L'incipit della settimana

ELABORATO TESTUALE DI TOT PAROLE: "L'antico vaso andava salvato"
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RETTANGOL CARTPLASTIC CONN'IMMAGIN STAMPAT QUAS BEN:"Perdita di tempo"
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venerdì 10 settembre 2010

MI RICORDO DI TE, ZIO

Ancora intorpidito dal sonno si diresse verso la porta di casa, curioso di sapere chi potesse essere a quell'ora del mattino. Erano le cinque. In quel momento niente era molto chiaro, c'era scuro e freddo, e non c'era ancora un briciolo di luce. Non era mai stato bravo a riconoscere le persone dall'odore. Ma quella mattina gli toccò. L'odore che da sempre lo aveva accompagnato nelle vie sue familiari, l'odore di Zio Francesco. Zio Francesco entrò in casa senza un permesso esplicito, ma l'odore di spezie smentiva ogni dubbio e paura che potesse essere un ladro. Dagli odori riconosciamo i nostri vicini di banco, le case dei nostri amici, i nostri compagni, le nostre madri, e così lui fece.
Romeo appena ripreso dall'inaspettata sorpresa iniziò una densa conversazione con lo Zio. Alle cinque del mattino si fanno le meglio conversazioni, c'è lucidità abbastanza per creare pensieri, e i pensieri che ne escono sono fluidi e puliti, senza la pesantezza della giornata passata, e ancora non c'è la consapevolezza del nostro io sulla Terra, ancora siamo nel torpore della nostra sempre giovane età sentimentale.
Le parole erano sussurrate, per la paura di svegliare i vicini di casa, cosicchè la conversazione si faceva molto più intima. Non si può descrivere quanta felicità aveva in corpo Romeo per quella sorpresa. Lo Zio era sempre stato il suo parente preferito, persino preferito a suo padre. E niente poteva descrivere la sensazione di familiarità che ti da un semplice odore, quel profumo di pane e spezie che aveva sempre accompagnato lo Zio, fino alla sua veneranda età di 75 anni. Fare il pane allora era un arte, e Francesco ne era ben capace. Romeo sentiva di essere un privilegiato. Non lo era, ma lui lo sentiva. A una certa età, c'è chi prima e chi dopo, ci si accorge di provare sensazioni ancora come ai primordi della vita. Lo stesso odore che aveva lo Zio allora, lo aveva quella mattina, li in quella penombra e in quel silenzio sereno.
Romeo chiese allo zio se aveva voglia di qualcosa, di qualche infuso caldo o di pane abbrustolito e marmellata all'arancia amara. Questo è quello che aveva nella credenza e che più preferiva offrire alle persone. Lo Zio prese un po' di marmellata con una fetta di pane caldo. Fu difficile scaldare quel pane, era nel mobiletto nella parte più al buio della stanza, e il fornello a gas faceva brutti scherzi se non ci sapevi ben fare con l'accendino.
La marmellata amara, è come un iniziazione, se ti piace apprezzerai poi tutti i piaceri della vita che non sono quelli già conosciuti dalle altre persone. Te l'aspetti dolce dal colore, ma invece è amara, e all'inizio la odi, non sopporti quel suo gusto amaro strafottente, e il passo successivo la ami. Ti amo marmellata amara, sei la rappresentazione delle amarezze della vita che possono essere sconfitte, facendole nostre.
Dopo la colazione lo Zio racconta di sé come un tempo. Promuove la sua attività artigianale, la eleva a arte sublime e denigra poi quelli che la denigrano per la sua scarsa capacità di innovarsi. Ma cosa avrà mai da innovare ciò che se non è semplicità si rovina?Silenzio.
Lo zio intona una poesia:
“Il tempo è duro quando non ha significato,
correvo con il cuore in gola per cercare il niente,
avevo freddo quando c'era caldo,
sapevo sollevarmi all'occorrenza,
sapevo ascoltare all'occorrenza,
mangiavo lunedi, e vomitavo lunedì,
perchè vai dove c'è il cibo caldo,
dove sono finite le notti folli,
hai ancora tutto in disordine?
Non sono sentimentale ed ho riordinato tutto.
Tu sei il mio muro,
ci scrivo sopra le parole d'affetto,
le porte sono tutte chiuse,
chiudo gli occhi e apro gli occhi,
illuditi, incantati, non sottometterti,
incantati,
il mio respiro è di speranza, non di sapienza,
il mio stomaco prude,
sto uccidendo la polvere,
mi perdo in chi mi legge dentro,
il bosco parla confessandosi con le stelle,
perderai ciò che hai di più caro al mondo,
e la terra sorregge chiunque,
dimeno la mia bacchetta,
copro le mie cicatrici d'erba,
non raccontate niente a nessuno,
se lo fate poi gli mancherò,
scaraventatemi un sacchetto dell'immondizia sulla pancia,
bisogna dire certe cose,
dopo che ho sforzato gli zigomi per sorridere,
ho sempre tensione dell'anima verso di te,
uso un ascia per il mio ghiaccio,
le biblioteche raccontano storie vere,
ho perso me perdendo il mio libro,
inizia a parlare,
ti dirò quello che vedrò,
non vedrai quello che ho già visto,
nessuno è genio nel rubare le anime,
il solitario sulle rive del mare è genio dei cuori,
senso che un aggettivo non può descrivere,
il coraggio della mia infanzia che spira da angoli diversi.
Ma i sogni non sono stupidi quando li immagini,
non sono idioti quando li pensi,
oh dolce tesoro,
sappilo,
può darsi che la serratura non sia più la stessa,
ora la tua casa non è più questa. “

