L'incipit della settimana
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lunedì 25 aprile 2011
Adam, Sally e Jerry
Adam e Jerry erano fratelli, 8 anni il primo e 7 il secondo. Sally invece era la loro vicina di casa coetanea di Jerry. Questi tre sbarbatelli avevano deciso per quella sera di evadere dalle loro case e di infilarsi nel bosco oltre il campo di pannocchie che circondava la loro casa.
In paese si diceva che il bosco fosse se non avvolto da un maleficio, quantomeno un posto da evitare ed ambiguo.
Ora immaginate questo bosco come un tavolo apparecchiato… la fitta pineta è la tovaglia, forchette, lame e cucchiai sono il sottobosco, la notte e la nebbia.
Le portate ora: Adam, primogenito spavaldo, segretamente innamorata della figlioletta del vicino.
Sally: giovane ragazzina annoiata e smaliziata.
Jerry: fratellino di Adam, timido e silenzioso.
Eccoli li, Che attraversano il campo di mais armati di torce.
-Adam, credi a queste storie sul bosco?
-Siamo qui per scoprirlo…
-e tu Gerry? Ci credi?
- No…no. Non credo.
- Secondo me te la fai sotto!
- Stai zitta. A queste cose qui, di fantasmi non ci credo mica.
- Silenzio adesso! Da ora voglio silenzio…chiaro.
- Chiaro
- Va bene.
I tre lasciano il campo di mais ed entrano nel bosco. I fasci di luce delle loro torce si muovono con frenesia…e vengono spezzati dal tronchi dei pini, neri e infinti.
- Jerry, Sally, spegnete le torce.
- Va bene.
- Col cavolo Adam che la spengo. C’è un buio qui!
- Spegnila cagasotto!!
- Ti ho detto di no!
Adam allora con uno scatto si lancia sul fratello. Mira alla sua torcia. Ma Jerry, più che abituato alla prepotenza del fratello fa un veloce passo indietro, negando così la sua unica fonte di luce alle grinfie del fratello ma non riuscendo ad evitare di inciampare su un qualcosa, forse un sasso, forse un tronco…
Jerry si sente cadere. In meno di un secondo arriva l’impatto della schiena con il terreno…la botta e li davanti a se la sommità degli alti pini, illuminanti dalla sua torcia…che sta girando nel vuoto…pericolosamente libera dalla sua mano…e tragicamente diretta verso il suolo. Fa un giro…illumina il suolo, illumina i pini…un metro da terra. Fa un altro giro, illumina i pini illumina il suolo, 10 centimetri da terra… clack.
Rumore di vetri rotti. Clack. Niente più luce. Clack sente Jerry. Lo sente come se si fosse spezzato la spina dorsale.
“merda” Pensa, sdraiato per terra.
E intanto intorno a lui il buio si è fatto nero.
E intanto intorno a lui risate, vicine.
E intanto intorno a lui risate, lontane.
E intanto intorno a lui risate, lontanissime.
Monta la paura.
A 100 metri da lui..La vede; una luce si è accesa..sarà suo fratello…sarà uno scherzo.
La luce si spegne.
-Hey! Dai Adam…potevo farmi male scemo! Si è rotta la torcia del nonno dai non fate gli stupidi..
Monta il terrore. E se non fosse uno scherzo? Dove sono? Sono svenuto? Dove vado? Dov’era la luce? Dove Adam???
-Dai Adam…ti prego.
Il respiro di Jerry si fa affannoso. Ha paura. Di ogni suo singolo passo. Un passo che avvicina o un passo che allontana?
Monta l’angoscia.
Il respiro affannoso diviene pianto…Jerry cammina nel bosco le lacrime scorrono impotenti sulle sue guance. Non può ragionare, non può nemmeno capire da quanto sta camminando…pochi secondi diventano delle ore. E se dovessi morire qui stanotte in questo bosco?
Il panico.
- Dai scemo!! Siamo qui!!che femminnuccia! Ti sei pure messo a piangere!
A 2-300 metri di distanza si accendono due luci..
- Adam sei uno scemo!! Uno scemo scemo scemo!!!
Ribatte Jerry ancora con la voce rotta dal pianto…
- Adam stupido, Adesso vado a casa e glielo dico alla mamma!!
