L'incipit della settimana
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RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
Ctrl+c, Ctrl+v, STAMP-E-PORT-LE-FOGL:"Glutammati sto sodio"
lunedì 24 gennaio 2011
la sfida
Tenne un attimo quel bigliettino ingiallito tra pollice e indice. Era scritto con una calligrafia quantomeno incerta. Sorrise tra se e se. Lo tirò, il nastro adesivo cedette. Se lo infilò in tasca.
Attraversò l’atrio di quello che era una vecchia palazzina ottocentesca da cui erano stati ricavati appartamenti di lusso.
Già si immaginava su di sopra, a sbandierare in faccia a Paul il biglietto appena raccolto.
“Paul, Paul, ricco come sei ti dimentichi di pagare chi ti pulisce le scale?”
Sorrise di nuovo.
Pensò ad un’altra versione con cui stuzzicare il vecchio Paul.
“Non paghi chi ti pulisce le scale Paul? Questo è…un tiro mancino!”
Rise di nuovo. Da vent’anni a questa parte tutto era così divertente.
Sali le scale, ignorando l’ascensore. Non voleva darla vinta al vecchio culo britannico che lo aspettava su di sopra. “Mi chiama il vecchio eh? Gli faro vedere io a quello snob bacia culi di Windsor.
Altro che frignoni europei…quando loro erano qui a zappare la terra noi in America facevamo una cazzo di rivoluzione. Vecchio continente del cazzo. E scale del cazzo pure. Arrivo Paul. Arrivo.”
Eccolo al piano. “Ah che cazzo. Scommetto che quel viziatello si fa scarrozzare da un ascensore anche per andare al cesso”. Rise ancora. “La camicia aggiustata, il fiatone sotto controllo, la porta a vista sei pronto”.
Arrivato.
“Si va in scena vecchio mio!”
Fu allora che il campanello suonò e la porta si aprì.
Paul.
Eccoli li faccia a faccia.
Paul e Brian.
Paul inglese, Brian statunitense.
Paul nato il 18 giugno 1942, Brian il 20, stesso mese stesso anno.
Paul bassista di nascita, Brian pure.
Paul strumentista poliedrico e voce solista in carriera, Brian pure.
Paul autore di successo, Brian pure.
Paul leader eccentrico dei furono Beatles, Brian leader folle dei furono Beach Boys.
Oggi James Paul Mc Cartney sfida Brian Douglas Wilson. In gioco c’è tutto.
martedì 18 gennaio 2011
Vomito republic
Sto per vomitare. Ecco ci siamo. Finalmente vomito. Con eleganza classica sollevo la corona del water, chino leggermente il busto e a ritmo di conato il miscuglio di sostanze organiche e non, con moto esclusivamente gravitazionale, va a incidersi con il lato inclinato del cesso. Finalmente un po’ di colore. Sono soddisfatto come poteva essere un Dalì nell’ultima spalmata di vernice sui molli orologi. Un altro attacco della cavalleria del rigetto. Schizzi ovunque. La quantità della massa del rigurgito è proporzionale alla mia soddisfazione civica e morale. Finalmente entro a far parte della società; finalmente riesco a essere uno come loro. La mano si ferma sul pulsante dello sciacquone che come un boia andrà a sterminare l’atto del mio primo debutto, il prodotto della prima gioia riconosciuta, dell’orgasmo legalitario. C’è Lara che m’aspetta, devo andare. Lascio scorrere l’inglorioso liquido trasparente, apro la porta del bagno e così lascio alle spalle ciò che per la storia, la mia storia, sarà ricordato con aggettivi paritetici e associabili alla rupe dei re o alla fonte battesimale di Carlo Magno. Rientro in salone e trovo l’attesa degli sguardi di tutti gli invitati: vedo in loro ammirazione, meraviglia, dai più giovani quasi venerazione. Addirittura qualche anziano vomitava, in segno di ovvia lode, nelle varie lunghe e affusolate vomitiere disposte qua e la nello spazio della festa. Orgoglioso di me, pavidamente impacciato ricompongo il disegno dell’apertura della giacca, lucido con una candida seta il lembo destro del labbro inferiore, e mi dirigo verso Lara. Seduto al fianco di Lara c’era mio padre, insito cavaliere della repubblica del vomito, che per la gioia aveva imbrattato di fluido intestinale tutto il tavolo. Uno spettacolo d’appartenenza. Bravo figliuolo bravo figliuolo.