Lo Zio aveva scosso Romeo, alla sua veneranda età nessuno gli aveva mai dedicato una poesia, nessuno dedica poesie, nessuno parla col cuore e la delicatezza delle parole insieme, già, perchè farlo è un arte, e l'arte non si impara. Vennero le 7 del mattino, i rumori e le luci iniziavano il loro ciclo giornaliero, non aveva nessuna più nessuna ragione di esistere una bellezza del genere in quel caos universale. Lo Zio saluta Romeo, e sbattendo la porta per fare ancora più rumore, se ne và.

L' uomo è calvo.

Ancora intorpidito dal sonno si diresse verso la porta di casa, curioso di sapere chi potesse essere a quell'ora del mattino. Pensò. Di sicuro la mano che toccò il campanello non era stata quella di cappuccetto rosso, che, abituata alle maniere rudi di mastri boscaioli avrebbe picchiato la porta con colpi decisi e delicati. No no. Aspetta un momento. Potrebbe essere che l’oramai trecento cinquantenne Cappuccetto rosso si fosse tecnolocizzata traviata da follie fiabesche trash- imperialiste e ,col bastone ereditato dalla povera divorata nonnina, avesse pigiato l’apparecchio elettrico etichettato Renzo Brivio. Bestemmiò, cappuccetto rosso o meno. Certamente l’eterna bambina pre marxista dai boschetti e dagli spaccalegna di bestemmie ne ha sentite a iosa. Il piede, privo di armature inclini all’oblio dell’olezzo, s’era letteralmente incagliato nell’angolo sud est del mobile d’entrata. La sensazione non era definita o specificata, sapeva di dolore misto fastidio psicologico per la disattenzione compiuta (niente a che vedere con i gusti papabili e netti di fragola e limone). Sta di fatto che la visione della trasformazione cromatica del lembo di pelle ubicato tra alluce e indice cagionò un’altra bestemmia. Da meno di due minuti i suoi piedi scalzi calpestavano le piastrelle di cotto del suo bilocale ed era già a quota 3, di bestemmie. Un cane e due porci. Il cane era partito imbizzarrito al richiamo del suono elettrico del drin drin irrispettoso dell’innocenza sonnolenta mattutina (cercò di non pensare al fatto che era il suo unico giorno libero settimanale..se no altro che un cane imbizzarrito..avrebbe mandato l’intera fauna steppica alle porte del paradiso); mentre i due porci grugnivano al lato del piede leggermente lesionato. Era conscio di avere un modo, tipico e proprio del padano,tutto epiteti di rivolgersi alle santità ultraterrene, ma si sorprese pur lui di concentrare tante invocazioni in così poco tempo. Suo padre, che tutte le domeniche sedeva nel terzo banco della chiesa, sarebbe stato fiero. Sua madre, tutte che tutti i giorni sedeva nel terzo banco della chiesa, un po’ meno. Purtroppo o per fortuna era così. Che colpa poteva averne: l’educazione alla grammatica di dio era stata fatta a braccetto con la grammatica padana (grammatica simile al lessico italiano, con la particolarità della totale sostituzione della punteggiatura). Il catechismo, dove il nome di dio era accarezzato, faceva all’amore con le partite intergenerazionali al campetto parrocchiale,dove il nome di dio era invano.