Ma ecco che da dietro un rumore di passi veloci si avvicina a Jerry, un forte braccio lo cinge al collo e una voce sospirata gli sussurra
all’orecchio:
TU NON VAI DA NESSUNA PARTE.
Nemmeno il tempo di urlare che sparì.
Per sempre.
mercoledì 20 aprile 2011
Acca. Acca. Acca.
Il sottoscritto racconto barra plot barra copione barra estrapolazione di 4.24 minuti vitali, vede come protagonisti e autori: g., m—art et el Brigno.
Per la città. Per altre destinazioni.
Risate.
G- Ho capito che non verrà mai questa cosa
B- No ..c’era.. Allora..ognuno dice.. ognuno dice..
M- ..la sua versione
B- Cioè ma qualsiasi versione però..
M- Si
B- Cioè tu cosa..partendo dall’incipit..
G- Allora l’incipit è..per..la città..
B- ..e per tutte le altre destinazioni
G- Secondo me potrebbe essere..tipo..una cartolina..cioè impersonificarsi in una cartolina..cioè..non so..immagina che ci sia un’immagine di una tipa, bionda, super tettona, con il tanga a livelli ascellari ..che parla..che dice qui inizia il mio viaggio..inizi il trip immaginando di essere la tipa stampata sulla cartolina..
M- Figo!
B- mmm
Risate
Risate
Risate
G- O se No..
M-..potrebbe essere un tipo..bell’impostato ..che finisce il suo percorso di studi ordinario..eeeeee..a lui la frase che c’è scritta sulla cassetta delle poste per la città o per tutte le altre destinazioni..lo mette in crisi..
G- Ma scusa quanti anni ha questo tipo?
M- E’ appena laureato
G- E’ appena laureato..quindi potrebbe essere uno di noi!
M- Tipo uno che fa giurisprudenza ..e ..tipo.. È incazzato come una belva perché non sa decidere se voler fare la sua carriera in città …
G- O se No..potrebbe essere un tipo che abbia più relazioni..una in città e una nelle altre direzioni e decide di eliminarne una..cioè..di lasciarne una..
M- E la lettera finale la lascia all’ultimo perché è scritta uguale ..la stessa lettera.. Con due destinazioni diverse ..che lui si gioca in quei pochi istanti di fronte alla cassetta se eliminarne una o l’altra dalla sua vita..
B- Ma poi che cazzo vuol dire altre direzioni ? Uno se vuole può direzionarla alla luna?
G- o spedire una lettera a dio?
Risate
B- Oppure..anche..si potrebbe fare che questo ragazzo deve spedire una lettera importantissima..che è questione di vita o di morte..c’ha talmente paura che non arrivi che non sa decidere dove mandarla e se la tiene per sé..
M- Che idea di merda!
Risate
Risate
Risate
Risate
Risate
G- Oppure che ne so..c’è uno che si fa un sacco di aspettative ..e alla fine viene fuori che è una bolletta..che so..una multa della municipale..
M- Cioè..sketch finale? Si ma scusa..cosa c’entra con la città e tutte le altre destinazioni?
G- Alla fine sempre di posta si tratta … oppure..cioè..comunque..c’è un tipo che da fuoco alla cassetta perché ti impone alla scelta..ovvero che tu per forza devi decidere tra una cosa e l’altra ..non hai altre soluzioni..
M- Si ma se c’è scritto per la città e per tutte le altre destinazioni vuol dire che non è il contenuto della lettera in sé, ma dove spedirla.. Se mantenerla vicina a te oppure mandarla lontana , che potrebbe essere per esempio una lettera di ammissione di un lavoro..
B- Oppure uno che si manda una lettera a sé stesso, e se la manda in una città che vorrebbe andare, metti che fra 10 anni arriva in quella città gli arriva la lettera scritta a se stesso..
M- Ma a che indirizzo però?
B- Beh beh.. te lo inventi nel racconto.. Vero..
M- E’ figo però che se la invia da solo.. Come per ricordarsi..
B- Tipo fai in modo che quella lettera arriva dopo 10 anni.. E tu nel racconto decidi cosa fare..
M- Oppure uno che perde la memoria continuamente e l’unica cosa che ha.. È un foglietto in tasca con..
G- Ma lo sai che c’è un film?
M- Ah si?
