da bidello.
Claudia non lo aveva mai visto prima.
“Grazie mille signorina!” Disse il signore.
“Ma si figuri! Eh si stava bagnando bene li fuori!”
“Eh già! Sarei dovuto uscire con l’ombrello!”Disse sorridendo.
“mi tolga una curiosità, lei lavora qui? Non l’ho mai vista!”
“si signorina io taglio l’erba.”
“ah…capisco.”
“Mi chiamo Berto”
Berto raccontò a Claudia di come avesse cominciato a fare il giardiniere a 12 anni, di quando vent’anni fa aveva cominciato a lavorare in quella scuola e dei suoi sogni…
“Sa signorina, tutti abbiamo dei sogni… io sogno di andare a curare le piante dei giardini più belli del mondo… sogno di potare cespugli al giardino di Versailles, di curare i prati ai piedi del Taj Mahal, di piantare rose nei giardini reali in Inghilterra! Sarebbe stupendo! Anche solo per un giorno!”

“Ci provi almeno no? Peggio di questo buco di scuola non può esserci! E vogliamo parlare di questa nazione? Governata da ladri, in cui tutto si basa su amoralità, favoritismi, sfruttamenti?!”

Il signor Berto, con gli occhi ancora lucidi di sogni, sorrise regalando uno di quei sorrisi di chi è avanti 10 passaggi logici.
Di chi sa che tu presto saprai quello che ora ignori.
Quei sorrisi che sono come treni che corrono da una grande città all’altra. E sfrecciano veloci tagliando in due le piccole stazioncine di quei paesini insignificanti. E tu li a guardare questi treni che di ora in ora come lame affilate e luccicanti ti sfilano davanti e ti chiedi quando mai uno si fermerà per te.

Berto indicò allora a Claudia una pianta dentro il giardino della scuola. Una magnolia, di media grandezza, che sotto la pioggia battente, sembrava brillare come l’oro.
“E’ stupenda.” Sussurrò Claudia. Lo pensava veramente. Maestosa, fiera e di una bellezza rara.
Come aveva fatto a non notarla?
Davvero non lo capiva. La pace che le trasmetteva… la sicurezza che emanava…le scaldavano il cuore. E il calore le si distribuiva per tutto il corpo fino alle punta delle dita e fino agli occhi, che a causa di quel mix di emozioni si erano velati di lacrime.

Si girò di nuovo verso il signor Berto che però era sparito.

Come anche la scuola e la pioggia.

Rimaneva solo la magnolia. E il suo profumo nell’aria.

“Claudia! Sveglia sono già passate le sei!”

Claudia, maestra d’elementari, 25 anni usci dal letto trascinandosi insieme ad un’esagerata voglia di dormire il suo piumone.

E nell’aria quel profumo, che mai prima di allora aveva sentito ma che nonostante ciò ora poteva riconoscere.

Il profumo della magnolia.

La grande commedia della creazione

Neppure questa volta gli andò bene, quella creatura non gli somigliava per niente. Quella che invece ora aveva davanti aveva un folto strato di pelo, una piccola protuberanza rosa che usciva da un foro in quella che decise essere la parte anteriore. Appena creato e già puzzava.

All'inizio non c'era nulla, il vuoto più assoluto. Si sentiva solo, aveva bisogno di compagnia. Così aveva iniziato a creare dapprima oggetti inanimati, subito dopo esseri viventi cercando di costruirsi un amico che potesse essere simile a lui, ma niente. Alcuni esseri volavano, altri strisciavano, molti si muovevano sulle zampe.

“Basta, ultimo tentativo, questa volta ce la farò!”, si disse con fare risoluto. Prese un cumulo di terra, e gli infuse la vita, poi, preso dalla passione artistica della creazione, prese un pezzo del primo e ne creò un secondo, un po' diverso ma non molto. Guardò a lungo la sua creazione.
“Ci rinuncio!” - disse - “Questo è il peggiore che mi sia mai riuscito, non solo è molto diverso da me, ma è anche il più fragile che io abbia mai creato”.