Altra bestemmia. Questa volta però era Gino, il vicino sottostante amico di sempre di catechismo e di calcio. S’era perso: amante lussurioso dei suoi insignificanti pensieri non aveva badato all’insistere del richiamo oltre porta e Gino, in due parole di garbo e prontezza (caratteristiche squisite), gli faceva il riassunto degl’ultimi trenta secondi e lo trascinava nell’altrimenti realtà: chi cazzo mai poteva essere la fantomatica o il fantomatico cappuccetto rosso? I genitori no, passati a miglior vita da qualche anno. Lavoro no, è sabato. Amici no,sicuramente ancora tutti boccheggianti abbracciati al seno di qualche puttana. Donne. Certo. Indubbiamente era una donna. Nei millesimi di secondo che ci vogliono per aprire l’uscio, Renzo riuscì a riesplorare tutte le fighe, pelose o meno pelose, assaggiate negl’ultimi quattro mesi. Tutte avrebbero potuto reclamare una menzogna regalata, un tradimento compiuto, un fiore che puzzava di merda. Tutte. Ma nel podio delle possibilità ovviamente il primato spetta alla più recente, quella di sabato, come si chiamava..Lori..no..Alice..si si Alice.

Aprì la porta aspettandosi il viso, ora che ricordava, non così bello di Alice. Ma ad attenderlo c’erano un bel sorriso bianco, un corpetto giallo fluorescente e la frase: “Scusi, mi può firmare questa raccomandata per favore?”

Palesemente legittimato, balzò a quota cinque.

LE ALLETTANTI PROMESSE

LE ALLETTANTI PROMESSE




Ancora intorpidito dal sonno si diresse verso la porta di casa, curioso di sapere chi potesse essere a quell'ora del mattino... Giunto a metà del corridoio sentì per la terza volta il canto del citofono, un drindrin sporcato appena da un ronzio di fondo. Gridò, ma non era veramente necessario, si, si, arrivo, un attimo, e già stava scricchiolando l'uscio nel suo tragitto di novanta gradi d'apertura.

Primo pensiero: oh no, ancora, un altro ambulante, e chissà stavolta cosa dovrò evitare di comprare : la raccolta completa delle opere di Argatha Christie, la macchina del pane, la Sacra Bibbia a fumetti, un impianto hi-fi di ultima generazione, un viaggio per due persone alle Bahamas o in Costarica o a Cortina o sul fiume Zaire in Centrafrica, l'Enciclopedia del Novecento, il nuovo contratto telefonico con incluso un video cordless col quale andare a spasso per il quartiere continuando a chiacchierare con la moglie o l'amante o entrambe grazie al tasto “conversazione in attesa”, la religione che salverà il culo alla mia anima quando gli elettroni dei miei atomi si saranno semplicemente annoiati di correre in cerchio tenendomi matericamente vivo.

Secondo pensiero: però non ho nulla da fare: mia moglie è fuori, in gita, probabilmente con l'amante, il suo: perchè la mia amante è costituita da un set di DVD dai titoli più disparati ed equivoci: “Perversioni anali del terzo tipo” “Bocche incendiate” “Universo teenagers” “Troie VOLL. 1 – 2 – 3” “Tette esplosive” “Madri e figlie” “Sorelle e fratelli” “Giovani amanti in calore” “Il perverso mondo di Selen” e via dicendo, arrivando contestualmente all'erezione già durante la scelta del video quotidiano a conferma dell'importanza del titolo per un'opera d'arte e la sua efficacia. Non ho nulla da fare e una conversazione, sia pure con un venditore ambulante dalle intenzioni più truffaldine potrebbe essere un buon modo per passare una mezz'oretta di questa giornata, sabato mattina, malattia – finta ma certificata dal medico di base, malinconia, noia, voglia di morire, birre, wiskey, sigarette, dvd.

Terzo pensiero: e poi questo venditore, questo rappresentante, mi sembra diverso. Sorride e ha tutti i denti e tutti bianchissimi dietro a quelle labbra tirate. Saltella impercettibilemente sulle punte dei piedi, le scarpe nere e lucide si increspano leggermente ad ogni saltello. La cravatta è annodata puntigliosamente e scende fino a nascondersi pudica dietro alla giacca nera di velluto. I suoi occhi sono grandi, ma sottili, come se imitassero il sorriso delle labbra, solo uno spillo di luce nera si percepisce tra le palpebre. La ventiquattr'ore incollata al palmo chiuso della mano e assicurata da una manetta luminosa al polso, precauzione da circumvesuviana che appare piuttosto esagerata in un quartiere tranquillo di Como. Insomma la sua fisicità colpisce, sembrerebbe un uomo creato al computer, pixel dopo pixel, tecnologia 3D, movimenti fluidi, dolby stereo incorporato.

Risultato: entri pure, gradisce un caffè? Le basta dell'acqua? Ecco qua, ma si sieda pure, si, sul divano va benissimo.

