L'incipit della settimana

ELABORATO TESTUALE DI TOT PAROLE: "L'antico vaso andava salvato"
STRINGA AUDIOVISUALE DIGITALE PROVENIENTE DA QUALCHE SERVER: "Youtube"
RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
Ctrl+c, Ctrl+v, STAMP-E-PORT-LE-FOGL:"Glutammati sto sodio"

lunedì 9 maggio 2011

Il viaggiatore solitario

“Ci sono altre fermate prima della nostra?” aveva chiesto al ragazzo seduto di fianco a lui. Distanza 135km, destinazione Lisbona. “Credo non più di quattro” aveva risposto il ragazzo, ma lui già non ascoltava più. Si sentiva già arrivato. Guardava il veloce scorrere del paesaggio, fuori dal finestrino di quel vecchio treno arrugginito che lo stava conducendo a casa. Juan ripensava agli ultimi giorni che aveva passato in viaggio, dall'ormai lontana Verona.

Si era svegliato presto, aveva preparato uno zaino rosso con un blocco per gli appunti, un sacco a pelo e alcuni vestiti per ogni condizione climatica. Dopo un caffè e una brioche al bar si era recato al supermercato dove aveva comprato alcuni viveri per il viaggio, totale: 8 euro e 43 centesimi. Era poi entrato in autostrada, fermandosi in un area di servizio, aveva ringraziato l'amico che ce lo aveva portato ed era rimasto lì. Scrisse sul suo blocco: “Giovedì 5 Maggio 2011 ore 10.59. Distanza 2300km, destinazione Lisbona.”

Juan, barba molto pronunciata, lunghi capelli ricci raccolti in un'unica ciocca, tuta da ginnastica, zaino rosso sulle spalle, poco più di cento euro nelle tasche. Era molto speranzoso così aveva iniziato a chiedere ad alcuni passanti se qualcuno era in direzione Milano o Torino, ricevendo i primi rifiuti. Chi avrebbe mai fatto salire sul suo camion uno sconosciuto così? Poi, finalmente, un gentile camionista lo fece salire e da lì iniziò il suo viaggio.

PASSAGGIO 1: Giorgio

Giorgio era un camionista del settore caseario che viaggiava da Verona a Milano tutti i giorni, a volte anche per più volte al giorno. Passava tutto il giorno sul camion ma fortunatamente di notte poteva dormire a casa sua. Cominciò a dare consigli a Juan.

“Avresti dovuto tagliare la barba” gli disse.
“Perché?” domandò sorpreso Juan.
“Perché molti non si fideranno di una persona dall'aspetto trasandato!”
“Ma io ho appena finito un master a Verona!” rispose Juan
“Purtroppo però questo non si vede” disse Giorgio

Arrivato a Milano salutò e ringraziò Giorgio che lo lasciò in un'altra area di servizio, dove altre persone si rifiutarono di dargli un passaggio. Si avvicinava ormai la notte, appuntò le esperienze della giornata e si infilò nel sacco a pelo. “Distanza 2100km, destinazione Lisbona”. Trovò una sistemazione nell'erba.
La mattina successiva dopo molti altri rifiuti, un camionista mandò un messaggio con la sua ricetrasmittente trovando Kevin, l'autista di un furgone adibito al trasporto di medicinali.

PASSAGGIO 2: Kevin

Kevin era un ragazzo simpatico, giovane. Doveva viaggiare tutto il giorno fino alla dogana spagnola per consegnare dei medicinali urgenti. Chiacchierarono a lungo, Juan dormì anche un po', fino a trovarsi in terra spagnola. Kevin gli disse: “Qui a San Sebastian, stai attento che la polizia ti ferma molto più spesso se hai l'aspetto trasandato.”

Non l'avesse mai detto! Nell'arco di mezz'ora Juan si ritrovò dapprima controllato più volte, poi addirittura perquisito. La solita solfa, conciato così sembrava più un terrorista che un dottore in ingegneria. “Distanza 1000km, destinazione Lisbona”. Dormì di nuovo per strada.

Trovò infine il terzo e ultimo passaggio.