G- Memento.. Al posto di fare così.. che perde la memoria..si tatuava le frasi sul corpo
M- No ma.. Lui ha un foglietto con il suo indirizzo
G- Si che se lo tiene per sé ed è l’unica cosa certa
M- Però lui non si ricorda se l’indirizzo scritto era Verona città questa città oppure Verona vuol dire tutte le altre destinazioni.. E quindi è indeciso..e spacca la cassetta della posta..
B- Rutto
G- E accende un fiammifero e da fuoco a tutto
M- oppure un’altra figata è quella che nella lettera c’è la confessione di un omicidio, la butta dentro e poi si costruisce con un filo una.. no no, ti ricordi il film? C’è un tipo che deve assolutamente conoscere il significato di una lettera che è stata imbucata prima da un altro soggetto.. E quindi lo spia.. Vede dove butta la lettera, la deve fare uscire.. Cosa fa?? Che cos’è che tutto galleggia per la legge di Archimede? Butta dell’acqua dentro fino a far risalire tutta l’acqua e prende la lettera,, cosi evita la commissione di un omicidio..
.
Pausa
.
.
G- Fine
M- Fine
lunedì 18 aprile 2011
Per la città e per tutte le altre destinazioni...
Per la città e per tutte le altre destinazioni...
Li chiamavano i fiori di Bach,e se passavi con un sorriso ne ricevevi uno.
Non importava se fosse davvero per lui o se nascesse da un pensiero lontano, un sorriso valeva un fiore e uno sguardo perso o indifferente il suo silenzio.
Lo chiamavano Bach perchè era sua la musica che lo accompagnava sempre e grazie allo stereo che teneva costantemente con se riempiva le piazze e le strade di note e profumi.
Di giorno Bach viveva dove lo portavano i sorrisi della gente, ogni volta che ne coglieva uno prendeva un fiore dal suo cestino e lo porgeva a chi per un attimo gli aveva mostrato dove girare.
Di notte prendeva l'ultimo treno che lo portasse vicino ad un campo e lì raccoglieva quelli per il giorno dopo, in silenzio.
C'era chi lo definiva un pazzo, un barbone o uno spostato, c'era chi si spaventava alla sua vicinanza e chi gettava i suoi fiori un metro dopo averli ricevuti.
Ma fra tutti loro c'era lei, Margherita, la figlia del farmacista di piazza Garibaldi.
Anche lei non era ben vista da tutti in città. Era stata la tipica ragazzina isolata, schiva e un po' manesca. Non erano poche le persone con cui era venuta alle mani per i più stupidi motivi, e di certo il suo sorriso lo avevano visto in pochi nascosto sotto quel broncio e quei lunghi capelli crespi L'unica momento in cui tutto questo scompariva era quando passava Bach.
Appena sentiva in lontananza le note del suo stereo correva fuori dal retro del negozio, e mentre il padre le urlava di tornare subito in dietro lei andava da lui e per il tempo che restava nella piazza lo seguiva, in silenzio.
Margherita era incredibilmente affascinata da quell'uomo, ma non aveva mai il coraggio di parlargli, si limitava a stargli accanto lungo il suo tragitto e a sorridergli ogni volta che lui si avvicinava a qualcuno per donargli uno dei suoi fiori. Anche Bach non le aveva mai parlato, anzi, a dire il vero nessuno l'aveva mai sentito parlare, e in paese si pensava che non potesse neppure farlo. Ma nonostante questo si vedeva che era felice della presenza di Margherita, e quelle rare volte che per volere del padre non la vedeva uscire dalla farmacia se ne andava da un'altra parte, quasi a dimostrare che senza di lei quella piazza non aveva senso di essere attraversata.
Poi arrivò l'inverno, un inverno molto più freddo i tutti gli altri prima e Margherita si ammalò. Bach passò ogni giorno davanti alla sua farmacia, alzava anche il volume della musica per paura che lei non lo avesse sentito, ma per troppi giorni non ricevette risposta, se non quella del padre che lo cacciava malamente infastidito dalla sua insistente presenza. Più volte provò ad avvicinarsi alla farmacia ma l'unica cosa che vedeva quando attaccava il suo naso al vetro freddo e annebbiato della finestra era lo sguardo glaciale del padre che gli urlava di andarsene perchè spaventava i clienti.