Il venditore esordì raccontando una barzelletta sconcia e logora, («Un uomo si presenta all'ufficio brevetti con una mela in mano e dice all'impiegato allo sportello che vuole brevettarla.
L'impiegato risponde: "Mi sembra una mela come tutte le altre". "No, è speciale: l'ho modificata geneticamente". "E che cos'ha di speciale?". "L'annusi. Sa di fica". L'impiegato prende la mela, la annusa e la respinge disgustato: "Non sa affatto di fica: sa di culo". "Oh, mi scusi: la giri"».) ma il tono e l'aspetto e il gesiticolio e il volto sorridente e lo scroscio di risa colpirono nel segno: il padrone di casa era stato messo a suo agio e rideva di gusto senza neppure capirne bene la ragione. Io prendo un caffè invece, ma intanto mi dica, lei cosa desidera? (e nel cervello: strano che non abbia già iniziato a sciorinare le mille qualità della lavastoviglie o gli infiniti vantaggi che si possono ricavare iscrivendosi al club degli Amici di Gesù... starà prendendo tempo? Vorrà capire dove gli conviene colpire uno come me?)

La valigetta produsse un rumore sordo andando ad appoggiarsi sul tavolino di plasticone nero, un click liberò il polso del venditore dalla manetta di sicurezza. Ed ecco, il profluvio di parole ed ammiccamenti scrosciò dalle labbra tese dell'affabulatore.

Lei penserà che io sono qui per venderle una cassetta di prugne o una raccolta di esercizi spirituali per purificarsi l'anima. Oppure per pubblicizzare un salone di bellezza o un set di coltellacci da cucina. O ancora per invitarla a partecipare a qualche trasmissione televisiva o a qualche conferenza sugli effetti del burro d'arachidi sull'intestino crasso degli over 70...” La testa del padrone di casa piroettava cercando di seguire le parole e gli sguardi taglienti del venditore. “Invece, invece nulla di tutto questo. Il mio è un lavoro strano, spesso la gente mi sbatte la porta in faccia, subito. Non sanno che io non vendo né reclamo nulla, nessun corso, nessuna palestra, nessuna lavastoviglie, nessuna assicurazione sulla vita dei trichechi domestici. Le conviene spegnere il fornello, sta salendo il caffè...” Il gorgoglio della moka bloccò per un istante il monologo, fu solo una manciata di secondi. “Io punto molto più in alto, offro molto di più e, soprattutto, non pretendo nulla in cambio: nessuna firma, nessun obbligo, nessuna spesa. Un contratto c'è, certo, ma soltanto il mio nome apparirà in fondo al foglio lucido e chiaro, non vincolo nessuno, e nonostante ciò... capirà, nel nostro paese esistono milioni di persone, maschi e femmine, e tutti hanno bisogno di qualcosa. Hanno tutti bisogno di una qualche promessa. Non è d'accordo?” Il padrone di casa stava iniziando a sorseggiare il suo caffè, ma la domanda retorica lo fece trasalire: appoggiò la tazzina sul tavolino e semplicemente spalancò ancor più di prima occhi e orecchie. L'uomo dal largo sorriso tirato riprese senza aspettare risposte. “Certo che tutti hanno bisogno di una promessa, ed io mi incarico di offrire promesse. Molti vorrebbero che nel nostro paese ci fosse un lavoro per tutti, perchè si sa, quella del disoccupato non è una situazione facile, sempre con l'acqua alla gola, anni senza vacanze, senza potersi comprare l'ultimo SUV, senza potersi abbonare alla televisione via satellite. Io prometto che tutti avranno un lavoro. Oppure, le tasse: non sa quanti piccoli imprenditori assicurano di pagare troppe tasse. Oooh, io li capisco sa, i soldi escono prima di entrare e tenere in piedi una pizzeria al taglio non è semplice, ci sono tasse sul locale, tasse sull'igiene, tasse sull'immondizia, tasse sui trasporti della merce, tasse sui dipendenti assunti. Ed ecco arrivo io, e prometto che le tasse saranno abbassate, o tolte, già, proprio eliminate: prometto un paese senza più tasse, via l'ICI, via l'IRPEF, via l'IVA, via la tassa di successione e quella sui beni immobili di lusso, via! Lo prometto! Guardi...” sospirò dalla fessura del suo sorriso e, quasi senza smettere di parlare, aprì la valigetta “Qui c'è scritto tutto, tutte le promesse che ho regalato. Già, perchè la novità che io porto alla luce è proprio questa: RE-GA-LA-TO! Non si deve preoccupare di essere ricco povero onesto disonesto terrone o mangia-polenta. In fondo è molto semplice: lei ha bisogno di una promessa e io sono in grado di farle una promessa, e tutto questo a titolo perfettamente gratuito!” Il venditore a questo punto gli porse il foglio, su cui a caratteri limpidi erano elencate in una colonna a sinistra delle semplici richieste: -Sconfiggere la mafia. -Eliminare la prostituzione. -Migliorare l'istruzione primaria. -Distruggere Al-qaida. -Creare i presupposti per l'integrazione degli immigrati. - Cacciare gli immigrati. -Preparare i festeggiamenti per la festa della liberazione. - Eliminare la proprietà privata. -Privatizzare la sanità. -Rendere efficiente la sanità pubblica. -Eliminare la sanità pubblica... Al fianco di ogni richiesta era scritta in stampatello maiuscolo una sola parola: PROMESSO.