PASSAGGIO 3: Josè

Josè era un commerciante di armi da fuoco diretto verso Salamanca, nella quale avrebbe concluso un grosso affare per una ditta di vigilantes. A Juan ormai mancavano le forze, si sentiva quasi svenire. Josè, tra le altre cose, gli sembrava un pazzo fanatico e aveva paura che al primo cenno di dissenso non avrebbe avuto problemi ad ucciderlo e buttarlo in un fiume.
Arrivato a Salamanca era ormai troppo esausto per chiedere un altro passaggio. Raggruppò una manciata di banconote in una mano e si diresse verso una stazione. Lì disse: “Un biglietto per Lisbona” e il viso gli si illuminò. Era da talmente tanto tempo in viaggio che parlare della destinazione lo metteva di buon umore. Sul blocchetto lo scrisse subito: “Distanza 470km, destinazione Lisbona.”

Sul treno fece la conoscenza di alcuni ragazzi, con uno di loro, Rocco, Juan parlava chiedendo informazioni sulla velocità di percorrenza del treno, sulla distanza e sulle fermate. Appuntava il tutto diligentemente sul suo blocco per gli appunti, ormai colmo di annotazioni.

Ad un tratto una voce sul treno si fece molto forte. “Signore, mi scusi! Signore!”. A quel punto Juan aprì gli occhi. Si trovava su un Boing 747, Business Class, Alitalia. Guardò il blocco degli appunti che teneva sulle gambe, vuoto. “Signore, si è addormentato. Siamo arrivati a Lisbona.”
Juan, barba molto pronunciata, lunghi capelli ricci raccolti in un'unica ciocca, tuta da ginnastica.

Nessuno si cura di come appari se hai i soldi per pagarti questo rispetto.

Visionario per alcuni, sognatore per altri

“Ci sono altre fermate prima della nostra?”
“No è la prossima…in effetti e meglio se ci avviciniamo all’uscita…”
“era ora!.. questo viaggio non finiva più”
Il professor B. falsamente assorto nella lettura delle “Lettere di Abelardo ed Eloisa” Ascoltava divertito i due ragazzi che annoiati si accingevano a lasciare lo scompartimento del treno.
“Siamo in arrivo alla stazione di T.” urlava, anzi meglio, gracchiava il vecchio autoparlante!
“alleluja!” Uno dei due ragazzi in risposta all’antico megafono.

Il professore si ritrovò solo nello scomparto. “Forse ora mi metterò a leggere veramente un poco di libro” pensò mentre fuori la giornata volgeva al termine.

Il treno si fermò, cigolio di porte che si aprono, rumore di gente che scende, rumore di gente che sale, cigolio di porte che si chiudono, un forte sbuffo dai freni del treno ed ecco che la stazione scivola via mentre il treno riprende il suo cammino.

“Scusi è libero?” una voce di ragazza interruppe la lettura del professor B. che era in realtà cominciata da poche righe.
“Certo prego accomodati!”

“che corsa! Sa stavo per perdere il treno!” aggiunse la giovane donna.
“oddio ma lei sta leggendo! Scusi se l’ho disturbata!”
“non preoccuparti! Anzi ci terrei a presentarmi! Sai condivideremo un viaggio! Saremo compagni! Non trovi sia una cosa stupenda?”
Tese una mano alla quantomeno stupita ragazza: “sono il professor B., insegno all’università di G. vivo a T.”
“piacere mio , C. lavoro a T. ma vivo a F.”
Rispose divertita C. che trovava sempre più stimolante la compagnia del professor B.
“ma chiedo scusa professore…se lei insegna a G. ma vive a T., come mai non e sceso dove io son salita? Non è forse diretto a casa? Se la mia domanda non le reca disturbo!”
“son felice che tu me lo chieda! Io sto andando…da nessuna parte.”
“prego?”
“si da nessuna parte!Mi stai dicendo che non ci sei mai stata?”
“come posso esserci stata da nessuna parte?” rispose ponendo una questione la ragazza.
“ E’ quel posto in cui ci vai ma non ci sei.Dovresti andarci un giorno.”
Disse il professore mettendo in scena la classica mimica di colui che si rilassa portando con ampie circonduzioni le mani dietro la nuca intrecciando sul finire delle due circonferenze otto dita su dieci.