Inaspettatamente però quell'ultima creazione, che era la più ingegnosa e curiosa di tutte, dopo breve tempo prese padronanza di un linguaggio molto evoluto ed iniziò a costruirsi utensili per la caccia e per la difesa. Man mano che si evolveva e si riproduceva, trovava sempre più soluzioni ai problemi che lo affliggevano ed iniziava a dare un nome a tutte le cose, così da potersi riferire ad esse in un futuro. Era talmente incuriosito da tutto che si chiedeva addirittura chi fosse il suo creatore e se potesse un giorno conoscerlo. Il creatore ovviamente, per non far notare questi suoi errori, stava celato nell'ombra osservando tutto.
Spaventato com'era di poter essere scoperto, iniziò a creare confusione in quegli esseri, per rallentare la curiosità che li avrebbe sicuramente portati a lui. Ormai erano tantissimi. Fece raccontare al popolo boshongo dell'Africa centrale che esistesse un dio Bumpa, che, in preda al mal di stomaco, aveva vomitato il sole, la luna e le stelle. Agli arabi aveva fatto raccontare che un tale Allah aveva creato tutto, e gli diede un lungo libro da recitare cantando almeno cinque volte ogni giorno. Poi gli disse pure qualcosa riguardo ad un Maometto e ad una montagna. Lo scherzo più terribile però lo escogitò per gli europei, dalla carnagione chiara. A loro diede un libro, una fede strana e un'organizzazione che la gestisse, sanguinaria dapprima, manipolatrice poi.
Un gruppo di persone però non credette a nulla di questo cercando di trovare una spiegazione a tutto che non comprendesse la necessità di un dio. Il creatore rideva di loro, erano i più lontani di tutti dalla verità e non avevano avuto nemmeno bisogno di quelle strane storielle, essendo comunque i più confusi.

Mentre guardava quei piccoli esseri in battaglia, si compiaceva del fatto che difficilmente avrebbero mai trovato risposte. Disse: “Questa creazione mi stanca terribilmente, sono sette giorni che lavoro, ora mi riposo un po'”.

partita a risiko

Neppure questa volta gli andò bene.

Pausa! Gridò esausto rivolgendosi ai corpi seduti al tavolo, promise che sarebbe rientrato da li a poco. Il tempo di una sigaretta si aggira dai tre ai sette minuti, pensò, dipende dall'altezza del palato e dalla capienza dei polmoni,

“che avrò mai sbagliato questa volta? Prendevo l' America, altri due turni e ci sarei riuscito a prendere l'America, maledizione!”

Quella volta se la sarebbe ricordata sempre, a prescindere dallo scorrere dei calendari, ma a nessuno avrebbe narrato il suo fallimento, neanche alla compagna di segreti.

Ormai erano cinque anni che era l'esponente delle armate blu, era arrivato ad ottenere quel posto dopo lunghi esercizi di tecnica militare e caffeina nelle vene.

Lui, comandante blu, se la cavava, ma questa volta le scelte non erano state ben ponderate, “Avrei dovuto fargli credere un obiettivo più semplice, lasciargli l' Oceania fin dal principio. Maledetto figlio di puttana!”

Le armate nere guerrafondaie coloravano il tavolo in maniera predominante e aggressiva, i pochi carro armati blu stavano affogando nella macchia nera, precipitosamente.

Il comandante appoggiò le spalle al muro e trattenne il fumo dimenticandosi di rilasciarlo, preso com'era dal falò dei suoi pensieri.

Due anni di fila che ci si trovava nella stessa situazione, su un totale di cinque anni di rito bellico.

Come sempre le armate gialle, verdi e viola in poche ore fuoriuscivano dai calcoli geopolitici, e in battaglia rimanevano gli avversari storici: il blu versus il nero. Il buono e il cattivo, Abele e Caino, il più e il meno, il razionale e l'irrazionale, il paradiso l'inferno, freddo caldo, dolore e gioia.. etc.Il comandane buono tornò al tavolo con la speranza di sollevare il pianeta in estremo,

“ gli proporrò un armistizio, un trattato di pace, un accordo di non belligeranza, qualcosa accetterà quella stramaledetta canaglia!”

Appoggiò lo sguardo sulla cartina nera petrolio, poi lo rialzò e incontrò il ghigno degli occhi del comandante nero.

“Stramaledetta canaglia! “ Imprecò nuovamente il comandante blu. Era allo stremo delle sue forze, la battaglia era stata lunghissima, più di nove ore di palpitazioni cardiache ad ogni lancio del dado, gli occhi iniziavano a bruciare e cosi era costretto a sbattere le ciglia continuamente.