Insomma, ha capito: io offro promesse. E oggi è il giorno lavorativo più importante per me, ho visitato migliaia di case, e sono solo le otto e mezza del mattino, e ancora mi mancano migliaia di case da visitare, migliaia di famiglie a cui offrire promesse, a cui regalare un po' del mio sorriso, una barzelletta, ma soprattutto una qualche promessa. E ora lei non deve far altro che chiedere, penso abbia capito che non c'è spesa, non c'è impegno da parte sua: deve solo chiedere e le sarà promesso. Tocca a lei ora...” E gli porse il foglio lucido e una pesante stilografica.

Il proprietario di casa, con la testa piroettante a causa della parlantina sottile dell'uomo-sorriso, prese con la destra la penna, con la sinistra la tazzina col caffè ormai freddo, bevve d'un fiato la bevanda amara e osservò ancora una volta, per qualche secondo, il foglio delle promesse. Poi, senza dire nulla, iniziò a scrivere e sottoscrivere, scarabocchiare e tratteggiare, sperare e sognare, mentre le scritte si sovrapponevano e si riordinavano sotto la scia sicura delle sue richieste. Durò qualche istante questa scena, una volta esaurite le richieste, quasi senza fiato, il padrone di casa restituì la stilo al sorriso, il quale estrasse un timbro dalla valigetta e inizò a sbatterlo forte al fianco di ogni riga riempita sul foglio: -Una televisione più colorata : PROMESSO. -Autostrade senza più limiti di velocità : PROMESSO. -Più ferie pagate : PROMESSO. -Sigarette più economiche : PROMESSO. -Riapertura delle case chiuse : PROMESSO...

Terminata l'operazione, col consueto volto sorridente, gli occhi ripiegati su se stessi e i saltelli sulla punta delle scarpe appena più evidenti, il venditore, l'elargitore di promesse, salutò con tutti gli ossequi e le cortesie, gli arrivederci e gli è stato un piacere. Il proprietaio di casa chiuse la porta con la chiave e si ritirò in salotto, aprì la vetrinetta degli alcoolici e prese una bottiglia di wiskey, aprì una scatola che teneva sotto il divano, ben nascosta, e iniziò a riflettere: oggi Selen o Angelica? Interessanti queste foto... E ottimo titolo “La professoressa di anatomia”...


Il giorno dopo si svegliò. Si accomodò sotto la doccia e, lavato, sbarbato, vestito, bevuto il consueto caffè, fumata l'immancabile sigaretta, uscì di casa e si recò verso la scuola media statale Giuseppe Verdi, dove si trovava il seggio 231, il suo seggio, entrò, lasciò agli scrutatori la sua carta d'identità, scomparve dietro la cabina n. 2. Nel suo cervello: meno male che questa volta sono sicuro, questa volta non ho dubbi. Pose la sua X e uscì dalla cabina n.2.

Era domenica 28 marzo 1994.

(in)tolleranza

Ancora intorpidito dal sonno si diresse verso la porta di casa, curioso di sapere chi potesse essere a quell'ora del mattino. Non ne aveva assolutamente idea. Era domenica, quindi nessun postino, tecnico di chissà quale diavoleria…E non conosceva nessuno visto che viveva a Londra solo da 4 settimane. Aprì la porta. Un volto familiare. Sesso femminile, sul metro e sessanta, capelli bianchi, faccia spappolata dalle rughe, siluette a botte devastata dall’età, caviglie gonfie e tutto condito da un cocktail olfattivo di vecchio e polvere. Era la sua vicina, la signora del primo piano, la vedova Mayer.