“E tu signorina C.? dove stai andando?
“Io? Beh semplicemente vada a M.”
“Capisco. Buon per te!”
Disse il professore.
“le dispiace se tiro la tendina le luci di fuori mi danno un po’ fastidio e vorrei dormire…è stata una dura giornata al lavoro oggi…sempre se non le da fastidio divedere lo scompartimento con una dormigliona!”Chiese la giovane donna.
“no fai pure!” mentì sorridendo il professor B. Che tornò alle lettura del suo libro.

La ragazza prese sonno in un attimo…il professore guardò il suo orologio (che credetemi, non aveva lancette ne numeri! Cari lettori), prese la sua vecchia borsa di pelle, ci mise il suo libro (senza curarsi di tenere il segno) e si alzò. Silenziosamente scivolò fuori dallo scompartimento e si infilò in quello subito successivo, totalmente libero.
Prese posto vicino al finestrino e rimase a fissare il mondo che veloce scorreva al di là del vetro. Sorrise, nuovamente, e per un attimo si concentro sulla sua immagine riflessa, occhiali, pelle leggermente abbronzata e capelli bianchi. Poi tornò sull’esterno gustandosi il suo viaggio.

domenica 8 maggio 2011

Grande Storia di Questo Istante

"Ci sono altre fermate prima della nostra?" Chiedo al poliziotto con cui condivido un'estremità delle manette.
"Si, ragazzo, la nostra è il capolinea."

Ah. Meno male. Posso continuare. Posso proseguire la mia analisi allucinogena dei corpi animati e inanimati che mi circondano in questo autobus meravigliosamente ordinario.
Osservare.
Ascoltare.
Sfiorare.
Annusare.
Unire tutte le sensazioni nella Grande Storia di Questo Istante.
Immaginare.
Colorare ciò che è grigio.
Prendere le informazioni che riceve la mia materia grigia e con una rapida manovra mentale azionare il mio caleidoscopio interiore.
Girare-svuotare-stravolgere-capovolgere-aggiungere-togliere-rimettere...
obiettivo: nutrire la mia memoria.
Ingrassare l'archivio universale delle fotografie mai scattate.
Voglio collezionare immagini. Vere o false, non importa.
Bello...posso continuare ad incollare le foto della Grande Storia di Questo Istante sull'album che voglio portare con me al capolinea. Mi è sempre piaciuto avere degli album da sfogliare e riguardare le immagini del passato è il mio antidoto ai momenti difficili.

Ora sto dando un volto al marito defunto della donna asiatica con i gambaletti bianchi e le occhiaie da vedova. Lui aveva gli occhi neri come il buio siderale, ma forse erano diventati così per proteggersi da anni di neon della fabbrica. Forse un tempo avevano delle splendide pagliuzze verde-oro intorno alla pupilla.

Ops! Ho appena sfiorato involontariamente la manica della giacca di pelle dell'assassino che è in piedi accanto a me. Non se n'è accorto, ha lo sguardo fisso nel vuoto del finestrino opaco. So di per certo che è un assassino e lo vedo mentre piange convulsamente sotto la doccia, la mente distante anni luce dal corpo virile e muscoloso.

Un movimento in fondo all'autobus.
Degli occhi infossati roteano di 90° verso destra e lambiscono per un istante il mio sguardo avido di frammenti di vita. Sono occhi che ho già visto e gli zigomi scarni me lo confermano. Tu, chiunque tu sia, guardami ancora per un attimo. Ci sono visi che hanno lo stesso fascino della morte. Ora ho un bisogno vitale di nutrirmi di questo flusso invisibile.
Lo so, hai solo vent'anni, ma io ti vedo, trent'anni fa eri in una Londra punk e cantavi piano, ripetutamente, con voce aspra: "Vai dritto all'inferno...", proprio ai tempi in cui nel silenzio raccolto delle scuole deobande si formavano i nemici di un' umanità sempre più spaventata da sè stessa.

E poi queste gambe. Tra pochi istanti lei le userà per raggiungere l'aula in cui prenderà appunti di biologia molecolare, ma io le vedo, io lo so. Queste gambe ora fasciate nei jeans hanno emozionato e turbato per anni la sua compagna di banco, che le sfiorava apparentemente in modo distratto nel chinarsi per raccogliere la gomma, provocandole un leggero tremito. Quelle gambe, quante volte le ha sognate, desiderate, accarezzate virtualmente, prima di poterci dormire accanto.
Un sorriso quasi impercettibile. Di certo il suo pensiero è andato al bacio lieve che si è adagiato sulla sua caviglia sinistra prima di scivolare fuori dal letto, questa mattina.