Bilancio: Asia nera, Oceania nera, Africa nera, sud America nero, Europa blu e America del nord contesa. Le file degli eserciti blu invocavano rinforzi che non arrivavano, tremavano allo scivolare del dado sul tavolo. Sei nero, due blu; quattro nero, cinque blu. Eliminazione di un carro armato a testa. L'indice del comandante nero scaraventò un soldato blu in un angolo della stanza, assieme agli altri feriti di guerra.

Ius ad bellum, il diritto alla guerra, era nel pieno del suo esercizio.

Finale numero 1:

il nero diventa buono, si ritira dal gioco e il mondo vive felice e contento.

Finale numero 2:

il nero rimane cattivo, ma il buono sfodera l'asso nella manica, e riconquista il mondo.

Finale numero 3:

il nero rimane cattivo, il buono rimane buono. Nessun asso nella manica, il cattivo vince.

Finale numero 4:

il buono e il cattivo si sposano e se ne vanno in viaggio di nozze fregandosene del mondo.

Finale numero 5:

in realtà la storia tratta di una partita di risiko tra due ragazzi in fase tardo adolescenziale, dunque nessun buono nessun cattivo, solo ius in bellum simulato.

Finale numero 6:

cancellare questa miseria di racconto e salvare un minimo di dignità.

mercoledì 11 maggio 2011

cioccolata calda

Odio fare il cambio degli armadi, metti via i cappotti quando c'è troppo caldo anche solo per tenerli in mano e nel tirare fuori i pantaloncini corti ti viene l'ansia perché non sai quando troverai il tempo per usarli. Poi nel sistemarli metti la mano in una tasca e trovi un cioccolatino sciolto e prima di poterti arrabbiare parte il ricordo:
Era un tram di quelli tipici da foto in bianco e nero anni '40.
Uno di quelli che ti immagini sfuocato dietro a due bambini col bastone e il cerchio o con un uomo ben vestito che aspetta alla sua fermata vicino ad un lampione sfuocato e freddo. Ti sembra di poter vedere ancora i gradini rigati usati per scrollare la neve dalle scarpe e per un attimo pensi a quanti cappotti inumiditi dalla nebbia si possano essere sfregati tra di loro nelle fredde mattine invernali.
Le vetrate sono opache e sporche ai bordi, con le finestre di legno chiaro e le sedie lungo il fianco, per metà rivolte verso lo stesso lato e per metà verso il centro. Questo aspetto lo ricordo particolarmente bene perchè mi sono sempre chiesto se sia meglio sentirsi completamente vuoti e liberi rischiando di dover incrociare lo sguardo dell'altro, o sentirsi protetti sedendosi in stile pulman potendo però guardare solo i capelli di quello davanti.
Se ti sporgevi un po' per guardare sotto le panche potevi vedere fogli di giornale, polvere e terra e potevi immaginarteli saltellare rapidi e disordinati al proseguire del viaggio. Il profumo non si sentiva più bene, o meglio non si sapeva riconoscere con precisione. Forse in passato qualche anziana signora doveva essersi accorta di aver rotto la sua boccetta da borsa perchè ancora adesso si sentiva un lontano sapore di glicine e naftalina, ma dovevi impegnarti molto per isolarlo da quello di erba e pioggia. Da fuori potevi vedere che il suo numero doveva essere il 32 ma non si poteva più riconoscere quale fosse il luogo di destinazione.
Era così semplice e classico nel suo modo di presentarsi che non ti pareva possibile che potesse contenere un momento così particolare. Anche adesso mentre sto scrivendo io stesso me lo immagino lento e fragile che prosegue goffamente lungo un viale di Milano o Torino inoltrandosi nella nebbia mattutina.
E invece era lì, solo e inspiegabilmente abbandonato in mezzo ad un enorme campo di papaveri a scintillare sotto il sole di metà luglio.