Così esordì l’ignaro aprendo la porta ad una giornata che si rivelerà molto particolare.
-Salve signora Mayer- A stento trattenne uno sbadiglio, che gli deformo il viso.
- Buongiorno signor Lucas!- disse la vecchia esibendo un sorriso ( ed una gialla dentiera)
- Luca signora, mi chiamo Luca sono italiano.
-Ah mi scusi, sa alla mia età…-sorrise, di nuovo, giallo ocra.
-Non si preoccupi, davvero, Piuttosto mi dica che posso fare per lei…
-Niente Signor Lucas, volevo solo dirle che, certo non io-sorrise, giallo curry- ma comunque un inquilino di questo palazzo, si è lamentato per alcuni rumori diciamo…sa com’è, il quartiere qui è molto tranquillo, anche perché è abitato da persone anziane…di contro si richiede uno stile di vita altrettanto tranquillo e…
La interruppe, aveva l’impressione che sarebbe potuta andare avanti per sempre accumulando frasi di circostanza – Signora, con calma…rumori? Quali rumori?
-Vede signor Lucas, il colonnello Pam, è su tutte le furie…l’ho incrociato giusto stamattina presto, parla di rumori intollerabili ad orari inammissibili…certo io non mi lamento, sto al primo piano! Ma il colonnello sembrava convinto che tali rumori venissero dal suo appartamento…
Interrompiamo momentaneamente l’anziana vedova per introdurre un personaggio di cui vale la pena dare una breve descrizione, anche se mai lo incontreremo tra le righe di questo breve racconto.
Il colonnello Pam era un reduce di guerra. A prima vista, per lo stile decisamente retrò poteva sembrare un reduce di almeno 3 conflitti: indipendenza degli stati uniti, prima e seconda guerra mondiale. Avrebbe potuto avere tranquillamente 2-300 anni, curvo e secco, baffi a manubrio grigi come la nebbia su Londra e dulcis in fundo mano di legno, appositamente pensata e progettata per accogliere la sua gigantesca pipa. Il colonnello occupava l’appartamento esattamente sotto quello del nostro amico. (il quale rimane tutt’ora ignaro della follia che lo attende da qui a poche righe)…ma torniamo al dialogo tra la vecchia signora del primo piano e l’italiano.
- Ma mi scusi, di cosa si sarà mai lamentato?
- ehm….rumori.
- Rumori?
- Si, di certo di rumori. Ad ora tarda, molesti, inammissibili.
- Certo signora me lo ha già detto, non le ha riferito altro?
- Ehm si si, tanta gente che camminava…una festa forse?
- Impossibile guardi, una festa! Sono qui da qualche settimana e ancora non conosco nessuno…
- ...senta signor Lucas, la devo avvisare che secondo il regolamento di questo palazzo qui sono vietate le feste o eventi rumorosi ad ore tarde…sa qui abitano tutte persone anziane…che vogliono stare tranquille..certo io non mi lamento di lei, sto al primo piano, si figuri!- sorrise, la sabbia del Sahara.
- Le ripeto, non ho fatto nessuna festa o cose del genere… sono anche andato a dormire molto presto ieri!
- Forse le converrebbe invitare i suoi amici all’ora del te…
- Va bene, va bene- si arrese- grazie per avermi avvisato, andrò a fare le mie scuse al colonnello…
- Ma signor Lucas! È troppo tardi! Doveva andarci prima! Come già le dicevo…il colonnello è già su tutte le furie…non le darà ascolto..
- Ma prima quando scusi? Si parla di questa notte…feste inesistenti, eventi successi mentre dormivo! Cosa dovrei fare?
La vecchia fece vibrare il suo curvo scheletro in un movimento riconducibile al più comune “spallucce”, sorridendo ( zafferano).
- ohh, pazienza non si può andare d’accordo con tutti…-disse tra se e se spazientito – signora grazie ancora, ma credo che il colonnello se ne dovrà fare una ragione…
- oh, capisco, ma vede…non è l’unico a lamentarsi di lei…
- Eh scusi? Come? Chi altro? Ma come è possibile?-avrebbe voluto bestemmiare, in italiano, ma decise invece di inspirare con forza e tranquillizzarsi.- Le chiedo scusa signora, gentilmente, chi si lamenta?
- Tutti. Cioè, quasi tutti, io no di certo sa signor Lucas sto al primo piano! Come potrei mai…
- Tutti…tutti? Ma ne è sicura, è qualcosa di incredibile… cosa dovrei fare? Scusarmi con tutti per qualcosa che non ho fatto?
- Forse non avrebbe dovuto dare una festa a tarda notte…
- Ma non ho fatto nessuna festa!
- Non urli..non peggiori la sua situazione…accetti il mio consiglio…e si calmi! Non vorrà che qualcuno chiami la polizia??
- La polizia? E perché mai!
- La brava gente di questo palazzo è stufa di rumori notturni e schiamazzi provenienti dal suo appartamento…se in più si mette ad urlare a quest’ora del mattino…certo io non potrei mai sentirla…sto al primo piano sa!
Stava per ribattere quando dalla tromba delle scale cominciò a salire un forte rumore di passi veloci…
- oh deve essere la polizia?
- Ma come? La polizia? Ma non è possibile ci deve essere un errore…
Si interruppe, tre figure si proiettarono sul pianerottolo.
Eccoli qua: tre splendidi sbirrozzi tirati a lucido, neri come corvi, possenti come statute.
- E’ lei la signora Mayer?- disse quello che doveva essere il più alto in grado.
- Si sono io agente…lui…è lui…non ci fa dormire… fa rumore..tutte le notti…gente altra gente un supplizio..ci sono almeno otto spettabili persone di questa palazzina che possono dar credito alle mie parole.
- Ci pensiamo noi…mi deve firmare il verbale per la notifica della sua chiamata alla centrale.
- Certo agente..-rispose la vecchia polverosa.
- Ma signora Mayer! Lei, come ha potuto?
- Signor Lucas, l’avevo avvertita…
- Mi chiamo Luca Cristo Santo!
- Bestemmiare non l’aiuterà signor Lucas. Se ne vada. Immediatamente se ne torni in Italia, dove vi piace tanto urlare. Ci lasci in pace. Se ne torni a casa. Quelli come voi a noi non piacciono.