"Signori, si scende!"
Capolinea.
Ritorno nel mondo reale e vedo le porte dell'autobus che si aprono come un sipario su una palazzina austera senza fiori nè davanzali.
"Casa circondariale" annuncia la scritta accanto al cancello.
Ho il mio album.
Sono pronto.

martedì 3 maggio 2011

L'Addio

Il corteo puzzava di starnuto di cavallo che puzza di fieno vecchio. Anche di sudore e di cimici schiacciate. Ma lo starnuto copriva tutto. “I cortei hanno sempre quest’odore” disse Auguste, e tu annuisti distratta. Eri attratta dal movimento del corteo. Gli ondeggiamenti di quei corpi ammucchiati, i colori annullati nel guazzabuglio di luci e ombre, il riverbero di voci e lamenti in echi incomprensibili: stavi ricordando le processioni religiose nel sud Italia e nell’Andalusia, e anche in Svezia, vicino a Goteborg avevi costeggiato per qualche chilometro una scia di pover’uomini che procedevano lenti nel fulgore bianco della neve, flagellandosi l’un l’altro e chiedendo a gran voce il perdono dei peccati. Non vennero mai perdonati, pensasti ora, davanti agli stessi uomini, centinaia d’anni più vecchi. Auguste ti strinse la vita in un abbraccio che ti parve svogliato. “Perché camminano, ora?” domandasti sotto voce. Dimenticasti la risposta subito dopo averla udita: per il lavoro, per la peste, per pellegrinaggio, per divertimento. Cosa importava? A te non cambiava niente e guardando giù dalla tua collina il nodo alla gola si faceva sempre più stringente: perché, perché? E avresti aggiunto ai tuoi pensieri il – perché mi hai abbandonato – ma ti parve inopportuno e, chissà come mai, arrossisti leggermente. Auguste se ne accorse ma non disse una parola. Non aveva mai voglia di parlare, solo monosillabi, qualche bacio e poi abbracci di varia intensità e durata. Allora pensasti agli uomini che ricordavi, li ricorderò per qualche motivo!, suonava cosi il tuo ragionamento. Si, li ricordavi perché erano belli, intelligenti, interessanti: questo era così buffo e tenero, invece quest’altro ti piaceva perché ti trattava male ma sapeva essere anche dolce. Poi provasti a immaginarli tutti insieme, come in un corteo, e sentisti pungere nelle tue narici la puzza di starnuto di cavallo. “Auguste”dicesti “deve essere proprio vero che i cortei hanno tutti quest’odore. Sarà per questo che nelle processioni pasquali si usa l’incenso?” Auguste sorrise e ti baciò il collo, alla base. “Perché Auguste, perché non mi rispondi mai?” Allora Lui divenne di colpo serio, sembrava quasi triste. Guardaste per qualche istante all’orizzonte, tutt’e due, e il corteo si allontanava piano piano, con i suoi stracci e le sue grucce, i suoi malanni e quell’inconfondibile puzza e allora lui rispose, ma a una domanda che non era stata posta “Si, se camminassi anche io con loro sarei anche io come loro, e quindi avrei lo stesso loro odore.” In quel momento la tua capacità di trattenerti venne meno, e piangesti in silenzio mentre il corteo non si vedeva più e il sole cambiava colore immerso nell’atmosfera. Auguste cercò la tua mano, ma tu non volevi che ti toccasse, non volevi mai in quei momenti. “Domani me ne andrò” dicesti, e lo dicesti come se fosse l’ultima cosa che avresti dovuto dire, ma poi lo baciasti sullo zigomo e aggiungesti “mi dispiace, mi dispiace.” Auguste non pianse, non piangeva mai. “Ti ricorderai di me un giorno” disse, e avrebbe voluto aggiungere le solite cose, ma tu lo fermasti con un gesto lieve, “Lo so, lo so com’è, mi ricorderò di te e piangerò. L’ho già fatto altre volte, con altri uomini.” Auguste si voltò verso di te, con uno sguardo triste, esausto “L’hai fatto anche poco fa? Piangevi per qualcuno?” Gli accarezzasti i capelli, le guance rosse, la nuca; gli baciasti la fronte e avvicinasti le labbra al suo orecchio destro “Poco fa piangevo per tutti, piangevo anche per te.” Sapevi che non ti stava capendo, cosi rimanesti lì, a qualche millimetro da quel piccolo lobo dondolante, e dopo qualche secondo aggiungesti “per quando entrerai nel corteo anche tu.” Qualche ora più tardi Auguste rientrò in casa e tu ti incamminasti nella notte buia, piena di tormenti nel cuore.