Da quella sera in poi le mie giornate furono dedite all’ esercizio all’arte del vomitare: nel principio ero ancora goffo e faticavo molto nell’espulsione delle forme tritate, il corpo imbelle si ribellava. Ma poi fu uno spasso e divertimento assoluto: guardavo le stelle e vomitavo, le feste erano accompagnate da vomitate collettive, a volte perfino facevo all’amore con Lara e vomitavo. Mi sentivo come lo zio Albert che non riusciva a smettere di ridere nell’ora del te con Mery Poppins. Però io vomitavo, non ridevo. L’uso della risata era stato bandito nella repubblica del vomito dal decreto legge di quindici anni fa: il riso infangava il nome della libertà e della democrazia, la spontaneità dell’ilarità era negata per far posto al vomito , al disgusto che più di ogni cosa rende comuni tutti.
Ed ora eccomi qua. Nei centovent’anni che ho vissuto dopo quel periodo ho vomitato e rivomitato ancora. Divenni generale dell’esercito della repubblica del vomito e sotto la bandiera della libertà e della democrazia conquistai e conquistai.Sbagliai tutto.
Storia della storia del mondo
“Io so come farlo passare! Basta che lo vuoi è passa. Prova!” Ribatte battente Adi, piccola donna dalla gran capa.
Tutte queste teste dalle dimensioni enormi su corpicini piccolini creano forse disagio a voi lettori? Lo capisco. Attendete qualche rigo, qualche attimo e tutto avrà un senso. Bobi è un ragazzo. Adi è una ragazza. Anzi ragazzino e ragazzina. 5 lui, 6 lei, se vogliamo parlare di anni. Grandi abbastanza direbbero, se gli fosse chiesto. I loro corpi risultano decisamente sproporzionati al momento, a causa della dimensione spaziotemporale che hanno raggiunto.
Si trovano all’interno di un mondo creato dalle loro menti. Lo hanno plasmato dipingendo su una tela ritrovata in una soffitta, in una baita, di una vecchiella, di un paesello, su una montagnola, in centro Italia. “La tela è magica” diceva la senile anziana “ disegnando plasmerete e sognando otterrete!”. Così han fatto i nostri piccini. Pennellata su pennellata, con qualche impronta di palmo e ditata, ecco che creano, amici lettori, un mondo colorato e bidimensionato. In cui le prospettive non sono rispettate ( ma poco importa ai fanciulli, con la pace di geometri, architetti e matematici). Da questo giuoco di prospettive folli ecco spiegata per i più precisi ed esigenti, le dimensioni assai strane dei crani dei piccoli fanciuletti.
Torniamo al presente, eccoli dentro il quadro i due. Lui nauseato, lei gli illustra come dominare il dolore. Lui lo domina. “ Vorrei un cavallo viola” dice il piccolino. Eccolo: è viola. “No verde!” dice lei. Esso è verde. Lui storce la bocca. Eccolo allora: metà verde e metà viola. “Lo chiameremo Isabello!” Dicono all’unisono, insieme, in coro. Salgono sul destriero. Sognano (e quindi creano) alberi, fiumi, laghi e monti! Poi casette, recinti, sentieri! E ancora fontane, strade, castelli, carrozze!
Così per mille e millanta anni.
Poi amici, dopo 10000 anni di sogni, i fanciullini, nel loro mondo hanno alti palazzi, lunghe strade, velocissimi vettori. Tutto rispettando geometrie perfette (per la gioia di geometri, architetti e matematici). I colori sono grigio talvolta nero. Pochi altri toni, sempre scuri.
La loro innocente e colorata fantasia è svanita. A poco a poco. E con essa la capacità di sognare.
Ora non sanno più creare: si son dimenticati come si modella il loro mondo.