martedì 7 settembre 2010

il foglio bianco

Immaginate un foglio bianco. pian piano si delinea l'immagine di una bambina stilizzata con gonnellina, treccine rosse e tutto il resto; l'albero dietro, le montagne, la casetta. nel foglio successivo compare anche un bimbo con il cappellino e i pantaloncini a quadri. Si tengono per mano e sorridono. terzo foglio. bianco. é finita, nonostante tutto, nonostante noi. e i perchè non ci sono, le risposte nemmeno e la cosa che fa sorridere è che l'amore rimane ma a volte deve finire e basta. senza una motivazione apparente, ci si guarda negli occhi e si capisce che il foglio è finito, è diventato bianco. Questo è il massimo che riesco a dire, o poche parole o mille righe inutili, un po' troppo personali e forse patetiche. nel prossimo incipit ci può essere un gelato... che sul cibo so scrivere?

domenica 5 settembre 2010

senza titolo. che è un titolo.

Purtroppo tutto finisce. Nonostante tutto, nonostante noi. Tutto finisce. L’infinito, contrario di finito, trova conferme solo nei dizionari matematico-religioso; l’infinito, contrario di finito, instaura solo legami magici con la realtà (o quanto meno con quella che i più chiamano realtà): gl’infiniti punti esistenti nel segmento AB, stanno come il coniglio bianco sta nel cilindro del fattucchiere; la voce di una vita infinita appartiene a vorticose trance fideistiche, a pennuti sciamani o a otomanti rivoluzionarie. La parola fine invece è assettata, rincorre solletica rimanda e infine (per l’appunto), come un boia, decapita tutto. Provate a pensare, banalmente, ad una storia d’amore, ad un contratto di lavoro o al cono di gelato solitario rimasto orfano delle, già mangiate, palline o alla finale del mondiale che imperterrita ambisce alla continua suspance ma che dopo novanta minuti, dopo i supplementari, dopo i rigori, finisce in un veloce triplice fischio. Insomma il destino di ciò che appartiene all’essenza del tangibile quotidiano concreto è legato al cappio della parola fine. Tutto. Tutto. Tutto tranne lei: la luce rossa del semaforo all’altezza del ventisettesimo albero, in corrispondenza del civico 5 di via Postumia.La luce rossa che dichiarò guerra alla tirannia di abdicare in costanze cicliche a favore di un scialbo verde (tanto scialbo che i trafficanti di via Postumia avevano avanzato solleciti per il rinforzo delle verdi luci). Io fui l’ultimo essere umano che vide il verde del semaforo di via Postumia.

Al solito l’invernale pedalata mattutina rispondeva solo al moto meccanico di gambe ancora vogliose di piumoni caldi, al solito l’invernale mia essenza mattutina era testimoniata dall’incontro dell’aria fredda con il mio respirare caldo, al solito, con la puntualità di un disonesto esattore, inforcavo il sellino di una graziella cestinata anni 80 e mi dirigevo alla postazione informatizzata, garante di novecento euro mensili. Con alito misto caffèmentadeldentifricio salutavo Tiziano, il panettiere, dissipavo, cercando di ridurre gli sprechi modificando la mia geometria per massimizzare la condizione di non fatica, tutta l’energia potenziale che il leggero dislivello m’offriva, poi una curva a sinistra, poi viale alberato di via Postumia. Alzavo lo sguardo. Vedevo duecento metri, ventisette alberi d’arredo urbano di fronte a me: la distanza tra il modesto lavoratore ciclato e la luce verde del semaforo. Niente tra me e lui, tra lui e me; né macchine rumorose né motorini imbizzarriti né cani cercatori di siti adatti alle cacche mattiniere. Nel vuoto d’asfalto i muscoli degl’arti inferiori disinnescano il commando automatico e la pedalata si fa leggermente più vivace. Vivacità subito fermata dallo scoccare impietoso della luce gialla: mancavano almeno centocinquanta metri, il freddo e la sciarpa non mi garantivano si e no i dodici all’ora, il semaforo giallo durava in media quattro secondi: non c’è l’avrei mai fatta. Così ripiegavo in una seduta coccolata dal giaccone, osservavo la nascita della luce rossa e mi accomodavo, diligentemente, in attesa appena al di là della linea bianca dello stop.