Nota.

Vi vorrei proporre di rileggere il mio breve racconto, considerando però questa volta il personaggio femminile una sorta di allegoria dell’ispirazione: una musa, o La Musa. Funziona?
(es.: il nome Auguste=Augusto=maestoso…finchè sta con quella donna e non rientra nel corteo…)

Il corteo puzzava di starnuto di cavallo che puzzava di fieno vecchio

Il corteo puzzava di starnuto di cavallo che puzza di fieno vecchio,

e il mio cervello nitriva.

Sarei riuscito a svignarmela in quel vicoletto, in pochi minuti ci sarei riuscito.

Lo vedete? Dico, il vicoletto, lo vedete?

Cercate di essere in me per pochi minuti.

Per piacere, provateci.

Rapido sguardo alle facce del corteo,

movimenti bilanciati della testa,

sguardo multidirezionale.

sto respirando regolarmente, e la mia missione è chiara.

E la vostra di missione?

State respirando regolarmente?

Il corteo di chiacchere continua a puzzare di equestre,

d’ un equestre con gli occhi pieni di mosche.

[ ci avete mai pensato alla tristezza degli occhi di cavallo circondati da mosche? Quelle che si attaccano alle pupille, e vorreste soccorrere il cavallo…]

Cinque passi e svolto nel vicolino.

Ve l’ho promesso.

Distratti lo avete dimenticato.

Altri due respiri regolari, e il sangue scivola tra i tubi venosi e i capillari.

Ho gote rosse, affrante dal vino.

E cosi mi smentisco, e non mi rendo più credibile.

Che errore.

Il corteo puzza terribilmente,

e il vicolo è lontano, o…o un po’ vicino.

Beh..

Dipende se voi vedete il bicchiere mezzo pieno o il bicchiere mezzo vuoto.

I miei passi sono incastrati dalle gambe del corteo. Tutte direzionali.

Mi scontro con quelle gambe, sia se procedo avanti, sia se procedo all’indietro.

[I gamberi mi hanno sempre incuriosito. Loro procedono nel passato. Vivono pellicole accelerate verso il retro.

Non sono forse controtendenza?

Siete d’accordo?

Ci avete mai pensato?

Mi piace la loro scelta di rivisitare il passato, al posto del consumato futuro.

Nulla del presente.

Non è raro?]

Ho un leggero peso alla testa,

sono sicuro che mi sta arrivando il singhiozzo.

Maledizione, mi viene sempre nei momenti di instabilità emozionale.

E contare fino a dieci, o bere all’incontrario..

vi è mai servito?

L’odore dell’equino inizia a ribaltare lo stomaco.

Soffoco con il respiro regolare.

Il grido del corteo.

Uniforme, energico, puzzolente.

Sono nella mia mente…

e qui c’è silenzio e osservazione.

Il corteo si muove colorato e pesante. Pam pam pam…

Rimbalza sulla strada in modo aritmetico, pam pam pam.

C’è chi salta,

chi si soffia il naso,

chi crede di essersi perso.

C’è chi sembra convinto,

chi si sente nell’onda del corteo.

Quella percezione di appartenenza facile.

Il tutto, nell’insieme.

Mi affascina e così dimentico il vicolo di fuga.

Ve lo ricordavate il vicolo? Non era a pochi passi?

In questo corteo non ci sono menestrelli, penso.

E nemmeno nessun nano ridicolo a disposizione.

Nessun giocoliere di idee.

Bah..

Ne sentivo il bisogno,

dico.. di un giocoliere di idee.