Passeggiavo da solo lungo la strada di campagna con la maglietta in mano e i pantaloni corti e anche se il sole batteva forte sulle mie braccia e l'aria calda mi spingeva a riposarmi un paio d'ore non potei evitare di fermarmi ad osservarlo da lontano, per poi decidere di inoltrarmi in mezzo ai fiori e alle spighe per capire cosa fosse davvero. Da prima camminai lento e in parte spaventato, poi iniziai ad accelerare e a correre verso di lui con il sudore che mi appannava la vista e il riflesso che muoveva tutto come se fosse dentro ad una bottiglia di vetro piena d'acqua. Quando arrivai davanti mi fermai un secondo e vidi una persona dentro. Stavo per scappare ma quell'immagine non era spaventosa, anzi era immobile e tranquilla e decisi di avvicinarmi, misi dentro la testa la vidi. Era lì, piccola, magra e vestita con un abito a fiori lungo fino a metà gamba con una camicetta bianca dalle maniche a sbuffo. Anziana. In testa aveva un cappellino di quelli piatti con un fiorellino di lato e si appoggiava elegante e dritta sul suo ombrellino di pizzo ormai ingiallito dal tempo. Lei mi vide ma non si spaventò, cercai di dimostrarle lo stesso e avvicinandomi le chiesi: “Signora tutto bene? Posso aiutarla? Cosa ci fa qui dentro con tutto questo caldo?” Lei si girò e con aria educata e gentile mi disse, “Certo giovanotto, tutto bene, sto solo aspettando la mia fermata, sa per caso quanto manca a via San Paolo?” Io rimasi completamente sbigottito, non sapevo cosa dire, era tutto così assurdo da non sembrare minimamente reale. Mi avvicinai ancora un po' e balbettando le dissi “Si-signora ma...io non so neppure come sia possibile..so solo che al momento ci troviamo in mezzo ad un campo, dentro ad un tram e non ci stiamo muovendo...dove deve andare? È sola? Dove abita? Credo di star impazzendo…” Lei sorrise e mi disse, “Eh eh quante domande, mia mamma mi ha sempre messo all'erta dalle persone incontrate sul tram, e mi ha sempre detto di non parlaci...ma il mio piccolo cagnolino qui è stanco,vede? Non posso rischiare di sbagliare fermata e farlo camminare! Allora sa dirmi se ci sono altre fermate prima della nostra? Scende anche lei lì? Sa aiutarmi?” Io ero ancora più confuso, osservai tutti i posti vicini e non vidi nessun cane, mi sedetti di fronte a lei e le risposi semplicemente di no…poi mi misi la testa tra le mani, chiusi gli occhi e senza sapere bene a cosa provai a pensare. Qui lei si alzò, mi appoggiò qualcosa sulla gamba e mi disse: “Tenga giovanotto, in effetti sono io che dovrei chiederle come sta, la vedo un po' giù! Sono la figlia del cioccolatiere di via San Paolo, la conosce? Mangi quanto cioccolatino e si tiri un po' su, quando arriveremo poi gliene darò altri!” Lo presi in mano, guardai la carta marroncina con le rifiniture oro e lessi la scritta “Antica Cioccolateria Pisi”. Per un attimo mi sentii di nuovo in quel viale anni ‘40, vidi i cappotti lunghi dei signori eleganti ricoperti di piccole goccioline di pioggia, nonostante il caldo infernale mi parve di sentire lo spiffero entrare dal finestrino socchiuso e l'odore del muschio cresciuto tra i sedili si trasformò in neve e fango. Riuscii quasi a sentire freddo e a desiderare di entrare in quella Cioccolateria e scaldarmi le mani attorno ad una tazza.
I pensieri si stavano adeguando all'assurdità della situazione quando ci fù un suono che mi riportò dov'ero. Qualcuno gridava nel campo e poco dopo potei riconoscere le parole “Signora Pisi? Signora Pisi dov'è finita??”
Neppure il tempo di uscire a guardare e entrarono due uomini sudati con una divisa da verde addosso, “Signora Pisi ancora qui? L'abbiamo cercata per tutto il campo, guardi che è arrivata, è questa la sua fermata!” Lei si girò sorridendo: “Siamo già in via San Paolo? Oh che bello non si arrivava più oggi, datemi una mano a scendere ragazzi, e attenti al mio cagnolino!” Vidi i due ragazzi prenderla per un braccio, uno da una parte e uno dall'altra, poi uno dei due si girò verso di me e mi disse “E lei? Cosa ci fai qui? Si sei perso? Guardi che è proprietà privata dell'ospedale” Indicò verso destra.. mi girai, vidi l'edificio in fondo al campo e quasi deluso dalla spiegazione capii. Chiesi scusa e me ne andai confuso, più dal pensiero di aver creduto di poter diventare pazzo che dal caldo e dalla situazione. Ripresi a camminare ma non prima che lei si girasse dicendomi: “Riprenditi ragazzo e vieni a trovarci in Cioccolateria!”. Mi regalo’ un sorriso, i due ragazzi alzarono gli occhi al cielo ed io scusandomi ritornai sulla mia strada, misi il cioccolatino in tasca e lì lo dimenticai...

martedì 10 maggio 2011

Ci sono altre fermate prima della nostra?