E isabello, da molto tempo non si vede più.
venerdì 14 gennaio 2011
io ho delle imbarazzanti babbucce rosa da bagno.
io rido di una malinconia dolce. forse sto trovando l'equilibrio.
so che non c'entra con il nuovo incipit, ma stavo camminando per le vie di Lisboa e ho pensato che dovevo condividerlo con voi.
giovedì 13 gennaio 2011
IL GUSTO AMARO DEL MATTINO
-Nel buco del culo del mondo c'era ancora chi non aveva superato la fase anale. Dimenticami e dimentica i nostri luminosissimi sproloqui!-
Questo fu il pensiero che squarciò la tela nera del suo sonno: un tetro Fontana suonava la sveglia, a malincuore dovette finirla con tutti quegli strusciamenti sul corpo onirico di Lei, la luminosissima Lei, l'impareggiabile Lei, la sideralmente distante Lei. Osservò la sveglia per qualche istante, incredulo. Chiuse gli occhi e Fontana era là, con un sorriso sanguinolento e l'immancabile coltellaccio da macellaio in mano. Riaprì gli occhi e le lancette della sveglia ancora indicavano le ore 4, ovvero le 4 antimeridiane: la donna, bella e pericolosa, che ha nome Aurora se ne stava di certo là, oltre le tapparelle marroncine, umida e serafica attendeva che il suo uomo – uno dei suoi uomini – accendesse la sua prima sigaretta malata, la prima ferita giornaliera, i primi cinque minuti strappati alla futilità della notte e gettati a quella, certamente peggiore, del giorno: chicchi di grano a un corvo moribondo, spennacchiato.
-Perché?- si chiese sommessamente. Non v'era risposta da attendere. Drammatica conseguenza: si alzò e camminò. Sbatté il grugno sulla porta chiusa del bagno, bestemmiò nella sua bocca impastata: più lo sbuffo d'un treno che un umano lamento. Pisciò ad occhi chiusi e sputò subito dopo, una frittata di liquidi corporei si presentò al suo sguardo per un lieve istante, poi la schiuma della tempesta idraulica si trascinò via l'opera in recondite profondità fognarie: arcani del sottosuolo.
Con risaputi gesti meccanici, spandendo polvere e acqua, preparò la moka sul fornello, la sigaretta già pronta tra le dita.
-Giornataccia!- Il tavolo sputava fuori i fogli delle notti precedenti, qualche brandello di carta, scarabocchi, storie smozzicate, versi ironici: il mito della vita e dell'amore in cartapesta: La torre d'avorio incrinata, Saggio sul sesso sadomasochista per timidi ubriachi, I movimenti onirici e i voli pindarici, Studi di letteratura latino-americana alla luce degli occhi di te che non ci sei.
Lamentele dai fornelli, principio d'eruzione nera: caffè.
-Oh caffè bollente, nera bevanda dono degli dei!
Dov'è, dov'è la tua Etiopia!
E ora che gorgheggi estroverso, dimmi:
dov'è, dov'è la mia Africa, la mia America?
E perché dormire non so ed esser sveglio neppure?
Perché, oh amara bevanda metafisica,
perché mai sono le quattro da quindici miseri minuti
e io già mangio i mozziconi delle unghie finite ieri?
E non rispondere, te ne prego, con nomi femminili:
troppo facile questo responso,
meglio un mistico silenzio
e un classico, muto, amletico dubbio!-
Scrollò la testa e sorrise, tanto per fare, senza umore né ragione. E finalmente bevve, sorseggiò, gustò il magico intruglio scottandosi palato velo lingua e gengive. Uscì, quindi, ed entrò tra le braccia della sua donna grigio-viola, pronto a dedicarle un fumante sacrificio. -Giornataccia di merda!- Il grigio, il nero e un bombardamento di microscopiche goccioline gelide lo investirono sull'ultima tonica dello sconcio settenario. Accese la sigaretta, sognò nel suo capannello di fumo la sinuosa linea dell'orizzonte perduto, occhi al cielo:
-Dove sei? Dove sei patria senza terra,
perché inutile è la terra, se il solo pensarti
mi solleva dal mestiere impudico di vivere!