Non avete forse voi il bisogno di idee?

A volte.. beh .. .spesso le noleggiamo.

Acchiappare le idee in circolazione, non è forse comune?

A tratti ci rimango male, ma succede per poco.

Avete capito che l’umore io lo cambio facilmente.

Eppure in pochi istanti potrei essere nel vicolo.

Fuggire, e amare la mia fuga.

Sostituire l’individuale al molteplice.

È allettante l’idea.

Lo avete pensato, è certo.

Ci sono bandiere, qualche soffio di potere …

e poi più in là scopro un volto.

Pochi istanti e il vicolo.

Dietreggio.

Quel viso è roseo: mi ricorda le prugne.

Il viola visivo e il verde interno del sapore.

Lo amo, all’istante.

Lo amo davvero,

davvero.

è un viso timido.

Credetemi…

Quel viso non sa nulla della mia osservazione,

e da questo momento so che no riceverò mai amore da lui.

E’ lungo, e meraviglioso.

Ciocche di sole.

Quante volte usate la parola amare?

Ditemi che siete selettivi,

ho bisogno di sapere che amare sia una parola inutilizzata..

per piacere, ci tengo.

Ci tengo che non sia una parola che puzzi di starnuto di cavallo.

lunedì 2 maggio 2011

La scala cromatica del grigio

Il corteo puzzava di starnuto di cavallo che puzza di fieno vecchio…Dopo 20 giorni di cella, senza acqua corrente, dormendo tra merda e malati. Ora eccoli li, muti. Azzerati.
Eccoli eccoli.
A sfilare verso la fine, condannati a morte, arresi a loro stessi, arresi alla loro mente che lucida si è fatta folle e folle si è fatta razionale alzando bandiera bianca.
Sfilano, loro prigionieri di guerra seguiti dai loro prossimi carnefici amici e compagni di prigionieri. Prigionieri di carnefici, amici e compagni, di altri prigionieri.

E dietro di loro soldati armati.

Qualcuno prega Dio.
Qualcuno pensa alla madre.
Qualcuno trattiene le lacrime.

Altri bestemmiano.
Altri maledicono la madre.
Altri piangono, di nascosto.

Nessuno si sente in grazia di Dio.
Nessuno si sente amato.
Nessuno si sente eroe.


I fucili son ben stretti tra le braccia.
Caricare.
Puntare.
E poi fuoco.

Tutto in poco tempo.
E’ la fine. E’ la fine.
Una Bestemmia.
Il cuore sembra impazzire.
Non ho mai ucciso un uomo.
Basta morte.
Andrò all’inferno.


Qualcuno prega Dio. Altri bestemmiano. Nessuno si sente in grazia di Dio.

Qualcuno pensa alla madre. Altri maledicono la madre. Nessuno si sente amato.

Qualcuno trattiene le lacrime. Altri piangono, di nascosto. Nessuno si sente eroe.

Solo assassini.

Assasini senza colpa.

domenica 1 maggio 2011

Primo maggio, festa dei lavoratori

Il corteo puzzava di starnuto di cavallo che puzza di fieno vecchio. La banda suonava disorganizzata note discordanti. Centinaia di bandiere rosse sventolavano per l'aria tersa della città. Uomini e donne sedute ai bar agli angoli delle strade guardavano con disgusto quel mare di persone che camminavano unite, noncuranti del loro aspetto contadino e del loro fare non proprio galante. Fra loro c'erano sempre i soliti, coloro che manifestavano per il lavoro che non avevano più, altri per il lavoro degradante che avevano ma che non riusciva a sostentare la propria famiglia. Poi c'era Pietro, giovane borghese che si macchiava gli abiti, si sporcava le unghie di terra e restava senza farsi la barba per una settimana solo per stare insieme a loro. Ogni anno il primo maggio cercava di incontrare lei, Sara, operaia in una conceria della città, sempre talmente impegnata da turni di lavoro massacranti e dalla cura della madre malata che l'unico giorno di svago e libertà se lo concedeva per sfilare insieme alle sue colleghe, per chiedere un futuro migliore. Quest'anno le avrebbe parlato. Quest'anno le avrebbe confessato che per trecentosessantaquattro giorni all'anno pensava a lei, alla sua aria stanca ma sicura, ai suoi capelli lisci, lunghi ma sempre raccolti. Ogni anno, il primo maggio, si avvicinava a lei e puntava ad avere una conversazione casuale, del tipo “Meno male che oggi c'è il sole!” oppure “Oh, mi scusi. Le ho pestato un piede?”, ma alla fine la tensione lo bloccava, guardava altrove e le si allontanava. Quest'anno però si fece coraggio, tentò di rendere ancora più squallide le vesti dalle quali era coperto e le si avvicinò facendo finta di urtarla accidentalmente.