Il sottoscritto racconto è frutto di collaborazioni che potrebbero rivelarsi amorose, nonchè da quattro mani e quattro alluci, che fanno capo a g. e a giulinoccioline.


-Partito.-.

Lui era partito. Ora aveva l’ufficializzazione confermativa della tecnologia di un messaggio di testo. Alla fine in una maniera o nell’altra sarebbe arrivato da Ella. Lui aveva aspettato il resoconto di mezzora vitale composta da chiacchiere e servigi di complicità: Paolo era il fiducioso e il fidato, l’ospitante di mondi non rappresentati di baldracche svestite su cubi irrequieti, ma di gentilezze nascoste e di umanità troppo spesso taciute. Paolo tifava Genoa ma andava a Milano dalla figlia Celìn, nata in incontri marocchini, figlia di non riconosciuti amori. Lui era contento. Era contento di lui stesso e di Paolo. Era salito in sella all’incognito alla volta dell’indefinito che aveva, almeno per quella volta, il nome di Ella. Lui era partito tra sorrisi di semplicità e stupore: lui aveva la naturalità di andarsene.

E di venire.

Bip- Bip. -Partito.- .

Il messaggio. Oddio..l’ha fatto davvero. Ho sonno. Tanta, forse troppa luce nella stanza. Ok. Un’oretta ancora e poi mi sveglio e provo a contattare il Paja.

Più informazioni uguale più tranquillità.

Per certo i suv non appartenevano alle preferenze dei mezzi motorizzati. Ma lui mai odiò i suv come in quel momento. Suv. Suv. Suv. Difendetevi dietro a quei maledetti finestrini neri! Comprate la sicurezza a suon di moneta! Incoraggiate l’insicurezza a furia di privatizzazione di anime! Perché negate il contatto? Perché? Perché? Perché il rifiuto della umanità?

E perché tutti poi in tangenziale ovest? Perché nessuno per Genova? Genova è bella! A Genova c’è il porto, il mare, l’acquario! Che cazzo c’è lungo la tangenziale ovest? Nebbie primaverili?

Lui ormai era privo; privo di spinte della fortuna, assente e aspettante di camion luminosi. Ma dov’erano questi camion? La meta di lui era palesemente offuscata, convito che se avesse varcato ciò avrebbe oltrepassato il punto di non ritorno.

Ma in questa enfatizzazione dell’oscuro, Ella dov’era? Era in fuga con camion rapiti? Ella era nascosta dentro quei miserevoli suv? In realtà lui era in preda a tentativi maldestri di ricongiungimento. Ella, giustamente, dovrà ancora tornare a casa.

Beh.. ormai dovrebbe essere già alla frontiera. Cazzo! E’ ancora a Milano!..lo sapevo che era una cazzata. Sua madre mi uccide...

...cinque ore. Ma dove sarà?

Ok. Calma. Aveva detto che si sarebbe fatto sentire arrivato al confine.

Sono le sette: in Spagna ci sarà il fuso orario? Dio che ansia...ok. Gli scrivo.

Non posso credere che sia ancora a Milano. Dodici ore: Dio non arriverà più. Ok. Ok. Ok. Calma. Ella calmati. Ragiona. E’ meglio che torni. Rischiare per nulla...e se succedesse qualcosa? Dio. Sembro mia madre!

Ahhhh basta!

Devo uscire.

A passi singhiozzanti lui avanzava. E si fermava.

Ora era in grotteschi luna park creati e ritoccati per adempiere all’esigenze represse di troppo-onesti camionisti: il paesaggio era un centro commerciale di puttane, pugni alcolici, droghe pesanti e goldoni andati a male. Lui era di fronte alla scomparsa della naturalità, spettatore del bilinguismo uomo-bestia, testimone della sempre eterna negazione dell’individuo a favore del gruppo. Lui decise che si sarebbe assentato. Avrebbe applicato una terapia all’incontrario dove il dominio era conquistato dall’assenza di movimenti superflui.