Dove la tua luce,
dove la tua grazia?
Cerco giorno e notte
e la notte si confonde con il giorno,
e non so più se la realtà è orribile sogno
o se il sogno è sconsolata realtà!
Eccolo, l'uomo saggio, l'uomo forte!
Ecco l'uomo che cade per te
in quest'aurora di metallo e petrolio! E...
'così, percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all'ultima
ora dell'uom...'-
Tripudio di tosse mattutina, con annessi eroici starnuti! Sangue e catarro a macchiare il marciapiedi. -Buongiorno, altro giorno senza lei!- Passeggiò. Ore senza maschera, ore asociali. Alle otto e quarantacinque il dentista. -Fanculo il dentista! Meglio sbattere i denti su Leopardi, il mio Leopardi! '...rimembri ancor...?', il suo Leopardi! '...occhi tuoi ridenti e fuggitivi...'- E ancora passeggiò.
La meta che non c'era era il lungo fiume, dove le prime luci tremano sulla corrente tranquilla e l'odore dell'acqua selvaggia si confonde con il caos nascente, La tempesta dopo la quiete dopo la tempesta, dove avrebbe potuto ammazzarsi chiunque a qualsiasi ora, figurarsi quest'uomo senza sonno e dimentico della veglia; figurarsi quest'uomo di carta che, infantile galea, avrebbe conquistato l'estuario e poi il mare: cadavere verde, carcassa per pesci. Arrivò e fissò lo sguardo sul dio d'acqua dolce, dolce porzione di Poseidone, specchio d'Eraclito di Efeso, sempre uguale e sempre diverso, fratello di tutti i malati di malinconia. Sedette e fumò di nuovo, osservando le nuvole e l'acqua veloce.
-No, niente dentista! Oggi si fa così: si guarda il fiume per qualche ora, magari un paio di birre, appena apre il primo negozio di alimentari. E dopo il fiume i treni. E in biblioteca poi! Le cartine stradali dell'Europa tutta. L'ultima pagina dei Cent'anni. E quella poesia di E. E. Cummings: 'nessuno, neanche la pioggia, ha cosi piccole mani'.-
Adesso gli sproloqui degli altri illuminavano il giorno di un nuovo, fastidiosissimo sole. I suoi occhi stanchi presero a tremare.
Si accorse una volta di più di poter parlare solo con sé stesso e, per qualche lungo minuto, tacque, ricordò e pianse.
martedì 21 dicembre 2010
a tutti i non partecipanti...ovvero tutti
Vieni anche tu alla mia festa? Mamma ha noleggiato anche un clown!
Disse il bimbo saltellando, scarponcini nuovi per il suo ottavo anno di età, capelli un po’ arruffati e biondissimi, qualche goccia di fango sulle ginocchia e una magliettina a righe bianca e rossa che già sfrecciava dall’altra parte della strada, lasciando una nuvola di polvere dietro di sé e un vecchio dall’aria un po’ stanca e dal sorriso malinconico. Lo osservò fare tutti i suoi passi correndo all’impazzata, aprire il cancello bianco entrare in giardino urlando e saltando accerchiato da una miriade di bambini e poi vide quel fantomatico clown. Con fare tranquillo anche un po’ svogliato soppesò tutti i suoi passi prima di avvicinarsi a quelle urla indistinte. Sapeva che non doveva farlo, sapeva che infondo ogni passo era un passo in più verso la perdizione. Eppure il suo corpo continuava ad avvicinarsi, curioso, voglioso di partecipare a quell’invito. In fondo era solo un semplice invito del suo piccolo amico, avrebbe avuto la scusa per salutare sua mamma, era molto che non la vedeva. La sua mente cercava un pretesto per aprire quel cancello maledettamente bianco. Odiava il bianco, l’unico colore che aveva la pretesa di essere puro, perfetto, di avere in se tutti i colori e nessuno. Se sei composto da tutti i colori come puoi pretendere non solo di essere migliore degli altri ma addirittura superiore, candido, trasparente, con tutti quegli animi dentro di te?!