Bach non aveva il coraggio di parlargli, in fondo non l'aveva mai fatto con nessuno, e cominciava a credere anche lui di non esserne capace. L'unico modo che aveva per comunicare erano i suoi fiori , ed era l'unico modo per vederla sorridere.
Provò a lasciarglieli fuori dalla finestre, ma si congelarono.
Li appoggiò sul tappetino dell'ingresso ma sistematicamente qualche signora impellicciata e incurante li pestava andando a comprarsi l'ennesimo analgesico per un mal di testa inesistente.
Provò anche ad entrare per darli direttamente al padre ma la paura di dover parlare e di poter essere cacciato lo terrorizzava, e non riusciva ad andare oltre lo zerbino.
Passarono i giorni e di Margherita ancora nessuna notizia. Bach avrebbe tanto voluto starle vicino, sapeva di essere l'unico a cui lei per anni aveva permesso di scoprire come fosse un suo sorriso rendeva ancora più difficile non sapere come fare per contraccambiare. Sentiva le signore al bar sparlare di lei e dire che si sapeva che prima o poi il signore l'avrebbe punita per il suo comportamento. Un giorno vide pure il dottor Pezzi allontanarsi dalla farmacia a braccetto con sua moglie e lo sentì dire: “ah, pover uomo, dopo la moglie anche questa non ci voleva....lui e quel disastro di figlia meriterebbero un po' di serenità!”.
Bach non poteva più stare con le mani in mano, doveva fare qualcosa per lei...e mentre faceva questo tipo di pensieri camminando senza meta e con lo sguardo basso e triste non si accorse di andare addosso ad uno signore e di riflesso sbatté contro ad una scatola di alluminio rossa con due bocchette in alto. Alzò o sguardo e cercò di capire cosa fosse, e quando lesse cosa c'era scritto capì, e seppe subito cosa fare. n
Prese tutti gli spiccioli che gli erano rimasti in tasca, corse verso la prima cartoleria aperta e si fece dare tutte le buste più economiche che poteva comprare. Poi corse al bar dove aveva visto le signore di prima, si butto dalla cabina telefonica affianco alla porta del bagno, prese l'elenco dei numeri e ordinò un te. Si sedette al tavolo più nascosto e con la penna che aveva chiesto al barista iniziò a scrivere.
Gladioli Marco viale della Repubblica 3, Siena
Rosa Sabrina via Reno 3 Poggibonsi
Gardenia Lucino via Sallustio 5 Siena
Calla Roberto via primo maggio 13 Monteriggioni
Tulipano Giacomo via Trieste 5 Asciano...Scrisse i loro nomi e indirizzi sulle buste, e li divise in due gruppi. Quando ebbe finito le buste tornò dalla scatola rossa e le spedì: quelle per la città in un buco e nell'altro quelle per tutte le altre destinazioni.
Poi sorrise e se ne andò.
Passarono quasi due settimane, il padre di Margherita era più felice perché lei sembrava migliorare e in più pensava che finalmente qual barbone non si faceva vedere da un po'.
Un giorno però, mentre Margherita stava nel suo letto a leggere felice di non dover parlare con nessuno entrò suo padre in stanza, e un po' sorpreso le portò un mazzo di gladioli con una busta affianco, le chiese se sapeva di chi potessero essere ma lei lo cacciò fuori urlando e con le mani fredde e sudate allo stesso tempo aprì la busta. Sul fondo un po' tutto ripiegato c'era un fazzolettino del bar con una scritta blu un po' tremolante che diceva:
“Cara margherita, a quanto pare non posso portarteli di persona, spero che i nostri nuovi amici fiori ci riescano per me. Ti aspetto in piazza. Bach”.
La lettera
Luigi, 25 anni, sbarbato di recente e dall'odore di pulito era un giovane laureato in Filosofia all'Università di Bologna, pieno di aspettative per il futuro che vedeva roseo. Viveva in una bella casa indipendente, con il giardino e tutto il resto. Si era svegliato di buon umore, aveva preso un caffè e stampato curriculum da spedire ad alcune case editrici. Ordinatamente li aveva riposti in una cartellina ed era uscito di casa. Nel tabaccaio sull'angolo aveva comprato buste e francobolli, si era seduto poi su una panchina e aveva cominciato a scrivere. Come gli avevano spiegato una lettera di accompagnamento scritta a mano destava più curiosità nei responsabili alla selezione del personale, in quanto ormai molto rara. Aveva imbustato tutto, aveva appiccicato i francobolli ed era pronto per spedire quelle lettere.