Dopotutto, il consiglio che veniva dall’84, “Al momento non si può far altro che estendere a poco a poco lo spazio dell’integrità mentale”.

Nel cuore della notte. Luogo di camionisti. Puttane. Luogo dei divertimenti.

Oddio, ci manca solo che per la disperazione vada con una prostituta!

Ok. Ella. E’ lui: non andrebbe mai con una troia. Domani guardo un treno bus aereo per andargli incontro. Questo pensiero lo consolerà.

Cazzo, io sono qui nel mio pietra letto. Mi sento impotente ..chissà come starà. Certo è una pazzia; ma io non sarei mai disposta a commetterla. Dove inizia il confine tra pazzia e coraggio? Ok. Sono le quattro. Ricomincia a dormire. Domani andrà meglio. La fortuna dovrà girare.

Okei. Lui aveva capito che il tempo è privo della dominazione; che la fretta dell’arrivo può diventare disperazione. Aveva capito che l’autopista è differente dall’autovia; che gl’italiani, spagnoli, francesi e portoghesi odiano i polacchi, i servi e i rumeni; che i polacchi e i serbi odiano i rumeni; che i rumeni odiano parte di loro stessi rumeni. Aveva capito che solo i camion con il carico frigo erano esenti da restrizioni giornaliere o settimanali di ore e tratte di percorrenza. Aveva capito che l’immobilismo non è uno stato lirico. Lui aveva capito che, in quel caso, l’autostop poteva diventare autobus.

Sonno. Telefono. Oddio è lui. Cosa? Come? Chiamata troppo veloce. Voce debole e poi speranze. Stanchezza. Ma chi cazzo gliel’ha fatto fare. Porca troia. Ok. Ella. Subito! Alzati! Colazione e computer. No no no...sono le otto. Ancora un’ oretta e poi..

Zaragoza Madrid Lisboa: 50 euro. Ore 14.54. Coincidenze che forse non ci sono. Dalla cartina non sembra tanto distante. Cazzo mi sento un hacker! Mappe kilometri metri e percorsi. Quando si dice che il computer aiuta...

Bip-Bip.

Il messaggio arriva. Ma solo a metà. Lui dice: “Ok. Stiamo calmi.”

E poi? E poi che cosa? Perché dobbiamo stare calmi? Che succede? Ok, Ella. Pazienza . Adesso arriverà anche la seconda parte.

Dio! L’ha preso! Ha preso quel fottuto bus. Devo solo scoprire il nome del buon uomo che ha inseguito l’autobus e inviargli un cesto di fiori. No. Ok. Un grazie molto sentito telepatico basterà. In fondo son ancora una studentessa!

Ora posso stare tranquilla. A meno che il bus non venga rapinato o assaltato..ma per fortuna non siamo nel sud America. Posso rilassarmi. Congiuntivite di merda! Proprio questa settimana! 6.30 domani. Domani.

Domani.

Che ansia nuova, differente, quasi piacevole. Migliore sicuramente.

E sorriso. Ebete.

Lui entra nella meta. Il destino è parte del campo del tangibile.

Ella sogna un incontro dettato dall’incongruenza del sogno.

La bocca dell’infante s’accinge al capezzolo di una madre per troppo tempo svogliata.

Ella scende le scale e pensa che non sarebbe stata abbastanza bella. Ma poi pensa che sono le sette del mattino e lui non si lavava da tre giorni.

Lui trova il profumo di brioches bagnate da albe quanto mai immediate.

Lui trova Ella.

Ella incontra lui.

La fermata era la nostra. Con la domanda:

“Scusa dov’hai parcheggiato il camion?”

Il pulmino

"Ci sono altre fermate prima della nostra?"

Tutti lo fissavano. A nessuno era piaciuta quella frase, magari era di cattivo gusto certo,
ma era sicuro di riuscire a strappare almeno un sorriso. Solo un tizio vestito tutto di blu rise, ma purtroppo lui non contava.