Oramai era ad un passo, un sospiro e il cancello si aprì. Un’orda di bambini urlanti lo assalì, tirandolo per la giacca, per i pantaloni, chiedendogli di partecipar ai nuovi giochi, alla partita di calcio improvvisata.. per qualche minuto il coro dei bimbi fu unanime e solo una parola ne usciva, mister mister! Mister guarda che evoluzioni con il pallone so fare, no mister guarda le mie scarpe nuove per la partita di domenica!!
La sua testa cominciò a roteare, la voglia di fuggire da se stesso e da quel luogo era molta. Era stato un errore entrare. Un maledettissimo errore. Si guardava intorno spaurito come se i suoi pensieri fossero trasmetti in contemporanea via autoparlante. Cercava fra la festa timoroso, come uno di quegli scolaretti dopo una sonora sgridata della mamma, gli occhi degli altri adulti. Più cercava, più la paura di incontrarli saliva. In realtà ogni volta che un adulto gli si avvicinava erano solo parole gentili, sguardi benevoli, sorrisi disinteressati. Doveva trovare una scusa per sfuggire a tutto ciò, prese il bimbo, il bel bimbo di ormai otto anni compiuti, portò la sua esile manina nella sua via dagli altri, dalla confusione. Si abbassò, inginocchio quasi per guardarlo occhi negli occhi, occhi vecchi e sporchi di fronte ad occhi nuovi, verdi, lucenti, quasi spiritati dalla luce. Gli sfiorò il viso, candido come la neve, perfetto, le sue braccine esili ma così energetiche, il suo sguardo calò verso il ventre, le gambe, le perfette gambine da giocatore, le calze, le scarpe per poi tornare su di nuovo...
Scarpe, calze, polpacci, ginocchia, coscie...no no..
Lo guardò dritto negli occhi e susurrò “non posso”
Ci fu un attimo di silenzio, gli occhi del bimbo chiari e lucenti con un’aria un po’ smarrita. E poi in gridolino che si fa voce “ ma se anche non hai il regalo puoi stare qui lo stesso, la mamma m ha detto che non sono i regali la cosa importante!”
Un sorriso disarmante, l’uomo gli accarezzò la testa e disse, “ scusami piccolo mio ora devo proprio andare”
Stava per alzarsi quando il bimbo lo abbracciò stretto.... “ uffi mister! Grazie cmq di essere venuto. Ci vediamo domenica alla partita! Ti voglio bene mister!”. L’uomo si alzò e un brivido gli percorse tutta la schiena.
lunedì 20 dicembre 2010
Al ballo mascherato
"Vieni alla mia festa? Mamma ha invitato anche il clown!"
L’ho mandato a tutti, credo. Ormai è una prassi: da ventisette anni che mamma il 23 novembre m’obbliga al divertimento festeggiativo dei miei anni (ricorrenza che cade il 27 novembre). Ogni 23 l’invito forzato: sempre le stesse parole: "Vieni alla mia festa? Mamma ha invitato anche il clown!".Non so perché, ma mamma è affezionata a questo rito, a queste parole, ai clown che si ruotano annualmente alle mie feste. Lo preferisce ai pranzi di natale e pasqua, al suo compleanno e a quello di papà. Si sono figlio unico. La sudditanza al volere materno domina la mia vita: timidi tentativi di ribellione, almeno di fronte al rito pagliaccesco, gli ho avuti percorrendo l’età post adolescenziale sentendomi ridicolo di fronte ai party dove alla parola limonata non era associata una bibita. Ho cercato di spiegare a mamma che orami sono grande, ho un lavoro sudato sui libri, che preferisco il bicchiere di vetro di un anonimo bar che i nominali bicchieri di plastica. Ma nulla più. Solo vigliacche e pavide parole. Ora,in procinto del mio ventisettesimo compleanno, mamma sta male, forse, dicono, è uscita pazza. L’amore subordinato a tale persona non mi permette di fare null’altro che uscire, andare dalla Gigia (la tabaccaia del quartiere), comprare una trentina di stupidi biglietti con stampate sopra immagini di palloncini e trombette, per trenta volte scrivere le stesse identiche parole con le relative coordinate e poi, con sorte, farle recapitare ai destinatari, che rigorosamente si riducono di anno in anno. Già proprio così. Ma l’idea della derisione, per fortuna, è stata sostituita da una nozione di bizzarria e di comicità: alla fine potrebbe essere un rito che potrà trascendere la storia, una consuetudine che diventerà religione (della quale i fedeli saremmo solo io e mamma!). Ma insomma! A me va bene così: mamma è felice, per me è un occasione per farla felice! .. e poi..e poi..c’è la speranza di rivedere Claudio.