Come queste due storie si incroceranno forse sarà ormai chiaro nella testa del mio lettore, quello che però non lo sarà ancora è dove queste due storie si spingeranno, per dare vita ad un inaspettato finale.
Luigi si stava recando verso la cassetta postale, con le lettere perfettamente imbustate sotto il braccio. Nel frattempo Mario, che era rimasto fermo con la lettera in mano piangeva. Luigi, visto quell'uomo piangere disse: “Ha bisogno?”. Mario lentamente voltò la testa verso il ragazzo, era la prima volta da mesi che qualcuno gli rivolgeva la parola. Non disse niente, si limitò ad annuire per poi scoppiare in un pianto fragoroso. Si sedettero al bar, e dopo essersi ripreso Mario raccontò tutta la sua storia. Di come avesse perso il lavoro e di conseguenza la sua famiglia. Sua moglie l'aveva cacciato di casa, lì aveva lasciato un bambino di sette anni e una bambina di dieci. Iniziò quindi a vivere per strada raccogliendo gli articoli di giornale sui manager dell'azienda che l'aveva licenziato. Se li portava tutti in un piccolo zaino fradicio che teneva sempre sulle spalle. Luigi disse: “Verrò a trovarti anche domenica prossima, mi piacerebbe proprio scrivere un libro su di te”. Si salutarono. Mario sapeva che non l'avrebbe mai più rivisto. Tornò alla cassetta postale ed imbucò la lettera.
“Verona, 17 aprile 2011.
Mia cara, sono stato un fallito nella mia vita, saluta i bambini.
Vi voglio bene, Mario”
Mario a quel punto estrasse una pistola, e gridò verso un uomo incravattato appena uscito da un portone. L'uomo spaventato iniziò ad urlare, tutte le persone gridavano terrorizzate. Mario gli si avvicinò con la pistola puntata, l'uomo dalla fretta di voler scappare inciampò e cadde. Lo guardò diritto negli occhi e disse “Guarda che cosa mi hai fatto”. Recitò una breve preghiera poi rivolse l'arma verso di sé. BANG.
Maneggiare con filosofia: cani uomini e uomini cani
“Beccati questo!!” Il vecchio Rodolfo, cane da caccia in età avanzata innaffia la gamba destra di una vecchia e rossa cassetta della posta con una gettata di liquido ormonale.
“ahhh finalmente!! Saranno 20 minuti che me la tengo! Non ce la facevo più orcouomo!”
Farla prima no?
Certo che no caro manipolo di lettori. Dovete capire che in quanto cane da caccia Rodolfo ha avuto una carriera di tutto rispetto: con i soli fagiani da lui catturati ci si potrebbe sfamare l’intero circolino per 4 anni di incontri.
Rodolfo inoltre era rispettato da tutti i canidi del quartiere. Nessuno si sarebbe mai permesso di schizzare dove solitamente schizzava lui. Non c’erano alani e/o mastini in grado di tenergli testa. Nossignore.
Code tra le gambe, orecchie basse e sguardo sotto terra, quando Rodolfo sfilava sul marciapiede.
Invidiato dai cani, temuto dai gatti e amato alla follia dalle cagnette, che lo sognavano nel periodo del calore mentre entrava nelle loro cucce elegante come solo lui era.
Ma ora?? Ora le cose sono cambiate per Rodolfo. E’ vecchio. Cammina storto come un vecchio uomo ubriaco alle 4 del mattino I suoi occhi sono ingialliti e spenti. I cani del quartiere, quelli giovani, sembrano quasi fregarsene del vecchio Rodolfo. L’atro giorno un pincher ha schizzato sul suo castagno. Un mastino napoletano gli ha abbaiato contro. Una pastorella tedesca gli ha dato la coda.
Solo di quando in quando dai più vecchi cani della zona, più che altro per le ricorrenze, vi è qualche ossequio per il vecchio cacciatore.
E quindi, capirete da voi il motivo di tale corsa verso la cassetta: è la sua roccaforte. La sua Città del Vaticano unico resto del glorioso Stato Pontificio dopo la breccia di Porta Pia adoprata da Garibaldini segugi della nuova generazione.