Non sarebbe stato facile, almeno non all'inizio; farsi degli amici non era mai stato il suo forte, a scuola era sempre in disparte, così pure al campeggio estivo; questa volta, però, sarebbe stato diverso, ne aveva bisogno, otretutto il soggiorno sarebbe stato molto più lungo di quelli a cui era abituato e, stare tutto il tempo da solo, non lo avrebbe certo aiutato.

Aveva pensato di rompere il ghiaccio con una battuta, lo aveva visto fare in un film, ma ovviamente non funzionò, se non per attirare su di sè una serie di sguardi poco amichevoli; quelle facce gli dicevano che il giorno dopo avrebbe dovuto aspettarsi un bello scherzetto per quella frase, ma scelse di non pensarci.

Decise allora di guardare fuori, ma il paesaggio era monotono tanto quanto all'interno, pensò infatti che non ci fosse molta fantasia in tutte quelle tute arancioni; pensò anche che, fino al giorno prima, non credeva nemmeno che si usassero davvero nelle prigioni.

lunedì 9 maggio 2011

Nessuna fermata

Ci sono altre fermate prima della nostra? John non rispose al giovane ragazzo che stava sdraiato lì di fianco a lui in quel vagone vuoto e rumoroso preceduto da tonnellate di carbone e legna. Pochi istanti dopo il giovane parlò di nuovo: ci sono altre fermate prima della nostra?..nessuna risposta, alzò lo sguardo e quando vide che era rimasto solo sorrise e appoggiò di nuovo la testa sulla sua sacca.

John sapeva stare da solo, sapeva osservare, sapeva ogni giorno il momento in cui il sole sarebbe sorto e tramontato, sapeva cogliere gli odori, gli odori del tabacco, gli odori delle pannocchie, gli odori degli animali delle fattorie, John sapeva ascoltare, riconosceva il rumore dei martelli, il gorgoglio del ferro fuso, il ticchettio delle macchine da scrivere, lo scoppiettare delle marmitte.

John piaceva alla gente, i capelli lunghi e trasandati, le mani grandi e callose e quei piccoli occhi azzurri e infossati che non si chiudevano mai ma che rispecchiavano il suo animo semplice deciso e rispettoso.

John non aveva una casa in città, neppure una capanna, una tenda, le uniche cose che possedeva erano una coperta, una piccola pentolina di rame, un quadernino di carta gialla una matita e una piccola armonica.

Aveva sempre imparato ad arrangiarsi, non per necessità o scelta, ma per natura, sapeva come lavorare il legno, sapeva come tagliare la pietra, sapeva come sistemare un motore, sapeva come inchiodare a terra i binari di un treno, sapeva il modo migliore per cogliere il grano, sapeva scrivere, cantare e parlare diverse lingue.

John era innamorato, era innamorato della vita, era innamorato del movimento, passava giorni e giorni sui vagoni del treno a guardare i campi e poi le montagne, i laghi i fiumi, il deserto le città, poi con un balzo scendeva e iniziava così a mescolarsi nella molteplicità, imparava ad accogliere e ad accettare tutto ciò che la terra gli dava, era disposto a lavorare per qualche centesimo all’ ora in qualsiasi posto in qualsiasi modo con qualsiasi gente.

John conosceva molte persone, persone che l’ avevano aiutato, che l’ avevano giudicato, persone che si erano innamorate di lui, persone che comunque non lo vedranno mai più, John infatti aveva un'unica regola nella sua vita: non tornare mai nello stesso posto. Il suo quadernino giallo era soltanto una lista di nomi di luoghi e di persone con una x sopra, sapeva che la terra girava e che le stelle erano molte di più di quelle che il cielo ci mostra, non si sarebbe mai fermato.

Nessuno sapeva la vera età di John, nessuno sapeva dove era nato e nessuno sapeva da che posto era arrivato, era un atomo in movimento, una parte attiva della vita, non era un egoista e neppure un mendicante o un vagabondo, un drogato o un ubriacone, era soltanto un uomo senza tempo.

Era questo il modo in cui John ringraziava la vita, senza accorgersene quando scompariva nei vagoni dei treni merci, lasciava dietro di sè una speranza un sogno un desiderio un ricordo, un sorriso sul volto della gente.

Non sapeva contare e la sua forza e serenità stava proprio in questo, viveva di ciò che imparava, viveva al massimo ogni cosa che faceva, era un sognatore, si un sognatore ma del presente.