Ok. Se si vuole guardare all’onestà come una resa della verità, allora mi dichiaro onesto; se invece l’ onestà richiede l’aggettivo 'Tutta' antecedente al sostantivo 'Verità', allora ammetto la mia disonestà. Che dir si voglia non sono stato intermente corretto: l’amore per mia madre e l’amore per Claudio mi ricreano fan della mia stessa festicciola.
Accostamenti di bianchi e neri, interstizi, disegni criptati: le parole nascono dal contatto sofferto dei polpastrelli con i centimetri quadro della testiera. Solo l’unione del mezzo le rende creatrici, prima cosa sono? Idee? Pensieri? Particelle? Radici di capelli? Pidocchi? Usualmente non scrivo mai per me: la pesca m’ha sempre annoiato. Eppure vendo, compro e mangio pesce. Attratto specialmente dal maledetto, dai tratti fumosi, le barriere erette da barba e capelli scomposti manifestano la mia inadattabilità ad un mondo che s’è sporcato del mio parto. Ciò mi rende speciale, unico, differente; e pronte a ricordarmelo solo le notti solitarie dove il moto forzato dei passi si trascina calpestando martoriati bolognini. La gente è stupida: s’accontenta di un sole quando di notte, là su, ce ne sono appiccicati infiniti. Questo sono io, Claudio. O meglio ero io, Claudio. Ora non so. Ieri Luigi, la sua pazzoide mamma, i palloncini colorati ripercossi dal tempo, la mia egoistica incapacità di dire ‘no’; ieri un sorriso di un clown contenitore di una saggezza diversa; ieri la conoscenza di un frutto non appartenente alla biblioteca del pessimismo.
Lei era colorata, sempre. La sua casa era un esplosione di specchi riflettenti ilari risate, un crogiuolo di serenità depositate in tutti gli origami,una fioriera di gioie in ogni colore. Di fronte a una delle tante superfici riflettenti Ludovica si preparava a regalare sorrisi: cera bianca lungo il viso, rosso ridicolo intorno alla bocca, capelli giallo mistificato, cappello ospitante fiore pendente. Si stava dimenticando il naso, il respiro tondo e arruffante. Rosso per l’appunto. Se lo pose..ed ecco. Era pronta; era sempre pronta: nonostante non facesse uso di orologi era sempre puntuale, in orario con il fiato che la felicità aveva deciso di donarle. Da anni Ludovica aveva capito che la vita è una scelta. E lei aveva scelto: aveva deciso di essere felice, di lasciare lo schiavismo spugnoso della sua generazione, di non accettare l’eredità umana dedita all’autodistruzione. Era diventata clown, per lei e per tutti gl’autisti di autobus che le rispondevano con un accenno al suo "Buongiorno!". Gl’indumenti goffi non le impedivano movimenti leggiadri e Ludovica avanzava scherzava rincorreva e aspettava. Un due tre. Saltellava sui gradini pre ingresso di casa, suonava in una dolce melodia il campanello. "Salve! Salve!Mi mi è è arrivato arrivato un un invito invito alla alla festa festa!! M’hanno detto detto che che c’è c’è anche anche un un clown clown!!". Entrava. Guardava. Osservava le facce: un po’ tirate, un po’ buie, un po’ fintamente allegre. Osservava colui che probabilmente era il festeggiato indaffarato nell’eseguire gl’ordini materni e impaziente di uno sguardo del bellissimo ragazzo con la barba. Ludovica decise di fare una cosa: sorridere.