Quindi eccolo li,accompagnato dal suo padrone, mentre sgancia fiumi di ormoni odorosi sulla sua Little Big Horn personale. La sua fetta di terreno da difendere con i denti. Da innaffiare tutti i giorni con tutto il fluido che il suo corpo gli concede. Fino alla fine! Il suo odore resterà anche dopo la sua morte! Dio Umano!!
Dall’altra parte della strada la signora Trinca è affacciata alla finestra. Non è la prima volta che nota come quel cane sia maniacalmente attaccato a quella cassetta delle lettere.
Quindi rivolge al suo caro consorte le seguenti parole:” Caro, guarda quel cagnaccio vecchio e bavoso…! Ogni giorno lo vedo inzozzare di fetida urina la cassetta delle lettere…è disgustoso!”
“ah si, è il cane del vecchio Branzetti. Sai cosa ho saputo su quel vecchio tramite la sorella di Mario che conosce uno che lavora per la casa editrice Sherman? Che il Branzetti aveva avuto un discreto successo come scrittore di romanzi negli anni ’50…con un paio di titoli credo…La classica meteora nulla di più. Beh lo straordinario è che dal ’59 ogni mese fa recapitare alla casa editrice una copia del suo diciamo “NUOVO” romanzo affinchè venga visionato per un’eventuale pubblicazione! Deve essere matto quel vecchio!”
E’ qui una bella risata dei Trinca.
Che dire a questo punto? 2 cose: una per tranquillizzarvi e una per riportarvi con i piedi per terra.
La prima: mancano ancora poche righe alla fine del mio racconto. La seconda è la morale: cani o uomini tutti abbiamo paura di essere dimenticati! Che fare? Abbattersi? Certo che no!
E’ lecito quindi cercare in tutti modi di essere ricordati? Forse. Vedete un po’ voi. Solo non rovinatevi la vita dietro a queste cose.
Da parte mia vi lascio questo racconto, nella speranza che vi piaccia e che serva magari (chissà) a far si che qualcuno un domani si ricordi del Vecchio Pippo B. .
lunedì 11 aprile 2011
Par na bona pearà ghe vol pan vecio, la miola de bò, brodo bon e che la pipa al manco do ore, pe na bunna fugassa ghe vô egua, farinna, sa e tantu öiu
Quando a tre anni parti da casa per trasferirti in un altra città non te ne accorgi... ritorni da lui solo per le feste e non capisci davvero quanto possa essere dentro di te.
Genova per te sembra essere solo un luogo di passaggio, una parentesi divertente con un letto a castello e una brandina dove stare per qualche notte di nuovo tutti insieme, ad attendere calze ripiene di caramelle e focaccia con il latte e cioccolato.
I ricordi sanno di arrosto, ravioli e regali, e appena arriva il sole ti sembra di sentire i piccoli sassolini della spiaggia spostarsi lentamente tra le dita dei piedi e delle mani.
I viaggi in macchina sono fatti per dormire, e quasi come se stessi uscendo (o entrando?) in un sogno ti ritrovi con un porto alla tua destra e le case colorate arroccate sulla sinistra.
E ti senti a casa...
Torni a Verona, qui tutto ha altri suoni, altri odori e altri colori... e la cosa più strana è sentire che anche loro fanno parte di te.
I sanpietrini del centro sono una scacchiera immensa su cui giocare a evitare le scanalature, e quando a diciotto anni ti si incastra il primo tacco tra due di loro per un attimo ti fermi e ripensi a quanto ti faceva ridere sobbalzarci sopra con la 500 della mamma.
Poco più in là c'è sempre lo stesso cortile che ha fatto da sfondo a otto anni di scherzi, pianti e scambi di segreti e merendine...per poi lasciarti molti dei volti e delle voci che ancora oggi ricerchi e tieni stretti a te.
Poi arriva un pomeriggio particolare, uno di quelli in cui senti che avresti bisogno di silenzio, solitudine e tranquillità.
Pensi a cosa potrebbe farti stare meglio, a chi vorresti lì accanto a te e per quanto possa essere affollato e inflazionato pensi ancora che castel San Pietro sia uno dei posti più belli che tu abbia mai visto.