Non so cosa successe poi. Le condizioni di uomoappenasvegliato non reggevano la registrazione dei moti e delle azioni del mio intorno. So solo che la linea bianca chinava al suo cospetto me ed altri 4 ciclomotori, sei automobili e un autobus di linea. So solo che mi resi conto che avrei potuto recitare a memoria il programma della sagra del gnocco fritto di Grandese e che avrei potuto disegnare ad occhi chiusi il paladino scudato padano, seppur di certo io non sia per il partito dei bigotti. Addirittura mi sentivo invitato al matrimonio di Luigi e Lucia, sconosciuti che diventavano sposi proprio quel giorno.

La luce rossa dominava ormani da più di sette minuti (erano già passate due tracce sull’i-pod). Il colpo di stato era stato messo in atto. Il potere rosso dominava sul tempo, sugl’auto mezzi, sulle bici, sullo spazio chiamato via Postumia, sul giallo e sul verde.

Al che girai la bici e ritornai a letto.

Ogni riferimento e luogo è puramente casuale. Anche perché chi cazzo mai si ferma con la bici ad un semaforo rosso??

mercoledì 1 settembre 2010

Senza Titolo

"Qualcosa è finito, purtroppo. Nonostante tutto, nonostante noi..." Con queste parole 15 anni fa sua moglie lo lasciò. Lui l’amava. La cercò per giorni, poi la trovò e la uccise. Ogni mattina tornava con la mente a quella frase. Oggi l’avrebbe raggiunta. Oggi sarebbe morto.
Leonardo fissò negli occhi la sua immagine riflessa nello specchio. La pelle olivastra, gli occhi infossati in un ricamo di rughe e un filo di barba. La odiava quella barba, ma forse odiava di più il fatto di doversela fare ogni santo giorno. I capelli, un tempo neri, erano ora di una tonalità cenere e sembravano meno vigorosi di un tempo più spenti, adagiati quasi per inerzia sulla sua testa. Leonardo odiava anche loro. Fissandosi ancora un attimo fece una smorfia quasi di disprezzo e con un sussurro stizzito si disse: "Buon compleanno". Per un attimo non ricordò esattamente quanti anni avesse. Poi gli venne in mente, provò però a pensare ad altro. Tutto ciò che verteva intorno alla tradizione del compleanno feste, torte, regali, lo disgustava. L'unica consolazione era vedere il tempo che passava. A dire la verità altro non faceva che aspettare. E più aspettava più gli sembrava di non aver fatto altro nella vita. Più aspettava e più si sentiva vuoto, scavato e svuotato, come si fa quando si costruisce un pozzo. Quello che gli veniva portato via era la sua vita "prima di questo" le sue emozioni. I ricordi rimanevano, ma sempre più insaturi e come vecchie fotografie serbavano si le immagini ma perdevano il colore.
Ricordava tutto. Ciò che non ricordava era cosa avesse provato il giorno del suo matrimonio o al funerale di suo padre . Erano svanite anche le sensazioni più semplici: ad esempio non ricordava cosa lo spingesse a passare giornate intere lavorando o cosa provasse quando leggeva un libro o una poesia.
Questo succedeva a quelli come lui. Lo vedeva tutti i giorni. Esistevano una scappatoia a ciò, ma solitamente era una strada percorsa da chi ancora provava a lottare per il colore dei suoi ricordi e vedeva nella resa totale l'unica vittoria. Leonardo aveva smesso di pensare a ciò da molto tempo; e l'assenza di "colore" nel suo cuore, il non sapere cosa si provi a sorridere o a piangere aveva cancellato senza lasciar traccia la voglia di combattere.
L'ultima sensazione che aveva percorso il suo corpo era stato il rimorso. Quello se lo ricordava, anche se da un po' di tempo anch'esso aveva perso tonalità. Sapeva benissimo cosa l'avesse provocato, comprendeva ogni singola azione che lo aveva condotto li. Aveva ben in mente ogni suo movimento, ogni sua azione ed errore. Tutto gli scorreva in mente veloce, come una serie di diapositive. Riusciva solo a disprezzarsi per quello che aveva fatto, ma non provava altro. Niente. Solo Odio.
Un odio che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita.
BUON COMPLEANNO CONDANNATO A MORTE