“Oh, mi scusi! Buongiorno” le disse
“Buongiorno” disse lei
“Che bella giornata! Ma io non l'ho mai vista... È nuova di queste parti?” disse, tentando di avere un atteggiamento sicuro ma notando che già le mani gli sudavano.
“No, io abito qui ma difficilmente mi intrattengo all'aria aperta, sa, il lavoro, la famiglia...”
“Ah, mi scusi, non mi sono presentato. Che villano! Comunque mi chiamo Pietro.” disse asciugandosi le mani sul retro dei pantaloni.
“Sara, molto piacere di conoscerla.” e stringendogli la mano disse “A guardarla mi sembra che lei un lavoro lo abbia ancora. Cosa fa?”

Lui non poteva dirle che suo padre era un noto latifondista della città e che la sua unica esperienza lavorativa era quella di tenergli la contabilità. Quindi doveva inventare qualcosa, la prima stupidaggine che gli potesse venire in mente, qualcosa di umile ma allo stesso tempo di credibile.

“Guardi, ultimamente sto aiutando mio cugino con la raccolta del grano” disse, sperando che lei non gli avrebbe fatto domande perché, sinceramente, di grano e di raccolte non sapeva nulla.
“Ah, pensavo che il grano si iniziasse a raccogliere alla fine di giugno, ma forse mi starò sbagliando. Sa, io lavoro in una conceria, non me ne intendo di agricoltura.”
Lui quindi, tentando di ridimensionare la menzogna disse “in realtà nemmeno io, faccio solo quello che mi viene detto” e lei “Lo so, anch'io subisco gli ordini di qualche padrone, caporeparto o chi per esso. Non sopporto più quelli che danno solo ordini e che vivono col frutto del nostro sudore.”

Pietro, colpito dalla frase della ragazza, in quanto anche lui viveva grazie al sudore di qualche operaio si sentì colpito nel vivo e disse “Secondo me, comunque è giusto che qualcuno si assuma la responsabilità del lavoro altrui e per questo deve essere giustamente retribuito, ma parliamo d'altro...”. Sara invece ribatté con fermezza “Di che cos'altro dovremmo parlare? È il primo maggio e questo è un corteo di lavoratori arrabbiati” e aggiunse “in più come si può dire che è giusto che qualcuno rubi il frutto di chi lavora?”. Pietro a questo punto si trovava spiazzato, non pensava che quella ragazza potesse avere idee così distorte del lavoro. Cosa avrebbero dovuto fare quindi i lavoratori? Organizzarsi in maniera autonoma per lavorare la terra? Che fesseria, sarebbe una lotta continua a chi ha il pezzo di terra più grosso, un bagno di sangue. A quel punto decise che era giunta l'ora di far cadere la maschera del contadino e raccontarle la verità.

“Guardi, io in realtà mi chiamo Pietro Brunelleschi, figlio del famoso latifondista. Mi vede vestito così solo perché erano alcuni anni che avevo notato la sua bellezza e volevo avvicinarla. Se mi dà la possibilità di offrirle qualcosa di fresco al bar le potrei parlare delle proprietà della mia famiglia e di quanto sia facile per me farle interrompere il lavoro alla fabbrica per una vita di agio, con me.”

Lei a quel punto lo fissò dritto negli occhi e con aria di disprezzo disse: “Guardi questa gente. La sua famiglia ha sfruttato queste persone per anni e continua a farlo. Lavorerei ottanta ore in fabbrica tutte le settimane per tutta la vita, piuttosto di passare un'ora con lei.”

Pietro, allontanandosi stizzito dal rifiuto disse sottovoce: “Godetevi la vostra festa servi che domani è di nuovo la festa dei padroni.”