Così ti ritrovi a cercare ciò che hai perso tra i tetti delle case e nelle anse regolarmente tagliate dell'Adige giù di sotto....ed ecco che arrivano i ricordi.
I tuoi sensi non ti servono più per recuperarne l'immagine...ormai la strada per raggiungerlo è dentro di te.
Tocchi la vernice scrostata delle persiane e osservi il rigagnolo di sapone che rapido porta via con sé la notte.
Senti il profumo di caffè salire dalle discese di marmo e ardesia.
Segui con lo sguardo le lenzuola muoversi al lento ritmo del vento e quando ti chiedi come facciano ad essere così musicali lo vedi...
Un metronomo blu e bianco che sbircia tra i tetti fioriti e le gru.
Il suo movimento ti culla anche a distanza, regolarizza il flusso dei tuoi pensieri e ti fa sentire che ogni cosa è come i sassi del suo fondale...possono spostarsi e rotolare senza meta, ma quando si fermano trovano sempre un posto per loro.
D'estate il mare sembra essere di tutti,
in inverno è di chi lo canta
ma in momenti come questi è mio...
I MOSTRUOSI ESSERI DEGLI ABISSI
Embarassado dal mio ritardo cronico, carico orora il racconto dell'incipit ormai passato della domenica del 27 marzo scorso. Esperimento provato di fretta (scritto in un'oreta) di racconto in due, da me (Tobia Poltronieri) ed Ana Blagojevic. Un po' di righe a testa e via.
Forse non tutti sanno che un modo di dire serbo per definire una persona che sta mostrando un comportamento fuori dalle linee e tendenzialmente pazzo è chiamato "zenska glavo", che tradotto letteralmente significa testa di donna o anche mente femminile.
Pensare a queste cose riempie il cervello d’informazioni curiose, ma in fin dei conti poco utili. Però allora dovrei eliminare molti interessi, ad esempio l’arte è utile? La mitologia è utile? La Bibbia è utile?
Riemergendo dall’acqua Rachim si levò il boccaglio e tirò una bella boccata d’aria.
La piscina centrale di Trimarzuolo era incrostata di alghe verdi su tutto il fondale.
Un’altra piscina da disinfestare. Un’altra città isolata da raggiungere. Altro cloro malsano da inalare.
Il fatto che quel giorno compisse gli anni non gli importava molto. Quello era il suo compleanno segreto. Il suo compleanno fittizio era il 25 maggio. Quando la sua seconda famiglia (ignara di quella posizione in classifica) lo festeggiava con gioia. E quell’anno avrebbero avuto un motivo in più per esagerare nei festeggiamenti. Compiva 60 anni.
L’età cominciava a pesare nelle lunghe distanze geografiche che doveva percorrere per risolvere i suoi piccoli pasticci amorosi.
“Rachim caro! Vieni dentro, ti prego. Ho ancora bisogno di te”
Dal terrazzo del primo piano la signora Ravani lo chiamò. Rachim non ne poteva più. Quel giorno avevano fatto l’amore già sei volte e quella cinquantenne stava esigendo un po’ troppo dal suo disinfestatore. Così il nostro sventurato e ormai stanco amico, uscito di fretta dall’acqua prese il suo asciugamano e la saccoccia con gli strumenti da lavoro e imboccò la stradina sterrata che portava giù al mare.
Il palmo dei suoi piedi nudi, assai calloso, non soffriva minimamente il ghiaino appuntito del sentiero. La signora continuava a chiamarlo con la sua voce stridula e l’insopportabile accento bergamasco. Nonostante ciò Rachim non accelerava il passo. La voce della signora era sempre più insistente. Rachim giunse davanti al portone della villa, a pochi metri dal bagnasciuga.
“O eccoti, mio prode guerriero. Vieni su che ti ho preparato un bel pranzetto!”
La signora dal poggiolo rientrò in casa.
Rachim pensò alla pasta scotta che gli faceva tutti giorni e alla sua macedonia acida. Si girò verso il mare. Guardò l’orizzonte. Avanzò piano piano verso l’acqua e s’immerse senza far rumore.
Indossati gli occhialini che aveva in tasca lasciò scivolare il corpo leggero nella fluida sostanza salata, immaginando di vagare in abissi marini dove alghe e mostruosi esseri vivevano nel silenzio.